lunedì 15 ottobre 2018

Umberto Simonetta: un paroliere di lusso, di Umberto Fiori

Sentiamo affini al nostro interrogarci sull’epica tutti i linguaggi che dicono il mondo reale con la parola semplice. Dico semplice, non la più semplice. Quanto al mondo reale è complesso di suo e quello che mette in mostra spesso è meno importante di quello che nasconde. Se poi si mettono in tensione parola e musica, come fa Umberto Fiori in questo articolo, lui che di buona poesia e buona musica s’intende, ne viene fuori quasi un beneficio. Del resto la metrica dà ritmo musicale al verso ma deve anche esserci una corrispondenza tra ‘tono’ e senso. Se questo avviene, dice Fiori, come nel lavoro di un paroliere come Umberto Simonetta, autore di testi per canzoni, allora siamo fuori da banalità, semplificazioni, artigianato spicciolo. Il problema nel suo caso, continua Fiori, non era solo “…quello di creare dei testi “alternativi” ai modi della canzonetta: si trattava di trovare un punto d’incontro fra testo e musica. Per farlo, non basta che il testo di partenza sia di buona qualità: occorre una solida sintonia tra paroliere e musicista”, tra quanto la musica vuole che la parola dica e quanto la parola vuole che la musica comunichi. Così come il poeta s’impegna nel creare corrispondenza tra parola e verso, tra il suono dei significanti e il ‘tono’ del significato. (P.R.)



Umberto Simonetta: un paroliere di lusso
di Umberto Fiori

Parlando con un amico, faccio il nome di Umberto Simonetta. Dallo sguardo, capisco che non gli dice molto. “Sai chi è, no? Lo scrittore, quello di Tirar mattina, Lo sbarbato, Il giovane normale…”. Niente. “Ma la ballata del Cerutti Gino la conoscerai…” “Eh! Certo! Giorgio Gaber!” “La musica è di Gaber, ma le parole sono di Simonetta. Come anche quelle di Una fetta di limone, Trani a gogò, Porta romana, Le nostre serate, Il Riccardo…”. Le accenno una dopo l’altra. “Belle! Pensavo fossero di Gaber…” “Te l’ho detto: musica di Gaber, testo di Simonetta” “Ah però, bravissimo! Mica male!”.

Oltre che scrittore e autore teatrale di successo, Umberto Simonetta (Milano, 1926-1998) è stato un paroliere tra i più originali e innovativi dell’epoca in cui nasceva in Italia quella che si sarebbe poi chiamata canzone “d’autore”.



Tra gli anni ’50 e i ’60 del secolo scorso diversi poeti e scrittori, da Calvino a Fortini a Pasolini e altri, si misuravano con la canzone (allora canzonetta). L’intento era quello di dar vita a un prodotto popolare “di qualità”, da contrapporre ai prodotti di consumo (o “di evasione”, come si diceva in quegli anni). Nel caso di Calvino e Fortini, la proposta veniva dal gruppo torinese di Cantacronache; Pasolini, invece, si improvvisò paroliere su invito della sua amica Laura Betti. Le strategie in vista di una riqualificazione della canzone erano differenti da un autore all’altro, naturalmente, ma una cosa avevano in comune: il tentativo di far riaffiorare, nei testi, quel mondo “reale” che nella canzonetta veniva rimosso, o avvolto nel marzapane di una poeticità di maniera. L’esperimento purtroppo durò poco e non ebbe seguito: messi alla prova come parolieri, gli scrittori italiani faticavano a adattare la loro scrittura alle esigenze della parola cantata. I loro testi -nati sulla pagina- messi in musica rivelavano una ruvidezza letteraria che a tratti era quasi più stridente di quella della pseudopoesia canzonettistica.



Nelle canzoni di Calvino (penso a Canzone triste, Oltre il ponte, Dove vola l’avvoltoio) la versificazione stentava a star dietro al metro musicale; in quelle di Fortini (anche la bellissima Quella cosa in Lombardia, musica di Fiorenzo Carpi) si incontravano frasi come “vanno a coppie i nostri simili quest’oggi”, che nessun parlante italiano avrebbe mai pronunciato in quella famosa realtà che doveva essere il punto d’arrivo della canzone “riformata”.

Nemmeno questi generosi tentativi riuscivano a eliminare l’effetto di innaturalezza che – in una pagina de Il giovane normale di Umberto Simonetta (1967) – l’intellettuale Nelson riscontra nella canzonetta cantata dal protagonista, Giordano:



Tic tic tic,

nell’auto c’è un tic tic tic.

Che cosa sarà?

L’accensione?

La frizione?

Il cassetto?

Lo specchietto?

(…)

O che ira ti dà

questo tic che prosegue insolente…



“Tutte quelle parole in un italiano vecchio, scolastico…” – sghignazza Nelson. Sono sicurissimo che tu Giordano non dici mai, per dire che sei incazzato: o che ira mi dà…”



Nei testi scritti da Pasolini per Laura Betti, la letterarietà della canzonetta (di cui nemmeno la canzone “d’autore” riusciva a liberarsi) viene decisamente travolta: nel testo di Macrì Teresa detta Pazzia, l’uso del romanesco produce un effetto bruciante di realtà, di genuinità. Purtroppo, la musica (il jazz di Piero Umiliani) annulla e anzi distorce questo effetto, dando alla canzone un imbarazzante sapore da telefilm americano. Il problema, insomma, non è solo quello di creare dei testi “alternativi” ai modi della canzonetta: si tratta di trovare un punto d’incontro fra testo e musica. Per farlo, non basta che il testo di partenza sia di buona qualità: occorre una solida sintonia tra paroliere e musicista, che può nascere solo da una lunga collaborazione. I poeti e gli scrittori italiani che in quegli anni accettano di misurarsi con la canzone si limitano a fornire i loro versi al compositore, senza che tra autore della musica e autore del testo ci sia un vero confronto.

Nelle canzoni che Simonetta scrive per Gaber, invece, non si avverte nessun contrasto tra musica e parole. Simonetta è tutt’altro che un paroliere mestierante: è uno scrittore, un letterato, un intellettuale; ma riesce – senza sforzi apparenti – a evitare quegli effetti di legnosa letterarietà che gravano tanto sulla canzonetta quanto sulla canzone “d’autore”.



Per capire la qualità del suo lavoro, è utile confrontare il testo di una delle prime canzoni scritte per “I due corsari” (Gaber e Jannacci), Una fetta di limone (1959), con quelli di due pezzi dello stesso periodo, Geneviève, di Gaber, e Ciao ti dirò, di Gaber Tenco e Reverberi. Ecco qualche verso di Geneviève (1959): “Quando tu/eri ancor/l’amor/Geneviève/solo allor/ la mia vita/ ignorava il dolor”. Ed ecco un saggio di Ciao ti dirò (1958): “Giurami che tu/ ami solo me/ pupa non scherzar/ voglio il tuo amore solo per me/ se no ciao ti dirò/ pupa ciao ti dirò…”. Infine, leggiamo qualche verso da Una fetta di limone, di Simonetta:



Non voglio cento sacchi

né il grano per gli intappi,

né i regalini a mucchi.

Sei ricca ma sei racchia,

per me sei troppo vecchia,

per questo non mi cucchi.

Dimmi che vuoi da me.



In Geneviève ritroviamo gli amor, i dolor, gli allor della canzonetta; Ciao ti dirò si dà arie più “moderne” (la musica è un rock), ma il suo linguaggio, che vorrebbe essere aggiornato e “giovanile”, non ha mai circolato fra i ragazzi dell’epoca: “pupa” è un termine che solo in qualche film di gangster poteva trovare spazio. Ben più credibile è il gergo con cui Simonetta gioca nei suoi settenari martellanti, inventando la contro-serenata di un ragazzotto a una “tardona”: grano, intappi, racchia, cuccare… Una fetta di limone è un crepitare leggero di rime, assonanze, allitterazioni, uno scherzo (un po’ nello spirito del rock di Boris Vian), ma le sue radici affondano nella realtà della Milano di quegli anni, la stessa descritta vivissimamente nei romanzi dell’autore.



La strategia di Simonetta, come quella degli scrittori e dei poeti suoi contemporanei che si misurano con la canzone, è quella di contrapporre la cruda realtà quotidiana alle melensaggini della canzonetta. Ma mentre nelle canzoni di Calvino, Fortini, Pasolini, la realtà si presenta nei suoi aspetti più seri, la “contro-canzonetta” del paroliere di Gaber ha una speciale predilezione per la banalità più grigia, per il terra-terra. Così, il termine whisky a-go-go, in voga in quegli anni per definire i locali notturni alla moda, diventa Trani a gogò (trani si chiamavano le osterie più squallide della Milano di allora):



C’è un vecchio barista

dall’aria un po’ triste

che si gratta in testa

poi serve un caffè

e un toast a me,

nel trani a gogò.



Ci son quattro dischi,

due tanghi una polka,

un’antica mazurka,

due mosci fox-trot,

e il twist non c’è,

nel trani a gogò.



Quello che caratterizza i primi testi di Simonetta per Gaber è innanzitutto che non si parla d’amore, com’era quasi d’obbligo nella canzonetta di quegli anni. D’altra parte, ciò che li differenzia dalle canzoni “d’autore” degli stessi anni è che non si fa nemmeno denuncia sociale. La realtà non viene sottoposta a uno sguardo critico, dall’alto: viene osservata da dentro, con un sorriso malinconico e sottilmente complice (in Trani a gogò, a parlare è uno degli avventori).



Anche nel suo testo forse più famoso, La ballata del Cerutti (1961), Simonetta gioca al ribasso. La canzone – come risulta fin dal parlato iniziale – è una parodia delle ballate folk americane allora in voga in Italia (Tom Dooley del Kingston Trio, La ballata di Davy Crockett, evocate nell’arrangiamento dal banjo), ma anche – senza dichiararlo – delle “canzoni della mala” lanciate da Ornella Vanoni e altri in quegli anni. Il nostro eroe non vive in Oklahoma ma al Giambellino, periferia di Milano e, prima che col suo titolo da bulletto (“Drago”), viene presentato molto prosaicamente col cognome e nome, Cerutti Gino.



Il suo nome era

Cerutti Gino,

ma lo chiamavan Drago.

Gli amici, al bar del Giambellino,

dicevan ch’era un mago.



Come in altre sue canzoni e nei suoi romanzi, anche qui Simonetta utilizza un linguaggio molto vicino al parlato, con sprazzi di gergo. E qui apro una piccola parentesi “filologica”. Nelle versioni in circolazione, la strofa che racconta l’arresto del Gino dopo il tentato furto della Lambretta recita così:



Ma che rogna nera quella sera,

qualcuno vede e chiama.

Veloce arriva la pantera,

e lo vede la madama.



Nella versione che ho in testa io, l’ultimo verso dice “se lo beve la madama”. La madama, naturalmente, è la polizia, e il verbo bere (utilizzato in questo senso anche in Tirar mattina: “Si sono bevuti il Berti”) significa, in gergo, arrestare. La mia versione “a orecchio” mi sembra corroborata anche dal fatto che nella strofa in circolazione il verbo vedere viene ripetuto due volte (“qualcuno vede… e lo vede…”), con un effetto di sciatteria stilistica, ma soprattutto dal senso dell’evento descritto: la madama non si limita a “vedere” il Gino (e poi andarsene, magari), ma lo arresta, come si apprende nelle strofe seguenti. All’autore non si può chiedere più nulla, purtroppo, e in mancanza di alternative il testo ufficiale rimane com’è. Pazienza. Chiusa la parentesi.



La ballata del Cerutti non è solo una parodia: anche qui, come in Trani a gogò, a prevalere sulle punte del comico è un sorriso benevolo che “salva” il Gino prendendo bonariamente in giro lui e il suo ambiente. L’umorismo di Simonetta non è mai moralistico, aggressivo: nella sua vena c’è sempre una malinconia di fondo, che emerge pienamente in canzoni come Porta Romana (1963) o Le nostre serate(1963):



Molti mi dicono

“Sei fortunato

tu che hai trovato

un lavoro sicuro,

bello, tranquillo,

interessante

e che ti rende

decentemente”.



Io penso alle nostre serate

stupide e vuote.

“Ti passo a prendere?

Cosa facciamo?

Che film vediamo?

No, l’ho già visto.

Tutto previsto.



Quello che colpisce, in canzoni come questa, non è solo l’originalità e la delicatezza nello svolgimento del tema d’amore, ma anche l’eleganza metrica. Simonetta paroliere riesce a scrivere – grazie anche alla sensibilità musicale di Gaber – un’intera canzone senza nemmeno una tronca, un amor, un dolor. I suoi versi scorrono con la naturalezza del parlato, con un effetto di genuinità, di grazia (non esibita), che a distanza di tanti anni continua a emozionarci.



.


lunedì 1 ottobre 2018

espressionismo


Nel nostro dire intorno all'epica nuova pensiamo di avere contigue anche altre forme d'arte. Avviamo qui un discorso sull'espressionismo che dopo questa breve ricognizione di Paolo Rabissi avremo modo di arricchire diversamente.
Ernst Ludwig Kirchner, Cinque donne per strada, 1913
Ai margini di Grunewald, la foresta nel sud-ovest di Berlino, c’è, appartato e silenzioso, il Brücke-Museumdedicato al gruppo di artisti espressionisti "Brücke" (fondato nel 1905 a Dresda) dei quali possiede circa 400 dipinti (insieme a migliaia di disegni a mano libera, acquarelli e opere grafiche originali). La collezione comprende soprattutto le opere dei fondatori (a memoria mia Ernst Ludwig Kirchner, Erich Heckel, Fritz Bleyl, Max Pechstein, Karl Schmidt-Rottluff, Otto Mueller, Emil Nolde).Sembra un risarcimento. I nazisti tolsero di mezzo la maggior parte delle opere degli artisti tedeschi che facevano riferimento al dadaismo, cubismo, espressionismo, fauvismo, impressionismo, surrealismo e forse ne dimentico qualcuno ma comunque tutta Entartete Kunst, arte degenerata. Non ricordo di preciso ma sembra che ammontassero a qualche migliaio le opere degli espressionisti tolte di mezzo. Insieme a quelle di tanti altri pittori furono poi presentate per il pubblico ludibrio nella mostra diffamatoria itinerante del ’37 appunto come arte degenerata. 

Max Pechstein, portatori di pietre italiani, 1924
Gli espressionisti, che di molti di quegli ismi sono direttamente e indirettamente fratelli maggiori, si presentano sulla scena europea intorno al 1905 e il loro movimento artistico culturale e politico resta vivo fino alla metà degli anni 20 quando il movimento si scioglie e ciascuno prende la sua strada anche se in pratica ben presto quasi per tutti si trattò della fuga verso Ovest.

Joanne Memmen, Revuegirls, 1928
Chi come me si trova nel bisogno di interrogare ancora le avanguardie storiche, quelle a cavallo tra belle époque e seconda guerra mondiale, ha qui un’occasione per fare il punto.  A vedere tutte insieme queste opere di un’unica corrente artistica le domande giuste vengono subito. Così a me, che non sono un critico d’arte e dipendo dalle mostre e da qualche libro, hanno acceso un po' più di luce ad esempio sulla differenza tra espressionisti e impressionisti. E ho dovuto dare una sistemata alla cronologia. Storicizzare troppo non va bene ma talvolta è necessario. L’Urlo di Munch, che è norvegese, è annoverato tra le opere espressioniste ma è del 1892. Il campo di grano con corvi di Vincent Van Gogh, che è olandese, è del 1890. Entrambi dunque, insieme a Gauguin, sono considerati solo precursori dell’espressionismo (più indietro ancora si può arrivare alle acqueforti di Goya sulle atrocità della guerra napoleonica in Spagna e addirittura a El Greco nel ‘600). E allora si capisce che l’espressionismo, che per molti aspetti è il contrario dell’impressionismo, in realtà nasce dalle sue costole, ne è un’evoluzione.

Ernst L. Kirchner, Cocottes sul Kurfurstendamm
Ma a differenza del mondo salottiero e da middle class molto pacificato dell’impressionismo francese con tutto il fascino e la joie de vivre che emana dalle sue tele, l’espressionismo punta a rappresentare la sofferenza della condizione umana ed esalta la spontaneità dell’ispirazione deformando oggetti e corpi, usando colori violenti e linee dure e spezzate, abbandonando le leggi della prospettiva, rifuggendo dal dare illusione di volume e di profondità. Un linguaggio immediato ed essenziale dalle forti tinte che esalta contrasti e conflitti dentro e fuori l’individuo (il lavoro con i suoi corollari di fatica e alienazione) in una visione drammatica e pessimistica del mondo che non ha il bello come suo fine più importante. Una differenza decisiva dall’impressionismo. Del resto Germania ed Europa sono attraversate da una nuova ondata autodistruttiva che segue ovviamente le crisi e le depressioni della produzione e dei mercati governati dal capitalismo e da stati ora non più colonialisti ma imperialisti tout court che si spartiscono il resto del pianeta con l'occupazione militare. L'espressionismo vive tra la febbre delle grandi città in crescita caotica come Berlino e gli orrori della guerra mondiale e delle sue terribili conseguenze.


Max Pechstein






Naturalmente propensi alla diffusione di massa dell’opera d’arte, gli espressionisti diedero  origine ad un fenomeno tipico del XX secolo, cioè  la pubblicazione di riviste indipendenti e autoprodotte e dunque anche all’abbattimento della frattura tra pratiche e teorie dell’arte (Kandiskij scrive su Sturm le sue teorie). Le premesse ideologiche del movimento furono espresse dal pittore Ernst L. Kirchner nel manifesto ‘Il ponte’ (Die Brücke), poi organo del movimento divenne la rivista Der Sturm che animava anche un teatro, una galleria e delle serate di poesia espressionista, le Sturm-Abende. Peraltro l’espressionismo non riguardò appunto solo le arti figurative ma anche letteratura, musica, teatro, architettura.








George Grosz, nato a Berlino nel 1893, passò attraverso l'espressionismo e poi il futurismo, il dadaismo e infine la Neue Sachlichkeit. Scrisse anche in poesia. Per gli espressionisti il caffè era, come per dadaisti e futuristi, il luogo prediletto nella città. Riporto qui una sua lirica scritta nel 1916-17 nella quale filtra, attraverso le impressioni caotiche di un ubriaco, la vita movimentata della grande città.





Cognac, Whisky,  Punch svedese,
G. Grosz
vedo maschere orribili!!
Sono allacciato da collane coralline di teste rosse
- oh il cielo come è vicino -
E angeli incessanti sono scesi dal soffitto.
Suonano i pifferi
Ora - tanta nostalgia del negro -
Hanno denti verdi E quà e là han perso il bronzo.
I lampioni del gas sono palloni, gettati da qualcuno nell'aria
E pendono come scemi
- sempre negli stessi luoghi -
Sono come un bambino in migliaia di Luna Park
e come pellicole, il film
gira rosso e giallo
e i tavoli cambiano colore e forma
e se ne vanno a spasso
in mezzo alle grosse gambe delle signore e alle vesti bianche.
Uno gira in continuazione.
Il mio tavolo è un pezzo ovale di marmo
- i circoli diventano uova -
e le note fanno come una gragnuola di pallini piccoli buchi nel                                                                                                       mio cervello.
Gli angeli di gesso sono svaniti,
Dice che sono al primo piano a giocare a biliardo
 - un marco per un'ora!! -
Cameriere!! - per favore dell'acqua di selz -
Sono una macchina, con il manometro rotto -!
E tutti i cilindri giocano in tondo -
Vedi: siamo tutti quanti nevrastenici.
                                       (G. Grosz, Kaffeehaus, a cura di D. Schmidt)














sabato 22 settembre 2018

L'indicibile sottratto al nulla in Bicocca


Riprendiamo il viaggio:
A un anno e tre mesi dal primo convengo di Milano il 10 giugno 2017 e dopo tre presentazioni a Reggio Calabria a Buenos Aires e ad Anoia, torniamo a Milano il prossimo 29 settembre alle ore 9.30 presso la Libreria Franco Angeli alla Bicocca, Piazzetta ribassata davanti al Teatro degli Arcimboldi (MM5 – Bicocca; Bus 87; tram 7 – fermata Arcimboldi) – Ingresso libero

Dal risvolto di copertina:
Nasce sulla riva dei Caraibi questo progetto, mentre una palenquera mostra i suoi frutti al sole. Convergenza di poesia e psicoanalisi in due lingue e attraverso due continenti. Torsione di corpi che donano gusto allo scritto. Cortesi usignoli collocano un accento qui e un altro più in là, testimone un possibile lettore. Un giorno, poeti, musicologi, antropologi, letterati e psicoanalisti, amanuensi di spighe e sudori, di mari e tristezze furono convocati. Incontrarsi e ritrovarsi per nominare la lettera che giunge a toccare l’oscurità, che attraversa le paure e avvicina il brindisi del vino che saluta la luna. Questo libro è anche un lavoro di traduzione di perdite e di allegrie.


martedì 6 marzo 2018

Veglia Europa di Franco Romanò



Di Eva Gerace

Questo libro aperto tra le mani, lo giro, lo chiudo e ritorno ad aprirlo. Domande, solo domande, da dove iniziare?
… e se lo prendo come se fosse una seduta? Cosa mi vuole dire? Chi parla?
Schermo in bianco… ascolto la prima frase: Veglia Europa.
Un’immagine emerge subito: Europa sul lettino. Il suo uomo-toro, a fianco, appare subito nel racconto.
Parla lei e io penso: chi c’è sotto il lettino…?
Come ogni seduta analitica mette in scena una storia straniante, includente, teatro tragico, in principio, talvolta comica. L’interpretazione chiama poesia.  
Silenzio. Orecchi aperti. Come direbbe Adorno: “saper pensare con le orecchie”, per far sì che la parola, il corpo della parola emerga.
Europa parla, emette una sequenza di versi. Parla per sapere: che cosa voglio? Chi sono? Parole enigmatiche anche a lei stessa. Come fare se la tenuta della parola è sempre scivolosa, fatta di arbitrarietà, indeterminatezze, imprecisioni, ambiguità… carme.
Chi è Europa. Chi è quest’Europa che si deve vegliare? O… svegliare?
Veglia sostantivo femminile. Fa riferimento alle ore notturne. Lunghe ore di veglia o fare la veglia a un defunto, anche una veglia danzante!
Un’intera nottata. Ungaretti nel porto sepolto. Poesia di guerra, Prima Guerra Mondiale. Il poeta, avverte la presenza della morte nella vita umana, reagisce: Scrive le sue lettere piene d'amore e celebra la forza della vita. Europa mi fa ricordare lui.
La condizione di vegliare è stare sveglio.  
Mancano parole per rappresentare la realtà, ma queste possono scavare un buco nella realtà. Differenza tra quello che si vuol dire e quello che si può capire, tra quello che pensiamo di essere e quello che siamo.
Europa, sdraiata sul lettino, parla. Impara ad ascoltare le sue parole come se arrivassero da un estraneo. Incertezze, fino a che arriva un’altra domanda, indispensabile: Qual è il mio desiderio? Lei già sa che una scintilla di desiderio, sostenuto eticamente, può cambiare la posizione soggettiva di un soggetto e anche quella di una piccola o grande polis.
Le difficoltà si possono presentare in forme apparentemente diverse, ma c’è qualcosa che insiste... sia in Europa, in America, in Cleopatra, nella Sfinge, in Malinche, nel maggio del ‘68, nella Londra del ‘69 o negli anni ’80…
Ci sono tre lune nella segreta casa, evoca Europa, la seconda lacera il mantello del lago, ricordo il tango: la luna en los charcos, canyengue en las caderas/y un ansia fiera en la manera de querer[1]...
Le ferite dell’amore, della vita, della morte, si possono riflettere sia sul mantello del lago sia en los charcos. Europa ha intenzione d’imparare a navigare e sostenere le sue scelte.  Può così svegliarsi.  
Non scrivo su ordinazione della storia neppure mi ritiro dall’agone… Osservo ciò che accade, trattengo l’alone di ogni evento il sogno che lo fece nascere prima di ogni distorsione. (Franco Romanò, L’epoca e i giorni).
Naviga o cammina, è essenziale la recita. Si alleggerisce. Quando dalle guerre e dalle invasioni lei può parlarne. Ci sono momenti molto intensi, Europa si sorprende con un lampo de verità che illumina un’associazione inedita: A Roma contavano le monete/i senatori. Momento di scoperta, non più eludibile.  
Il tempo è una questione complessa, affrontato dai fisici, dagli scienziati, dai filosofi, dagli artisti e anche dagli psicoanalisti…
E, finisce una seduta, dicendo quindici marzo e inizia la successiva con: il 20 marzo… Così comincia il racconto dei funerali… un’altra volta il tempo. “Il tempo non sembra trascorso e marzo è ancora gentile”.
L’artista precede lo psicoanalista. L’artista è colui che riesce a raffigurare quello che risulta di più orroroso al semplice mortale. Coraggiosa scelta, arriva fino fondo, non senza angosce e tremori, e le storie diventano un canto.
I suoi racconti mi fanno partecipare a diverse scene teatrali.  Lei con il suo abito regale. Dea o regina? O schiava? Ancora non lo so.
Da quegli avvenimenti impossibili da nominare, dove non solo le palme si piegano, a quell’invasione, muta ma fragorosa, può, nella sua lingua nascondere nelle pieghe della gonna memorie di sangue e anche, un prezzo pagato di notte. Morte e sesso, ovunque, si ascoltano nelle radici di quasi tutte le angosce.
Sfiora quei litorali fuori senso e fuori tempo, colpendoci all’improvviso. Difficilissimo da sopportare è qualcosa che prende forma e fa soffrire nel corpo e nella Psiche, è sinistro quando ancora non si riesce a fare a meno, e si ripete e si ripete… Europa, Malinche, ripetono storie di servitù… e conquiste!
Parole, storie, da un tempo chiamato “lontano”, s’intrecciano con scene di oggi, come nei racconti di una seduta.
Nomina uno stile anglosassone… ricorda che loro hanno le donne in comune, vivendo in gruppi di dieci o dodici, e le difficoltà attuali case ipotecate e mutui per la scuola dei figli. Subito il Nilo fa dire di un viaggio durato dieci settimane.  Dici settimane d’amore. L’oracolo parla e la Sfinge guarda.
Cleopatra o Malin, sono nomi. Europa non ci dice se il contesto è vivo o morto, sappiamo solo che è presente. Lei nomina l’ultimo Alessandro e ci conferma questo passaggio delle storie tra ieri e oggi. E, mi sorprende come della storia fa arte poetica, impara a gettare il cuore in campo avverso/legato al filo di parola.
Continua i suoi racconti. Avvenimenti lontani e vicini… assomiglia a Tita Merello che al son de un bandoneón evoca París con Puente Alsina[2].
Anche Chiamamanda Adichie parla due lingue e scrive in Africa sulla birra allo zenzero e denuncia i pericoli di conoscere “una storia sola”. Una sola versione della storia è legata al potere. Toglie la dignità del singolare. Non c’è una sola maniera di leggere, raccontare una novella personale, neanche quella dei popoli.  
Europa fa versi con il passato, rinforza le diversità, e mi fa scoprire che da lì, da qualcosa che si sta vegliando, si può trarre una musa. Europa, Cleopatra, Malin, parlano di vicende, d’amore e di ferite.
Lei mi sta indicando che la donna, in veglia, non può continuare ad aspettare. Mi fa leggere le diverse possibilità che ha una donna per svegliarsi, che deve svegliarsi, forza non le manca.
Lei sta facendo un profondo lavoro sulla femminilità. 
E continua a raccontarmi che lei è principessa, e che senza sapere come è successo, Zeus la conquista quando la vede in spiaggia, con il suo bikini a pois, lui s’invaghisce. Poiché ha tutti i poteri si trasforma in un bellissimo toro. Fanciulla per niente intimorita Europa gli sale sul dorso. Zeus la rapisce attraversa il mare e la trasporta a Creta dove lei è la prima principessa del luogo.

Il mito di Europa da sempre rappresenta le migrazioni e l’intercambio di culture, le grandi trasformazioni sociali e culturali.
Il potere della parola poetica ha la sua efficacia. Europa soffre, è angosciata, chiede aiuto.
La parola, oceano nostro, è un mare pacato/Europa contempla le spiagge dei laghi ghiacciati/la foce dell’Elba. È dolce/invecchiare alla luce del Nord/al sole che resiste/alla tenebra glaciale/oppure si oscura e protegge/il più intimo fuoco.
Respira, lotta con chi la vuole globalizzata, soggiogata. Lei vuole essere diversa. Poetizzare istituisci le differenze.
Vuole il risveglio, è convinta che il destino umano sia questo. “Ogni tanto”, continua, con la sua voce appena sveglia, “sono rari questi momenti di grazia, ma mi permettono di sognare un nuovo sogno, questo nuovo senso che la vita ha”.
Europa, non vuole più veglie per l’altro. Sveglia per ricevere lo straniero. Si domanda, “il mio posto? Qual è il mio posto...? (lunga pausa) C’è sempre in me un posto che resta straniero, non del tutto capito, uno spazio che mi libera, penso di prendere un desiderio… e questo svanisce nella sua realizzazione, e un’altra volta sbuca lo spazio…”.
La sua voce ha una nuova risonanza, cadenza, sonorità. La voce è luogo di risveglio, la voce del poeta ha questo compito.
“Il desiderio è un’attività latente e in questo si rassomiglia alla scrittura: si desidera come si scrive, sempre[3]”.  
Gli artisti, con le diverse modulazione della loro voce, possono portare all’acme.
E oggi Europa arriva con la storia de los Conquistadores.

Reina en campo enemigo, esclava en campo amigo, dondequiera mujer, ve desfilar princesas aztecas a su lado/los grandes de España, desparecer los hermanos y disuelto el vínculo divino y el otro más concreto/deja a Hernán Cortés una gloria claudicante/confía al canto oblicuo en tercia lengua esperanza/irreducible de sentido. Mueve señales al sol modulando sobre el teclado del abanico/el canto de sus dioses, se confía al tiempo/ Vive en el vuelo del colibrí/en la mirada del águila y del cóndor, su nombre resuena en las fábulas ahora/que todos se han ido/vigila velada el corazón de la selva.
Tornate a celebrare il vuoto che respira. (Franco Romanò, L’epoca e i giorni).
Los nombres descuadernados en abanico como un carnet de baile/los idiomas diversos, el silencio/¿Alguien preguntó, alguna vez, cómo te llamas?/Si sucediese responderías otros: Malin, Malinalli, Malina,/los españoles escucharon Marina…/Y después Malintzin, signo de nobleza y distinción/Palabra y sello aterraban/a los embajadores de Monteczuma: así protegida del espanto, deslizabas sinuosa/en el breve silencio de guerra/la barra del timón siempre derecha: descifrar, traducir, esquivar/la palabra peligrosa para ella, la vida por salvar para proteger otra/su hija: sus grandes juegos/no se ocupaban de tales naderías.
“Gli altri no, io sì”, dice Europa, in prima persona, il valore di velare i giochi di mia figlia, e delle donne che verranno e dovranno passare, ognuna, senza garanzia, (anche l’uomo!) questo compito: Costruirsi il nome proprio.





® Le parole scritte in corsivo che non hanno un riferimento sono tratte dal libro Veglia Europa di Franco Romanò, “plumelia” edizioni, 2017.


[1] Tango El Choclo (la pannocchia di mais). Di Angel Villoldo (1864-1919). Famoso tango argentino detto della «Guardia Vieja».  Il debutto di questo tango è stato il 3 novembre 1903. Por tu milagro de notas agoreras, nacieron sin pensarlo, las paicas y las grelas, luna de charcos, canyengue en las caderas, y un ansia fiera en la manera de querer… (Dalle tue note son nati per incanto le donne forti e prepotenti e le donnacce, la luna nelle cavità, il canyengue nei fianchi, e un'ansia fiera nel modo d'amare). 
[2] El Choclo: Carancanfunfa se hizo al mar con tu bandera y en un 'pernó' mezclo a Paris con Puente Alsina, (Caracanfunfa attraversò i mari con la tua bandiera, e in un "pernod" mescolò Parigi con Ponte Alsina). https://www.youtube.com/watch?time_continue=4&v=KMiGOEwKSZM


[3] Marguerite Duras.

domenica 4 marzo 2018

La calda Storia di ‘Veglia Europa’ la nuova raccolta di versi di Franco Romanò, “plumelia” edizioni, 2017


di Paolo Rabissi

Ciò che anima in maniera decisiva questa nuova raccolta di Franco Romanò è la tensione etica, irrinunciabile per lui quanto l’esigenza di scriverne in versi. E’ una tensione che è già evidente nel titolo Veglia Europa su cui torno fra poco.

Questa tensione etica del poeta si manifesta sin dai primi versi del poemetto L’ultimo Alessandro, che apre il libro, c’è qui una sorta di dichiarazione di poetica anche se apparentemente il poeta sta parlando delle caratteristiche della lingua latina di Cesare  (l'incipit del poemetto l'Ultimo Alessandro, con cui la raccolta comincia, riporta le prime righe in latino del De bello gallico):
La lingua limpida, il dettato
che non liscia la storia
anzitutto dunque linguaggio limpido, nessuna concessione ad artifici retorici, a metafore eleganti, ma anche nessuna rinuncia a posare lo sguardo sul male della storia, questa è la cifra che a mio parere lega tutti i poemetti.

Ho detto nessun artificio retorico ma è vero fino a un certo punto, ce n’è uno in particolare ed è l’uso del presente storico, proprio alla latina come fa Giulio Cesare, ne viene come effetto che il lettore in certi momenti si ritrova immerso  nel proprio presente mentre di sicuro fin lì si trovava nel passato, valga come esempio proprio nella prima poesia a pag. 18 dove, parlando delle condizioni della plebe il poeta dice

molti essendo oppressi dai debiti o
dal peso delle tasse
o dalla prepotenza dei potenti,
si offrono schiavi ai nobili,
ipotecano le case, accendono
mutui per la scuola dei figli
cadono nella tresca usuraia
[…]                              …affollano
le strade fuggendo da guerre…


Ecco, la narrazione storica è improvvisamente diventata un richiamo del poeta al fatto che l’Europa dopo più di duemila anni è afflitta nonostante la sua lunga storia di civiltà dagli stessi mali legati alla violenza del potere, il lettore viene avvisato del passaggio dall’uso del corsivo, legato al passato, che si fa per il nostro presente normale.
Dunque sembra proprio così, linguaggio e tensione etica fanno tutt’uno nel verso chiaro ma secco che segue un proprio ritmo interiore, di misura breve o più lunga ma sempre a ridosso della sua  tensione empatica verso le sorti della vecchia Europa.

Torniamo allora per un attimo al titolo perché dobbiamo scoprire qualcosa in più.
A nessuno sfugge che si tratta di un titolo che offre molteplici soluzioni di senso, io ho finito a dire il vero col fare una torsione grammaticale di cui provo a dare ragione.
C’è una parola antica ormai caduta in disuso, e comunque di uso solitamente poetico, un aggettivo sostantivato che è Veglio, lo usa Petrarca, lo usa Dante. Dice Dante appena messo piede nel Purgatorio
Vidi presso di me un veglio solo
degno di tanta reverenza in vista
che più non dee a padre alcun figliuolo 
(siamo nel Purgatorio, si tratta di Catone nemico di Silla e poi di Cesare, piuttosto che cadere sotto la tirannia di quest’ultimo si uccide).
Ora veglio vuol dire vecchio, deriva da vetulus, da quel latino con cui Franco Romanò inizia il suo viaggio.
Mi piace allora interpretare, forse al di là delle intenzioni dell’autore, veglia Europa come vecchia Europa.
A legittimare la mia scelta del resto soccorre bellamente  l’emistichio Europa è vecchia dell’ultima poesia.
L’Europa è vecchia ma si tratta di una vecchiaia degna di reverenza e amore come nel caso del Veglio che compare a Dante.
Se leggiamo infatti il resto della poesia l’immagine di Europa che ce ne viene è quella di una signora attempata che racconta la sua storia così lunga e complessa ad una platea di uomini appesi alle pipe e alle labbra di lei per rivivere vecchie battaglie e fastosi trascorsi.
Ma non basta questo per il nostro ragionamento, occorre aggiungere la connotazione etica, infatti Europa è degna di amore ma
non può più celare sotto un manto di
facile oblio quel che lei sa
sorseggia distratta ed il rosso
è solo ricordo presagio
di sangue
Europa, ecco il dettato che non liscia la storia, non deve rimuovere quanto la sua storia grondi di sangue e violenza.

Questa nuova raccolta di versi di Franco Romanò è un invito amorevole ma senza lisciate ad attraversare picchi significativi della storia d’Europa, un invito attento al dettato severo della storia, quello che nelle vicende sciagurate dell’umanità cerca un senso non effimero o banale  e magari anche i segni di un riscatto ancora possibile.
La raccolta parte da Giulio Cesare, ultimo Alessandro, fino a coinvolgere il nostro recente presente con la caduta del muro di Berlino.
Un materiale incandescente in cui poesia e storia, memoria e storia s’intrecciano in quella che vorrei chiamare la calda storia.
Una storia calda appunto della tensione del poeta che interroga
le grandi passioni di uomini e donne, le relazioni d’amore nell’intreccio con il potere, e i sogni rivoluzionari.
Calda perché lo sguardo del poeta indaga oltre le ragioni della grande storia.
la storia deve mettere punti
e virgole, timbrare documenti
e testimoni, stampare i nomi
perché tutto infine si plachi
nei libri
il poeta in questo senso è più libero dello storico, perché è vero che la storia non è più solo quella dei vincitori ma fa ancora omissioni e non sa guardare negli angoli.
proprio negli angoli
bisogna guardare per vedere bene
dice nella poesia intitolata ‘Deportati’

Così il poeta coglie Cesare e Cleopatra in un viaggio sul Nilo che dura dieci settimane e le ore d’amore si alternano ai progetti di  spartizione dell’impero prossimo venturo.
Ci racconta la storia di Malinche, nobile azteca divenuta schiava e poi amante di Cortes e la storia di Guido Picelli, un rivoluzionario che parte dall’Italia e attraversa tutta l’Europa da Mosca alla Spagna inseguendo il suo sogno rivoluzionario.
A tratti lo sguardo del poeta si fa attonito nel constatare la miseria della storia: è il caso di ‘Conquistadores’, il secondo poemetto della raccolta: a cosa è servita tanta violenza e crudeltà , tanta astuzia del potere, ai conquistadores spagnoli sulle popolazioni indie visto che i vinti di un tempo sono ancora qui nel presente?
il messico è pieno di conchiglie e teschi
di spagna… ma dappertutto si guardi
si vedono indiani viventi:
dove sono i conquistadores?  
Forse l’animo più turbato e commosso di fronte alle violenze degli eventi storici il poeta lo svela quando deve farsi testimone della caduta del ‘sogno profano’ quello che partito dalla rivoluzione d’ottobre sembrava destinato ad aprire una nuova era in cui riscattare millenni di oppressioni e violenze di classe.
Qui il poeta si ripiega su se stesso perché la sconfitta ha finito dopo aver sfiorato la libertà col rendere di nuovo il poeta simile al goffo albatro incapace di volare oggi a causa di gabbie nuove più sofisticate e invisibili. Così nell’ultimo poemetto ‘1789-1989’ in un crescendo fortiniano:
Il poeta della storia è un albatro
di nuovo ai ceppi imprigionato.
Scrivere un diverso statuto
sulla dura pietra di una fabbrica
richiedeva tempo e qualcosa di più
della fratellanza, del pane insieme
compagni…
La poesia tuttavia va oltre.
In quest’ultimo poemetto il sogno profano fallito non basta a impedire al poeta di riprendere il suo cammino periclitante in un paesaggio desertificato, tra mille incertezze ma nella consapevolezza della possibilità di un altro diverso percorso:
ma il sarto di Ulm continua a tornare
nei sogni,nel balenio improvviso
e risveglio dal sonno totale,
a dire che sì, si può
imparare a volare.
E dunque possiamo concludere anche noi, quella tensione etica che abbiamo detto attraversare sin dall’inizio questi versi non è nient’altro che la tensione della poesia con le sue ragioni e i suoi sogni.