martedì 22 novembre 2016

Colti e Semicolti



COLTI e SEMICOLTI.

di Franco Romanò

Rispondo sia a Ennio Abate sia a Paolo Rabissi, contento prima di tutto che il dibattito decolli. Ad Abate, come premessa e prima di affrontare le due argomentazioni forti del suo scritto, dico che la mia contrapposizione fra le due tradizioni letterarie italiane (ma ce ne sono più di due) era poco più di una ritorsione retorica e polemica a certe argomentazioni comparse qui e là su giornali e in rete, di cui normalmente non mi occupo ma che in questo caso mi sembrava utile riprendere. Le tradizioni, comunque, hanno la loro importanza, sebbene quello che è più interessante per me è proprio dove esse s’incontrano e si scambiano registri e sollecitazioni. C’è un Dante espressionista ante litteram che ha influenzato assai Pietro Aretino e anche il ‘900, per esempio, anche se rimangono distinte le loro appartenenze. Fra l’altro, proprio la modernità è stata il terreno su cui colto e popolare, folklore e cultura alta si sono mescolate. In questa contaminazione si fa strada quello che entrambi avete chiamata un’area semicolta che è anche per me quella cui bisogna guardare, sia per appartenenza, sia perché mi domando dove sia quella colta colta.
La cultura di massa, proprio per la sua inevitabile natura pervasiva e anche divulgativa, ha avuto come effetto e contraltare di lungo periodo l’aumento dell’ignoranza relativa degli intellettuali che può assumere sia le forme della tuttologia (in questo senso le recenti performance di Recalcati un po’ ovunque sono un esempio tragicamente esilarante), oppure quella della superficialità da rotocalco. Un‘affermazione come: “In fondo Fo era solo un attore” dimenticandosi che un attore e capocomico era pure un certo William Shakespeare, è affermazione colta, semicolta o che cosa? In altre parole i Grandi Intellettuali di cui parlava Gramsci nei Quaderni e che potremmo accogliere come un altro modo di nominare la cultura più colta o alta, non esistono forse più o sono un retaggio di tipo squisitamente umanistico e non nel senso migliore del termine; nel caso delle scienze, poi, contano le èquipe, sia che appartengano alla cosiddetta Big Science sia che no.   
Fatta questa premessa vengo ai due argomenti forti di Abate quando afferma:    
     Non vedo, cioè,  né in Fo né in Dylan «la commistione fra popolare e colto» che tanto infastidirebbe i loro denigratori, che si sentono sacerdoti della Letteratura o della Poesia. Perché non li vedo *colti* ma semicolti. Mi spiego: Fo  recupera e usa nel suo teatro un tradizionale immaginario popolare letterario ma non ha mai mostrato di possedere la cultura industriale e marxista di un Brecht;  e Dylan valorizza la cultura di massa del tutto estraneo (e credo ignaro o indifferente) alla critica che ne fecero Benjamin e Adorno.
Parto dal merito e da Fo. Come Paolo Rabissi, ritengo che Mistero Buffo, la dissacrazione dei Vangeli e l’uso che fa degli Apocrifi, nel contesto culturale italiano, siano fortemente emancipatori. Inoltre, l’invenzione del  gramlot, questa lingua popolare, maccherònica, capace di mescolare arcaismi e dialetti, alla fine diventa una meta lingua teatrale di grande efficacia che può valere anche per contesti che vadano oltre il mondo contadino di cui parla Abate. A questo aggiungerei la sua capacità di fare incursioni nella storia (Joan Padan alla descoverta delle Americhe) e, ancor più, la capacità di aggredire in presa diretta certi eventi politici e trasformarli teatralmente: Morte accidentale di un anarchico. Mi convince di meno nei suoi monologhi su Agostino piuttosto che Caravaggio e altri. Non mancano nella sua opera, anche brevi ma efficaci incursioni nel mondo operaio anche se in questo caso il merito, sia nella scrittura dei testi, sia nella recitazione è di Franca Rame: mi riferisco ai monologhi e ai dialoghi di Parliamo di donne, anche se concordo sulla sua relativa lontananza dal mondo e dalla società industriale. Non credo, tuttavia, che gli fosse estraneo Brecht, penso piuttosto che la sua coerente adesione alla Commedia dell’Arte lo portasse a dare minore importanza ad altri elementi.
Il caso Dylan è del tutto diverso. Egli è certamente un intellettuale della musica, ma non credo vada molto oltre questo; tuttavia nei suoi testi ha avuto una capacità straordinaria di abbracciare molti mondi e attraversarli in presa diretta. Per quanto io sia molto spesso critico nei confronti dell’americanismo deteriore e modaiolo, bisogna anche stare attenti a non peccare di eurocentrismo: Gramsci, che io metto al vertice, Benjamin e Adorno sono certamente importanti per il nostro pensiero critico, facendo anche qualche distinguo, ma credo che siano poco rilevanti (se non il primo, ma maggiormente in America latina) nel contesto americano.
L’argomento finale di Abate e cioè la necessità di tenere conto della critica della cultura di massa lo condivido in pieno e quindi se ho dato nel mio scritto la sensazione di contrapporre cultura popolare e semicolta a cultura alta, correggo subito il tiro perché non è quello che penso. Condivido anche quello che Abate afferma nel commento ulteriore pubblicato quando si richiama anche alla sua esperienza di laboratorio Moltinpoesia. Partendo quindi dalla concordanza con quanto affermato, mi pongo se mai un interrogativo: come farlo in modo positivo in questo tempo di post modernismo dilagante? Quanto e in che cosa ci possono aiutare ancora Gramsci e gli autori citati anche da Abate nel farlo? Secondo me c’è una sola strada: guardare dappertutto ed entrare nel merito. La prima espressione va presa alla lettera, ma dentro una distinzione rispetto al post modernismo. Quest’ultimo non riconosce più alcuna differenza fra alto e basso, popolare e colto perché omologa tutto eliminando la categoria del giudizio critico. Guardare dappertutto non significa dunque che tutto è uguale a tutto, ma essere consapevoli che il valore di emancipazione di un‘opera o di un autore possono vivere in alto in basso e nel mezzo, per cui può anche capitare che persino lo Strega riesca a premiare un libro importante e bello come La scuola cattolica di Edoardo Albinati. Entrare nel merito, assumere la categoria del giudizio come responsabilità imprescindibile senza timori reverenziali e partendo sì dalla propria appartenenza di area, ma nel rifiuto delle gerarchie che, del resto, non si sa più da chi stabilite. Io penso che in questi anni alcuni di noi compreso Ennio Abate lo hanno fatto e lo stanno facendo, per cercare di uscire da quello che è per me l’aspetto più negativo del post modernismo (che io vedo proprio come raddoppiamento ideologico della fase neoliberista che stiamo vivendo) e cioè il suo indifferentismo e la sua falsa democraticità.          

lunedì 14 novembre 2016

Ennio Abate risponde sul Nobel a Bob Dylan

Caro Paolo, 
rispondo brevemente e schematicamente alla tua sollecitazione. Ho seguito tiepidamente la discussione sui giornali analizzata invece in modo abbastanza appassionato da Romanò. Non per snobismo, ma perché, pur riconoscendo lo «strappo» dell’Accademia svedese prima con Fo e ora con Dylan o sorridendo per il «livido silenzio di poeti, narratori e critici dell’establishment» o le loro «reazioni scomposte», a me pare che  la questione non stia nel  conflitto gerarchico tra generi (letteratura/teatro nel caso di Fo; poesia/canzone nel caso di Dylan). Secondo me, Romanò  prende troppo sul serio  questo conflitto (che per me è di superficie) e allo snobismo arrogante dei sedicenti  difensori della Letteratura o della Poesia contrappone l’altra tradizione o l’altro canone: quello di Aretino, Ruzante, la commedia dell’Arte, Goldoni, per dire che anch’essi essi « fanno parte della letteratura italiana» a pieno titolo, come Dante, Petrarca, etc. Come Fo ai nostri giorni. Oppure cerca di trovare quarti di nobiltà  per Dylan risalendo all’«epoca classica arcaica» quando « la poesia era sempre accompagnata dalla musica»;  o ricordando  che – dopotutto - « Dylan ha scritto anche poesie vere e proprie, cioè testi che non erano destinati a essere musicati ma a rimanere tali».  
Io  forse mi attardo solitario  ancora su  posizioni di ascendenza marxista e fortiniana, ma, indipendentemente dai generi (e quindi dalla loro apparente neutralità e  anche dalle gerarchie che persistono e vengono difese in certi ambienti accademici conservatori ed elitari), porrei un’altra (superata?)  questione: il valore critico verso la cultura oggi dominante (che si serve sempre – ricordiamocelo -  sia delle forme elitarie che di quelle di massa o ex-popolari) o il valore emancipativo di un’opera da quale autore viene oggi raggiunto? 
Se riteniamo che tale valore sia oggi rappresentato dall’opera di Fo o di Dylan, bene, li si premi. A me non scandalizza affatto che quel valore possa essere espresso nel genere del teatro o in quello della canzone (o della poesia/canzone). Questo valore mi preme accertare. Non mi importa se viene espresso nella forma artistica a cui io sono più addestrato o che per formazione padroneggio di più. 
A questo punto, però, devo dire le mie attuali  riserve – correggibili con un’analisi più approfondita, ammesso che trovassi il tempo per farla - nei confronti sia dell’opera di Fo, che conosco un po’, e  sia dell’opera di Dylan, di cui so pochissimo. Se il valore critico ed emancipativo dell’opera di Sartre mi era evidente, non altrettanto – sottolineo: questo vale soltanto per me -  lo è nel caso di Fo e Dylan. 
A me è sempre parso che il teatro di Fo recuperasse una tradizione popolare ma di un mondo arcaico e contadino, ma che il suo teatro non riuscisse  ad “attualizzarla” e a fare i conti con i rapporti di potere che contraddistinguono le società industriali (e ora  post-industriali). Le quali hanno demolito il popolo e l’hanno sostituito con le masse. Varrebbe per Fo la critica che Asor Rosa a suo tempo fece con «Scrittori e popolo» a certa letteratura. O quella che mosse Fortini al Pasolini invaghito del “popolo” delle borgate romane.  Quanto a Dylan, nella mia ignoranza, potrei anche ammettere, con Romanò, che interpreti « lo Zeitgeist, lo spirito dei tempi». A patto però che sia chiaro una cosa: si tratta dello “spirito della società di massa”.  Non vedo, cioè,  né in Fo né in Dylan «la commistione fra popolare e colto» che tanto infastidirebbe i loro denigratori, che si sentono sacerdoti della Letteratura o della Poesia. Perché non li vedo *colti* ma semicolti. Mi spiego: Fo  recupera e usa nel suo teatro un tradizionale immaginario popolare letterario ma non ha mai mostrato di possedere la cultura industriale e marxista di un Brecht;  e Dylan valorizza la cultura di massa del tutto estraneo (e credo ignaro o indifferente) alla critica che ne fecero Benjamin e Adorno.
Un caro saluto
 Ennio

Paolo Rabissi
Ti rispondo con qualche osservazione, Romanò, al quale ho inoltrato le tue note, ti risponde a breve, probabilmente direttamente nel blog.

 1) Valgano ‘solo per me’ anche le mie note, anche se forse ho qualche conoscenza in più dei due in questione. Entrambi per me hanno rappresentato con la loro opera migliore un valore di critica verso la cultura dominante (cioè in definitiva emancipativa). Senza scendere in particolari, rammento solo per Fo la dissacrazione dei Vangeli in un’Italia clericale e fascista e per Dylan la raffigurazione del salariato precario (Maggie’s farm). Per me sono stati ‘conti’ fatti con i poteri dominanti e la loro cultura predatoria, sul versante del mondo più contadino per Fo, su quello fordista per Dylan.

2) Sì, siamo sul versante della cultura di massa, cioè dei semicolti tra i quali mi ci metto perché questa è la mia origine e nonostante le tentazioni non sono mai diventato tuttocolto.
Voglio dire che la cultura di massa ha in sé abiezioni. Ma ne ha anche quella colta. Ognuno parli dal versante che gli è proprio. Chi s’interroga tra i colti è per me degno dello stesso rispetto di chi lo fa da semicolto. Ma se ogni tanto si premiano quest’ultimi il senso anche per me è quello di una resistenza, di una opposizione alle abiezioni invadenti della cultura di massa, di cui fanno parte quei sacerdoti esaltatori della cultura colta che hanno dimenticato le proprie origini e contro i quali Romanò dice cose sin troppo tiepide: sono loro che inquinano la cultura di massa che va aiutata a esprimersi in maniera semicolta, non cortigiana, un po’ bastarda poco adatta ai salotti e alle antologie.


Va da sé che se hai tempo e voglia tue repliche ci stanno benissimo. 

venerdì 4 novembre 2016




Pubblichiamo su diepicanuova questo intervento uscito sul sito della Società di Psicoanalisi Critica. Non ci occupiamo normalmente di Premio Nobel o altri, ma nel caso specifico ci è sembrato che la scelta di attribuirlo a Bob Dylan, proprio nel giorno in cui moriva Dario Fo,  sia un’occasione di dibattito intorno a questioni di cui ci occupiamo in questo blog. L’intento e l’auspicio è di rilanciare una discussione plurale, motivata e lontana dai motivi più banalmente polemici.   




MORTE E VITA IN SCENA:
Dario Fo e Bob Dylan.

Di Franco Romanò

Premessa.
La coincidenza temporale dei due eventi starebbe benissimo in una commedia di Dario Fo e Franca Rame e penso pure che la notizia del Nobel a Dylan avrebbe fatto sorridere di contentezza Dario se avesse avuto qualche ora in più di vita per udirla. I due diversi tempi si sono sfiorati, quasi una beffa riuscita o l’ultima battuta di un attore che esce di scena. Fra i due premi ci sono affinità e anche differenze, ma quello che importa notare in prima istanza è che la scelta compiuta dall’Accademia svedese, reitera uno strappo che era già avvenuto con Fo. Tale seconda rottura è più vistosa, dunque il problema è assai più complesso e occorre distinguere i due casi e poi tentare una riflessione di sintesi.


DARIO FO.       



Appena udita la notizia della morte, mi sono sintonizzato su diverse emittenti televisive e radiofoniche: volevo sentire i commenti a caldo e a fine giornata il rumore di fondo è sembrato quello ovvio e cioè che tutti scoprivano la sua grandezza. In realtà, ed è una fortuna, le cose non andavano e non vanno affatto così, se si gratta un tantino appena sotto la superficie. Scorrendo l’indice di Google e leggendo le reazioni alla sua morte si rimaneva felicemente sconcertati. Scorse ben nove pagine e tralasciando le dichiarazioni dei politici, i commenti più vistosi erano nell’ordine quelli di: Ambra Angiolini, Barbara D’Urso e Luciana Littizzetto. Bisognava scorrere qualche pagina ancora per trovare le dichiarazioni di Erri De Luca, Roberto Saviano e Stefano Benni. Fuori dal campo letterario, spiccava un ricordo di Enrico Intra, mentre nell’edizione delle 12 del TG3 è andata in onda una bella e lunga intervista a Sergio Escobar. Insomma, il livido silenzio di poeti, narratori e critici dell’establishment a tutti i livelli della piramide che lo costituisce, con i suoi vertici e i suoi peones, era il medesimo livido silenzio di allora quando, è bene ricordarlo, l’attribuzione del Nobel  Fo e a Rame (nominata nella motivazione) fu accompagnata anche da reazioni scomposte, come ha opportunamente ricordato solo il tam tam della rete; reazioni che non hanno nulla a che vedere con la critica argomentata, che ovviamente può riguardare chiunque e anche le opere di Dario Fo. 




archivio.francarame.it

Tale silenzio dimostra che Dario Fo non è ancora stato digerito e questo è soltanto un bene.
Le ragioni sono tante e provo a indicarne alcune. Che il teatro fosse e sia considerato in Italia un parente minore della letteratura è noto da tempo: il peso di una cultura curiale prima che accademica non ha mai smesso di farsi sentire, restringendo alla sola poesia colta e alla narrativa (con qualche ritrosia), il campo letterario.
Tale visione dei canoni, peraltro, è riduttiva anche rimanendo sul terreno scelto da chi se ne fa promotore. Pietro Aretino, il Ruzante, quel simpatico matto del Burchiello, Teofilo Folengo, non fanno parte della letteratura italiana insieme alla Commedia dell’arte, o lo stesso Goldoni che l’ha a suo tempo innovata? Lo stesso si può dire di opere importanti della tradizione plurilinguistica o dialettale come, per esempio, Lo cunto de li cunti di Basile, la tradizione siciliana e, a livello europeo, quella provenzale e catalana.  Certo, si tratta di percorsi minoritari (che non vuol dire necessariamente minori), dalle forti tinte espressioniste, rispetto ai padri nobili del canone, Dante e Petrarca (ma quanto grande espressionismo ante litteram c’è nell’Inferno dantesco!). Quello che ha sempre dato e continua a dare molto fastidio è la commistione fra popolare e colto; tanto più evidente quando a protestare erano e sono autori che - in fin dei conti - fanno della letteratura d’intrattenimento o poco più. Popolare e colto nella tradizione italiana non possono andare insieme se non (e storcendo il naso anche in questo caso), nel melodramma. I testi di Dario Fo hanno invece le loro radici proprio in quella tradizione minoritaria, l’hanno ripresa e fatta rivivere nella nostra contemporaneità. Del resto soltanto da noi in Italia sembra che in molti non se ne siano ancora accorti. Fo e Rame, insieme a De Filippo sono fra gli autori italiani più rappresentati all’estero, nonostante si dicesse che il loro teatro poteva reggersi solo sulla loro presenza in scena.


 BOB DYLAN.


La motivazione della Giuria mi sembra un punto di partenza importante per registrare il cambiamento avvenuto. Dicono i giurati svedesi che Dylan ha:

creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana.”
Aggiungono poi un richiamo, forse ironico, al fatto che nell’epoca classica arcaica la poesia era sempre accompagnata dalla musica, per chi se ne fosse dimenticato. Va pure aggiunto, anche se la motivazione non ne parla, che Dylan ha scritto anche poesie vere e proprie, cioè testi che non erano destinati a essere musicati ma a rimanere tali e che alcune canzoni sono da tempo in prestigiose antologie letterarie. A questa scelta, come era avvenuto con Fo e ancora di più in questo caso, la riposta pavloviana del mondo letterario italiano più tradizionale è stata lo sdegnoso silenzio, frasi a effetto come quella pronunciata da Baricco, che brillano per l’assenza di qualsiasi argomentazione, altre addirittura catastrofiste e ridicole che vedono in questa scelta addirittura la fine della rilevanza della poesia. Altre avanzano un argomento che è stato ripetuto più volte e che suona più o meno così: la poesia ha già la musica incorporata e dunque non avrebbe bisogno di altri supporti se non, al massimo, la voce recitante. Che questo lo affermi un poeta sonoro (pur essendo personalmente lontano da quel genere di poesia che ritengo più appartenente a una coda delle avanguardie piuttosto che a una riscoperta dell’oralità), posso capirlo che lo dicano altri no, anche perché la frase significa poco e nulla; oppure scambia la musicalità del verso con la musica. Sono due cose diversissime e il primo termine non indica affatto un’incorporazione dell’una nell’altra. Un argomento più serio è stato posto da alcuni e cioè che da diverse centinaia di anni la poesia occidentale si è definitivamente staccata dalle sue origini arcaiche in cui era mescolata alla musica e quindi non avrebbe senso riproporlo oggi. Il problema, a mio avviso, sta nel fatto che la parte di verità contenuta in questa affermazione, viene però assunta in termini assoluti e anche secondo una logica di irreversibilità che appare forzata. Se nulla si crea e nulla si distrugge nei processi vitali non si vede per quale ragione dovrebbe regnare un criterio di assoluta irreversibilità proprio in una materia come quella letteraria! Inoltre, ma su questo mi soffermerò di più nelle note finali, tale netto distacco non è vissuto allo stesso modo in altre civiltà poetiche e letterarie. Infine, un’altra argomentazione critica sostenuta da alcuni, Leopoldo Attolico per esempio: istituire un premio apposito per la canzone d’autore, altri hanno detto genericamente le arti. Credo che si tratti di una proposta che probabilmente avrà seguito, destinata a suscitare un ulteriore dibattito e forse ad avere successo. Dico in poche parole perché non la condivido. La cultura occidentale in generale e anche quella letteraria, soffrono di un esasperata specializzazione che mi fa venire in mente spesso, una celeberrima sentenza pronunciata da Ivan Ilich nella metà degli anni ’70: “Ne sappiamo sempre di più su sempre di meno.” Credo che non abbiamo bisogno di creare nuovi ambiti ristretti, ma sei mai di allargare i perimetri che hanno segnato quelli esistenti: espandere e connettere piuttosto che rinchiudere in nuovi ambiti.  

IL GIULLARE E IL MENESTRELLO ALLA CORTE DI SVEZIA.

La giuria del Nobel ha fatto una scelta che prende atto dell’esistenza di tradizioni letterarie diverse e di una cultura di massa che ha modificato il rapporto fra letteratura e pubblico. Paolo De Stefano, sul Corriere della Sera riassume molto bene un humus comune che sottostà a molti giudizi, cercando di dare loro una dignità che spesso non hanno. Il suo sforzo è in questo senso interessante. Nel suo articolo si muove con prudenza parla di una “…idea inedita di letteratura…”, manifestando una certa dose di neutralità, alterna colpi al cerchio e alla botte, si profonde in elogi, ma usando l’arte retorica della minimizzazione successiva:
“…Il fatto che il nome del cantautore americano circolasse da anni come candidato non ha attenuato la sorpresa: a un cantante — sia pure grandissimo, sia pure eccelso — il Nobel della Letteratura con la L maiuscola. Così come nel 1997 si era detto: a un giullare — sia pure grandissimo, sia pure eccelso — il Nobel della Letteratura con la maiuscola.”
E ancora:
“…Comunque, se vogliamo dare retta alle indicazioni (volontarie o involontarie) che provengono da Stoccolma, con il premio a Bob Dylan viene il dubbio che qualcosa, nella nozione di letteratura, sia davvero cambiato: difficile, forse inutile, dire se in meglio o in peggio, ma qualcosa è cambiato…”
Se è per questo è cambiato da molto… Il vero affondo tuttavia, mi sembra contenuto in questa frase:
“…In sostanza la materia della letteratura, così come la intendono a Stoccolma, non sarebbe più esclusivamente la scrittura ma comprenderebbe un’altra dimensione (persino prevalente sul testo), quella musicale e quella esecutiva. Un’arte ibrida, qualcuno direbbe, in negativo, «bastarda». Solo in virtù di questa nuova idea si può considerare legittimo il Nobel della Letteratura a un attore (nel 1997) e a un cantante (2016), sia pure altrettanto straordinari come attore e come cantante, i cui testi non avendo alcuna autonomia esigono di essere sostenuti dalla gestualità e dalla mimica o dalla musica e dal canto.”
Beh, se è per questo, anche William Shakespeare era prima di tutto un capocomico, un regista e anche un attore talvolta! E Dylan non è un cantante, visto che i testi sono suoi: è molto e molto di più!
Il Nobel è un premio che fortunatamente è diventato sempre più mondiale, perdendo molto del suo eurocentrismo. Senza fare sconti a una giuria che più di altre è soggetta per forza di cose a pressioni di varia natura, ma che è molto ingenuo mettere in evidenza solo quando viene premiato qualcuno che non piace (o anche peggio e cioè perché il candidato presunto candidato si considera scippato dal premio e tale invidia ha assunto in Italia anche punte difficilmente raggiungibili di ridicolo), poche altre istituzioni del decrepito mondo occidentale hanno dimostrato in alcuni momenti di avere la capacità di un colpo d’ala. In questo come nel precedente caso di Fo, lo hanno avuto, anche se va sottolineato che sarebbe stato assai più dirompente se fossero stati premiati prima e si può comprendere l’incertezza di Dylan in questo momento, che  sembra domandarsi se accettarlo o meno questo premio. Nel caso di Fo questo è ancora più evidente ed è molto probabile che pressioni vaticane e altro abbiamo influito sul rinvio nel tempo del premio, ma questo non toglie che la scelta sia stata importante. Alla fine, quando saranno passate le polemiche, è la loro presenza fra i premiati che resterà nella storia, anche in caso di rifiuto, perché nessuno dimentica il premio attribuito a Sartre! I conti, in letteratura, non si fanno con il quarto d’ora di celebrità della frase ad effetto che lascia il tempo che trova su giornali che, peraltro, vengono letti sempre di meno.
La questione delle diverse tradizioni nell’ambito di una letteratura mondiale diventa allora decisiva. Per la cultura brasiliana, per esempio, la distinzione fra testo musicale e testo poetico non ha lo stesso carattere vincolante che ha in Europa: ma va pure ricordato che nella cultura francese recente abbiamo avuto grandi esempi di prestiti reciproci (Cosma, Prevert, Brel, Vian, Greco.) I grandi cantori latino americano come Chico Buarque de Hollanda o Vinicius de Moraes, oppure Mario Benedetti, non hanno la stessa visione dei rapporti fra testo e musica che hanno coloro che si sono permessi giudizi trancianti in questi giorni. Proprio Moraes per esempio, poteva scrivere indifferentemente testi che poi venivano musicati oppure no, ma di certo non sentiva un paroliere quando scriveva per Jobim: una bella selezione dei suoi sonetti, peraltro, si trova nel numero 5 di Smerilliana, semestrale di civiltà poetiche, una rivista che ha il grande merito di saper guardare fuori dai confini eurocentrici. Travaso di generi e di prestiti reciproci sono aspetti profondi della cultura letteraria e musicale americana (Jim Morrison per esempio)  e questa è la ragione di fondo per cui l’attribuzione del premio a Bob Dylan è un riconoscimento doveroso a un autore che, nella migliore tradizione della grande poesia, ha saputo come pochi interpretare lo Zeitgeist, lo spirito dei tempi, molto di più di tanta scrittura poetica contemporanea.
La seconda questione e cioè la dignità della letteratura popolare e popolare colta. Pasolini  se n’era accorto nel lontano 1956 quando dichiarava in un’intervista ad Avanguardia:
“Non vedo perché sia la musica che le parole delle canzonette non dovrebbero essere più belle. Un intervento di un poeta colto e magari raffinato non avrebbe niente di illecito. Personalmente, credo che mi interesserebbe e mi divertirebbe applicare dei versi ad una bella musica, tango o samba che sia”.
Lo stesso tentativo fatto da Fortini e Calvino di una canzone colta italiana così come la breve esperienza del Canzoniere italiano, andavano in una direzione che almeno cercava di fare i conti con la nascente cultura popolare di massa. Dopo di loro il vuoto, ma a ben vedere anche in Italia esiste una tradizione che viene ancora più da lontano: D’Annunzio, poeta laureato quanto mai, si era cimentato con la canzone napoletana e tutta la tradizione partenopea settecentesca, popolare e colta, annovera vere e proprie perle anche da un punto di vista testuale. Infine, questa scelta della giuria svedese allarga le tradizioni del moderno, piuttosto che cedere ad altre tentazioni postmoderniste, minimaliste in poesia e di puro intrattenimento in prosa. La tradizione si difende solo in questo modo, innovandola rispetto ad altre che si sono già fatte strada da sole.
Leggendo le rassegne stampa mondiali e alcuni giudizi provenienti dagli Usa, si capisce peraltro che la polemichetta dell’establishment letterario italiano rivela tutta la sua angustia e acida pochezza. Mi limiterò al sobrio giudizio favorevole di Don De Lillo, tirato in ballo in quanto candidato (di tutto rispetto insieme a Cormac McCarthy da me ancora più amato) a sua volta candidato al Nobel:

Dylan lo merita, è un grande ha raccontato il suo tempo come pochi altri”

 e quello di Carol Oates che ha twittato:
«scelta ispirata e originale. La sua musica e le sue liriche ossessive sono sempre sembrate, nel più profondo dei sensi, letteratura».
Per fortuna anche da noi non sono mancati giudizi che si smarcano dal cerchio magico dei delusi e di qualche invidioso, provenienti dai campi più diversi, anche accademici. Ne riporto alcuni. Il primo è di Tullio De Mauro:
 «È giusto allargare i confini del Nobel dalla Letteratura accademica, patinata, nobile a quella non meno nobile ma di grande circolazione e popolarità in tutti i sensi della parola», ha detto, «non vedo nessun problema da nessun punto di vista e penso che Fo sarebbe stato contento di questo Nobel a Dylan come del suo del quale siamo stati felici in tanti».
I due che seguono sono a mio giudizio ancora più importanti e per questo penso che valga la pena di leggerli interamente. Il primo è di Alessandro Carrera e si trova, per esteso sulla rivista online Doppiozero.
“…I vari scrittori, italiani e non, i quali hanno strillato che Dylan non fa parte della letteratura, dovrebbero chiedersi prima di tutto se ne fanno parte loro, perché pubblicare un libro, o anche molti libri, significa essere dei lavoranti della scrittura, il che va bene, ma non significa per forza far parte di ciò che la letteratura decide di essere giorno per giorno. Vale ancora di più per la poesia. Che per ammontare a qualcosa deve uscire dalla pagina, deve acquisire una voce. Ho letto e leggo tanti rispettabilissimi poeti che mai in tutta la loro vita potranno scrivere nemmeno un mediocre verso di Dylan. Perché il verso di Dylan, anche se non è cantato da lui, anche se è tradotto in un’altra lingua, “suona” più di milioni di “belle poesie” che non riescono minimamente a far vibrare una frequenza nella testa di chi le legge. Sono poesie che fanno dormire bene, ma non fanno svegliare…”
Il secondo è di Cesare Catà e si trova anche sul mio blog www.agendadiscrittore.blogspot.it, ma lo si raggiunge anche cliccano il suo nome direttamente.
“…Dylan è anzitutto un cantastorie. La forza delle sue liriche musicali folk consiste proprio nelle storie che racconta. Al fondo della nostra letteratura vi sono le grandi saghe epiche che narrano trame. E la trama è il fulcro del dettato letterario, in molti modi. La modernità ha tradito per molti versi il principio poetico aristotelico, e la trama è divenuta secondaria rispetto alla divagazione psicologica dell'autore. Ma senza storytelling non c'è significato. E, senza significato, non c'è mondo. Dylan racconta storie in un tempo in cui si ha un grande bisogno di udirne. E questo è forse uno dei compiti più preziosi e sacrali di un poeta…”