lunedì 16 dicembre 2013

CORALIA


CORALIA.


La poesia e i poeti vivono della varietà dei semi, come le piante.  Se si piantano per troppo tempo gli stessi semi
nello stesso campo o se viene a mancare la capacità critica di distinguere, setacciare, distillare, tutto si inaridisce, il coro si limita a troppe poche voci. Preservare la varietà allora diviene compito importante di poeti e di critici, di recensori e di semplici lettori.

IL SECONDO NOVECENTO. Il CONTESTO.
Di Paolo Rabissi.

Il secondo Novecento in Italia è stato vittima atrocissima di una chiusura provinciale

al di qua delle Alpi, di un ulteriore insaccamento nel territorio comunale, di un insabbiamento finale sulle spiagge da Rimini e Versilia in giù come retaggio della cultura degli anni trenta e quaranta, storicamente fascisti.  Solo il cinema ha saputo sfondare le frontiere ma anche lì il respiro è stato mozzato dalla commedia neorealista all'italiana che ha segnato il trionfo della cultura fascista piccolo-borghese, con tante risate di cuore del pubblico italiano. La presenza del partito comunista più forte dell'Occidente, mentre prometteva l'Internazionale, non ha fatto altro che creare una cultura di opposizione (bella e muscolare) dipendente in pratica dalla cultura dominante. La contro dipendenza non fa che confermare la realtà cui si oppone. L'egemonia della sinistra è stata un grande abbaglio. Non era vero, come tanti dicevano, che l'Italia fosse un paese di sinistra che andava sempre più a sinistra. Crollata la politica della DC, che con le stesse forze culturali e politiche ereditate dal fascismo ha portato il paese dentro il neocapitalismo, costringendo appunto la sinistra al lavoro frustrante di dimostrare che lei sarebbe stata più brava a farlo funzionare (a scuola ci dicevano: sono comunisti ma sono i più bravi!), non solo è crollata l'opposizione ma l'abbaglio è risultato palese: è tornata fuori tutta la spocchia piccolo borghese fascista che dal '45 in avanti aveva vivacchiato in sordina. Non era vero certamente, come diceva Croce, che il fascismo era stato un incidente, ma era molto di più che una parentesi solo politica. Il fascismo era, ancor prima di se stesso, nella mente e nel cuore del paese. Lo spirito piccolo borghese provinciale, comunale, un po' contadino, un po' alberghiero, un po' faccendiero, un po' piratesco, un po' manifatturiero ma tanto musicante e molto ignorante, è tornato fuori alla grande. Furbizia, latrocinio preventivo. La stagione, esaltante per molti versi, del pensiero critico e della sua prassi, che hanno dato il meglio tra anni sessanta e settanta, è stata sommersa dal diluvio degli ultimi decenni, ricacciandoci dentro la dicotomia nostrana tra miracoli e rivoluzione ovvero tra 'apocalittici o integrati' tornando a escludere dall'orizzonte politico e culturale percorsi fuori da questa logica.  Ma mi interessa dire per noi solo questo, che il secondo Novecento è stato in sostanza autarchico, piena esposizione della cultura barbaricina del burg. Quel poco che c'è stato è stato in larga parte debitore degli anni venti e trenta. Nell'aria c'è stata solo la chiusura autistica dell'ermetismo e lo sbertucciamento che di esso ha fatto il '63.






POESIA E CRITICA TRA PRIMO E SECONDO '900.
Di Franco Romanò.

Prendo come spunto un libro che, pur criticandolo, considero importante e cioè 'Il Novecento italiano' di Massimo Raffaeli.
Prima considerazione. Un libro di critica scritto da un critico non può limitarsi ad essere una raccolta di recensioni con qualche sforamento verso il saggio breve; o meglio, può anche partire da quello ma poi deve andare più a fondo, deve avere e saper ricavare da quel percorso una riflessione che ci faccia capire quel è la sua bussola, il suo taglio, la sua visione del '900 e della contemporaneità. Per fare questo occorre indicare dei criteri, assumersi delle responsabilità, insomma passare dalla estemporaneità del libro, dei libri e degli autori intesi come alberi, a una più ampia analisi che faccia capire come è fatta la foresta. Nella premessa del libro, invece,  Raffaeli esordisce dicendo: 
“Non pensiate che stia facendo un bilancio complessivo”: ma il critico – mi domando - che ci sta a fare se non fa quello? Tanto più se il titolo del libro è addirittura 'Il novecento italiano'! Che differenza c'è, altrimenti, fra un buon recensore di libri e un critico? Contini, Spitzer, Garboli, l'antipaticissimo Citati, Mengaldo, De Benedetti, Praz, Asor Rosa, Corti e Cherchi li leggiamo con piacere anche quando non siamo d'accordo con loro perché ci indicano un percorso che possiamo accettare o rifiutare, ma non tante strade che s'interrompono  e non si comprende bene dove portino: ma lo so bene che questo è il problema dei secondo '900. Prendiamo un critico paludato come Luciano Anceschi, che ha tenuto a battesimo in anni diversi: il ritorno al mito, un pezzo dell'avanguardia e la linea lombarda. Ha sempre trovato le parole giuste e adeguate per ognuno di questi movimenti: il risultato è l'indifferenziato, una cultura consumistica da supermarket dove si trova di tutto (e ovviamente sotto certi aspetti va anche bene che si trovi di tutto in un supermercato), ma nella critica letteraria questo non funziona proprio: è il postmoderno nella critica[1]. 1
Tuttavia, dopo questa premessa, Raffaeli parte alla grande e suscita molte aspettative perché il coraggio di indicare con due titoli come ‘da Gozzano a Montale' e poi 'Saba e la terza via' i primi due agglomerati di saggi, fa ben sperare. Da questi titoli, infatti, si possono evincere immediatamente due cose: che considera irrilevante il Futurismo e anche D'Annunzio in definitiva, e che legge Gozzano al di fuori della gabbia del crepuscolarismo in senso stretto. Non è poco e poco m'importa che sia un taglio molto parziale, poiché ritengo che, nel parlare di critica, la parzialità sia più una risorsa che un limite. Non siamo in fisica, dove nessuno può permettersi di fare una qualsiasi ipotesi ignorando la velocità della luce. Il problema, però, è che il critico, o chiunque voglia fare un discorso che vada oltre i singoli autori, deve sapere collocare anche ciò che esclude. Invece tale capacità viene meno con Palazzeschi, cui Raffaeli dedica una rapida citazione a pag. 23 per le sue prose buffe. Ora, non so se qui giochi un pregiudizio di tipo politico, ma Palazzeschi è davvero centrale (considerandolo anche come narratore) a patto però che non lo si legga come il poeta di 'Rio Bo' e del 'E lasciatemi divertire’ e basta; oppure tutto interno al futurismo, sul quale mi sembra assai pertinente il giudizio di Ezra Pound  che lo definiva un movimento frenetico e vorticante ma che mancava di un vero motore interiore, giudicando fra l'altro una sciocchezza il proposto di liberarsi della tradizione. I futuristi sono i veri maestri della neo avanguardia. Gozzano, Palazzeschi e più tardi Campana (che tuttavia fa un po' storia a sé), sono figure fondamentali di quegli anni per la poesia italiana, il secondo per me è più europeo di Montale, la cui fortuna inglese fu determinata dall'abilissimo Mario Praz che voleva farne il faro di una cultura italiana antifascista ma laica e liberale, da contrapporre sia alla cultura fascista sia a quella marxista. Montale gli andò dietro perché gli conveniva assai, ma piuttosto che di debiti o crediti nei confronti di Eliot, Montale ha sicuramente molti debiti nei confronti del conterraneo Camillo Sbarbaro!

'Saba e la terza via'. Anche in questo capitolo del libro Raffaeli ha delle felici intuizioni (su Penna e Betocchi per esempio), ma poi questa terza via non si intravede perché unifica nella stessa categoria poeti talmente diversi fra di loro da non poter costituire un agglomerato significativo. Mettere poi Sereni in questo contesto, è davvero incomprensibile. La grande occasione la perde secondo me con Betocchi e con Rebora. Del primo coglie l'importanza (anche se non è così grande come poeta) ma poi non ne dice il motivo e cioè che entrambi, insieme a Michaelstedter che li precede e ad Antonia Pozzi, costituiscono quel robusto (anche se piccolo) nucleo di espressionisti italiani, in sintonia con l'espressionismo europeo e in particolare tedesco (il primo Brecht, Heym), cui specialmente la Pozzi aveva guardato con grande interesse.
Certe poesie di una raccolta come 'Tetti toscani’ o ‘L'estate di San Martino' hanno la stessa forza di quelle di Heym, anche se la metrica del tedesco è più rigorosa. Certo, il contesto ambientale è diverso: Heym scrive delle ciminiere delle fabbriche e delle città annerite, dei quartieri operai degradati e del sottoproletariato urbano, mentre Betocchi ha davanti a sé lo scenario rurale di un'Italia largamente pre-industriale, ma lo spirito dei tempi aleggia più in quei testi che non nel dandy di Montale (Arsenio), perché Gozzano lo aveva già stracciato in breccia quel dandy, lo aveva consunto nelle sue splendide figure impagliate. Se si prende la descrizione del boudoir della signora nella Waste Land di Eliot, oppure certi versi del Prufrock, sempre di Eliot, essi sono più vicini alle ‘buone cose di pessimo gusto’ di Gozzano che non a Montale! E poi Rebora: per esempio questi versi da ‘O carro vuoto sul binario morto’:

/O carro vuoto sul binario morto,/ ecco per te la merce rude d'urti/ e tonfi. Gravido ora pesi/ sui telai tesi;/ ma nei rantoli gonfi/ si crolla fumida e viene/ annusando con fascino orribile/ la macchina ad aggiogarti/... 

Il meglio dell'espressionismo italiano verrà ripreso anche in certe atmosfere pavesiane di ‘Lavorare stanca’ e in altri.
Tornando a Raffaeli. La sua lettura di Gozzano è piena di felici intuizioni: ha ragione da vendere quando smaschera Sanguineti, che è il primo a rivalutarlo (verissimo), ma ne parla pro domo sua e cioè per dire in sostanza che dopo Gozzano viene Sanguineti. Però, secondo me, non coglie tutte le potenzialità e la sua lunga influenza sui poeti importanti venuti dopo, mentre, per esempio, Montale - chissà perché - ha prodotto solo epigoni. Anche Raffaeli, come quasi tutti, sottovaluta il poema ‘Le Farfalle’, ritenendolo minore rispetto ai ‘Colloqui’. È vero, in generale, nel senso che si tratta di un'opera discontinua rispetto all'altra, ma è decisivo il suo modo di guardare il ‘teatro naturale’ e non uso a caso questa espressione perché se si va a leggere ‘Acherontia Atropos’, per esempio, (la sola che viene riportata in molte antologie), ci ritrovi una combinazione di esprit de finesse e di esprit de geometrie che ritroveremo decenni dopo in Giampiero Neri e persino in Marianne Moore. Naturalmente, non sto dicendo che Moore ha letto Gozzano, questo è certamente vero solo per Neri, per lei non credo; ma c'è uno spirito dei tempi nel guardare alla natura, tale che non se ne possa più parlare e scrivere ignorando ciò che le scienze hanno detto e scritto sulla natura stessa e questo spirito si ritrova in Gozzano, in Moore e in Neri. Certo, in Gozzano c'è anche il senso dell'effimero, il culto della bellezza più caduca, dietro la quale aleggia un senso di morte che ha dentro di sé anche gli stilemi della decadenza e anche un po' di naftalina: ma quello era il suo teatrino sabaudo, non la sostanza profonda che sorregge i suoi testi.



ESPRESSIONISMO E NEOAVANGUARDIA.
di Franco Romanò

Se esiste un albero robusto che può mettere in una luce diversa molta della poesia italiana del '900 tutto intero, è proprio l'espressionismo e anche in narrativa, le opere di Deledda hanno quella colorazione e se vogliamo parlare dell'altra grande figura di antieroe novecentesco - l'uomo senza qualità -  lo si ritrova molto di più in Pirandello che non in Montale!
Non è un caso che l'avanguardia abbia cercato di appropriarsi in modi più o meno rozzi o intelligenti sia di Gozzano sia dell'espressionismo. Naturalmente Sanguineti, che è pure un fine critico, lo fa da par suo. Altri, che sostengono di essere loro i veri espressionisti perché la tinta forte e il tratto deciso, che ne contraddistinguono la pittura, in poesia sarebbero rappresentati dalla sperimentazione sul linguaggio (leggi: il significante come variabile indipendente), molto meno.

Raffaeli non risolve questo problema del tutto, sebbene lo affronti, perché esso richiederebbe di compiere due mosse assai spregiudicate.
La prima consiste nel liberarsi del tutto dell'equivoco rappresentato dall'ermetismo, che fu una costruzione dei critici per accreditare poeti che di fronte al fascismo avrebbero compiuto una scelta laterale, una specie di mossa del cavallo, ma anche un ritiro di fatto dalla scena (il ‘ciò che non siamo ciò che non vogliamo, questo solo possiamo dirti’ montaliano). La mossa è azzardata perché implica necessariamente oltre al ridimensionamento di Quasimodo, già avvenuto e metabolizzato, anche quello di Ungaretti e Montale, molto più difficile da digerire.  La sola che ha avuto il coraggio di farlo per Montale, fu Patrizia Valduga con il suo saggio dal titolo memorabile 'Né ossi né seppie'. Intendiamoci, Montale rimane un grande del '900, ma la sua collocazione sta dentro un ramo forte ma laterale che ha a che fare con il bel canto e il bel verso (Montale era un baritono e aveva una cultura musicale sensibilissima): è una tradizione che, secondo me, costituisce un ramo forte che nasce dal tronco petrarchesco e se ne hanno esempi certamente importanti nella storia letteraria patria. Metastasio, tanto per cominciare:

Pria di lasciar la sponda,/
il buon nocchiero imìta;
/ vedi se in calma è l’onda,
/guarda se chiaro è il dì.
/Voce dal sen fuggita/
 poi richiamar non vale;/ 
non si trattien lo strale/
 quando dall’arco uscì.

Anche il Manzoni del ‘Cinque maggio’ e, nel '900, Montale, Penna, Caproni, Patrizia Cavalli con la sua eleganza; certo con differenze di valore e di altezze, ma accomunati da una capacità impareggiabile di sapere cosa sia il bel verso. Bene, non dico che siano da sottovalutare, e fra i poeti del '900 Montale è certamente il più grande, ma la forza dei poeti che sanno coniugare bel verso con una certa asprezza petrosa con cui, per esempio, Rebora guarda a quel carro sul binario morto, forse ci lascia qualcosa di più.
La seconda mossa sta proprio nel separare in modo netto e senza equivoci, espressionismo e neo avanguardia, chiarendo le loro diverse origini. La seconda nasce dal futurismo e su questa paternità, ha giocato un po' anche la rimozione: dal momento che la gran parte degli aderenti alla neoavanguardia fu sempre molto schierata a sinistra, può darsi che abbia operato dietro le quinte anche un retro pensiero di carattere extra letterario, perché la parola futurismo, nel contesto nostro, è criticamente e politicamente scorretta: ma quella è la loro origine e si comprende nell'esigenza di continuare un percorso che il fascismo aveva strumentalizzato e interrotto al tempo stesso, illudendosi in questo modo di recuperare il tempo perduto. Un po' per celia, ma anche un po' seriamente, si potrebbe sostenere che i neo avanguardisti hanno pure un'altra origine nascosta: una certa ossessione per il significante, l'attenzione rivolta in modo insistente e a volte maniacale su di esso, si potrebbe leggere anche come una forma estremista di petrarchismo.
L'espressionismo è tutt'altra cosa perché non dimentica mai la tensione fra senso e suono – parafrasando Valery - evitando che il pendolo si fermi troppo da un lato o dall'altro del suo campo di oscillazione.

SULLO STATO DELLA POESIA OGGI           
di Paolo Rabissi

Sulla salute della poesia italiana attuale, corpo vivente dentro quello che altrove (nella rivista on line www.overleft.it) abbiamo definito epoca del diluvio, è possibile fare qualche riflessione. Parto anche qui dalla mia esperienza, quella vissuta nei collettivi redazionali e direttivi delle riviste di poesia alle quali ho collaborato e collaboro.
Anzitutto per dire che i grandi poeti non nascono a frotte (per fortuna!), poi che i mezzi per riconoscere un poeta di grande interesse e statura non sono poi così lontani dalle capacità di ciascuno di noi. Ma questo ora mi interessa: tutti i poeti e tutte le poete, delle decine e decine che ho conosciuto, hanno mostrato ai miei occhi di possedere abbastanza talento per scrivere una certa quantità di versi buoni in ogni loro raccolta. Una certa quantità. Variabile. Ma senza eccellenze.
Ma corre l’obbligo anche di qualche considerazione più generale. Forse non c’è bisogno di dirlo ancora, ma riteniamo anzitutto che un’accettazione acritica della massificazione dei linguaggi e dei generi finisce con l’essere organica a una indistinta ‘aura’ pseudo-democraticistica sotto la quale ogni formuletta non è nient’altro che una giustificazione a priori, una legittimazione di un prodotto letterario per molti aspetti industrializzato e mercificato. Riteniamo anche che, proprio perché il prodotto letterario è a rischio continuo di questa fagocitazione nell’indistinto e nel mercificato alla moda, l’autore è chiamato ad assumersi responsabilità maggiori che nel passato. Direi sia nel riesame critico dei generi che la tradizione ci ha tramandato sia nel movimento di ricerca di relazioni e contenuti nuovi dentro il presente.
Detto questo, in generale nella produzione attuale personalmente mi sembra di cogliere una tendenza a una comunicabilità sempre maggiore del verso. Il che tende a lasciarsi alle spalle, verrebbe da dire, i cascami del post-modernismo. Sembra in altre parole che ci si pretenda più liberi da certe gabbie. Con lo sguardo rivolto al passato dove non necessariamente, come succede all’angelo della Storia, ci sono solo rovine, con la giusta tensione verso il futuro dove non è detto che debbano esserci solo rovine di rovine.

 Dopo il diluvio, per fare qualche esempio, non crediamo che possa avere ancora campo l’inchiesta sull’ostracismo da dare o meno all’io lirico della tradizione o sulla esibizione o compressione dei sentimenti: abbiamo alle spalle una tradizione letteraria che garantisce da sé, con i suoi insegnamenti più evidenti intendo, la giusta lontananza dalla pervasività del narcisismo senza finestre da una parte e del sentimentalismo dall’altra, dalle indulgenze sacrificali al bello sublime da un lato e alle fughe misticheggianti dall’altro. Ovvero diciamo che chi oggi mette mano alla scrittura e non ha assunto sotto pelle questi anticorpi forse è meglio che lasci perdere.


Dopo il diluvio non crediamo neppure che ci possa essere molto spazio per chi affronta la scrittura con l’idea di produrre anzitutto cose belle. Come se nella ricerca della bellezza ci sia mai stato davvero il senso totale dell’essere. E quando c’è stato, ad esempio nel neoclassicismo, gli autori erano animati contemporaneamente da ideali altissimi di natura sociale e politica.

 Perché verosimilmente è qui il nocciolo della questione: in quello che abbiamo chiamato postmodernismo l’appiattimento delle scritture (e dell’arte in generale) nella serialità e nel ‘discorso’ su di essa o nel gesto estetico sempre più ricercato, è sicuramente conseguenza delle caratteristiche produttive del fordismo e della cultura e mentalità che si è portato dietro (tanto per dire: l’indistinzione angelica delle classi sociali, dei generi, delle etnie, degli orientamenti sessuali), ma è anche a sua volta causa della rinuncia a leggere con consapevolezza critica le fonti dei conflitti di cui siamo portatori nelle relazioni umane. Leopardi ci invitava a raccogliere, in nome di una socialità più franca e generosa, la sfida contro l’indifferenza della Natura: invece di farci guerra tra noi invita a unire le forze per rendere la vita umana, che a differenza della 'natura naturans' è mortale, meno precaria, meno esposta all’insicurezza e all’indigenza, più libera nelle nostre capacità creative e tecnologiche per addolcirla dall’amaro della sua brevità. Illusione forte in cui credere e tuttavia ai posteri Leopardi sembra proprio aver consegnato il compito decisivo di nominare e esplorare ogni genere di conflittualità degli umani dentro una cornice antropologica laica, al di là del conflitto tra bene e male.


Sul fronte della ricerca del bello come valore poetico, come dicevo sopra, forse è opportuno aggiungere a conclusione qualche ulteriore osservazione. Non foss’altro perché i decenni trascorsi sono lì a documentarci l’irrilevanza del lavoro poetico che abbia assegnato ai significanti importanza maggiore che ai significati, vuoi per una scelta consapevole di rinuncia al senso, a testimonianza, in qualche modo complice, della sua scomparsa dal presente, vuoi per un discutibile primato della libertà di inseguire estro e fantasia. Non soltanto cioè nelle sue espressioni dichiarate di non senso reso suggestivo dalle sonorità ma anche nelle flessioni da stream of consciousness indubbiamente altrettanto suggestive. Non è difficile reperire saggi di poesia di questo tipo in tanta poesia attuale.
 Siccome continuiamo a pensare che ogni poeta abbia diritto di aspirare all’eternità, crediamo sì che chi si attarda su queste piste la strada l’abbia già persa, tuttavia pensiamo anche che massimo rispetto sia dovuto alla creatività di chiunque. Proprio su questo ci sembra di dover essere chiari, la nostra simpatia va a quelle che Adriana Perrotta (in un suo saggio su OverLeft) chiama 'scritture antipatiche'.

 
In omaggio a non so quale spirito di naïveté, certuni si chiedono se tutta la bellezza prodotta dalle arti e dalla poesia riuscirà mai a salvare il mondo. Che domanda oziosa. La bellezza da sola non salva da niente. Per pensarlo bisogna essere ancora antichi crociani, psicoterapeuti laici e non laureati in lettere, giovani performer postmoderni. Tutti personaggi che vanno ad aumentare la già folta schiera dei pasticcioni di talento, per usare un'espressione dell'amico Giampiero Neri.
La difesa ad oltranza di queste posizioni fa appunto tutt’uno con la difesa della libertà assoluta di cui dovrebbe godere un autore. Ma è un discorso che nella concretezza dei corpi e delle persone non regge e non ci commuove per nulla. Propriamente liberi dentro questa persecuzione sanguinosa dei deboli, in questa devastazione sistematica del pianeta che si chiama neoliberismo con la sua presunta globalizzazione (che libera merci e capitali finanziari e incatena alla miseria i poveri) non siamo. Inoltre la libertà massima starebbe nella libera associazione di pensieri e emozioni che le parole in libertà procurano: devo confessare che non sono immune da quel piacere, però mi residua suggestioni e sfumature di suggestioni che si dissolvono velocemente, diletto dunque e, mi si passi il termine antico, entertainement, piuttosto simile in ultima analisi a quello di cui c’è grande abbondanza intorno a noi, infatti c’è un intero universo industriale che è addetto a procurarcene, basta che non si metta in discussione la sua unicità e naturalità. Non ci vuol molto a dire il vero a rendersi conto che la nostra tradizione ci indica anche altri percorsi. Ci dice che il diletto in sé è mezzo e non fine. Ci dice che ‘quel’ diletto significa qualcosa ma non un gran che e che quanto ci proviene dai significati è più duraturo (con buona pace di qualche amico poeta che ritiene il contrario!). Per usare ancora le parole di Giampiero Neri, il bello che sta nei significanti sta a quello dei significati come il manicaretto dello chef di grido sta a un piatto sostanzioso servito a dovere. E ci sembra di non dover rispondere a chi pensa che questa posizione bandisce dalla poesia sogno e irrazionalità. 

E chiudo con una nota sul mistero, sull’oscuro. Montale, recensendo una poesia di un giovane, non tanti decenni fa, si chiede: ma in questa poesia dov’è il mistero? Ecco: in certa poesia, invece, c’è spesso un eccesso di misteriosità, come se l’evidente mistero della vita e della morte con il quale abbiamo a che fare tutti i giorni e in ogni momento della vita non bastasse a emozionarci e a farci riflettere. In quel tipo di poesia insomma si pretende che la libera associazione di parole, incatenata con figure a incastro, sia eco di profondissimi misteri e insondabili, accessibili magari a pochi eletti.

 Il discorso è appena avviato.
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[1] Nei primi due numeri della rivista online OVERLEFT, nella rubrica Dopo il diluvio, Paolo Rabissi ed io pubblicammo nel 2009 due interventi che prendevano spunto dal testo fondamentale di Frederick Jameson sul postmoderno. A quei due saggi rimando come ulteriore integrazione al discorso di cui sopra.