mercoledì 28 settembre 2022

Intorno a una poesia epica dialettale: Giuseppe Cinà ci introduce al suo ultimo libro "L'alburu nostru"

 



Sul versante della poesia dialettale, Giuseppe Cinà si inserisce nel nostro dibattito sull’epica. A ridosso dell’uscita del suo secondo libro L’àrbulu nostru ospitiamo i suoi versi, sono introdotti da una riflessione che attraversa ragioni storiche della sua poesia dialettale e epica che fanno tutt’uno con la sua esigenza soggettiva di dare voce, ritmo, tono alla natura che lo ospita.

 

 Cari Franco e Paolo

(e cara Gabriella, che dal tuo salotto alimenti la circolarità delle ns voci)

da tempo avevo voglia di scrivervi queste riflessioni, da dopo la presentazione di “Lucy, reperto A.L. 288-1” e la lettura del vs ‘manifesto’ Diepicanuova.

Perché? Perché anche io avevo avvertito nella poesia la “constatazione dell’esistenza di un ‘sentimento’ dell’epica “, ma l’avevo avvertito in primo luogo in quella dialettale siciliana. Certo, avevo letto, come molti di noi a partire dai vent’anni, Pavese e altri autori filo-epici, ma non ne avevo avuto chiara consapevolezza. Così per Whitman e Ginsberg, che per me erano pure esplosioni della modernità, come pure Dylan (so di star citando tre modernità molto diverse…) e ricollegarle al genere epico, per me confinato al pre-moderno, mi era impossibile.

Ho superato questo limite grazie al vs posizionamento critico e teorico (“Il bisogno di lasciarsi alle spalle i giochi linguistici … per rivolgersi alla ricerca di una poesia che torni a guardare alla Storia …riscoprendo anche la possibilità di narrazione in versi, ci sembra nello spirito dei tempi”), peraltro non isolato all’interno dello stesso ‘salotto’ Galzio. Vi sono dunque debitore per questo inquadramento cognitivo, perché la vs riflessione ha dato forma alla mia, in particolare con riguardo alla poesia dialettale.

Sappiamo che i dialetti raccontano la vita attraverso le parole dei fatti, delle cose, del mondo fisico e ciò li porta a guadagnare in rusticità e a perdere in leggerezza, ma sappiamo anche come i più rustici accenti siano capaci di sprigionare cadenze musicali ed espressioni la cui pregnanza non trova eguali nella lingua colta. Prendendo a riferimento il dialetto siciliano, che più conosco, la cosa è ben sintetizzata da Bufalino, quando nota che “Per sua virtù (del dialetto, ndr) anche il minimo evento della vita di relazione, come se avesse mangiato miracolosi spinaci, s’inietta di sangue, attinge energiche carnalità, diviene lietamente fescennino…”; e da Sciascia, quando rileva che ogni volta che il dialetto s’impenna verso la concettualizzazione, l’introspezione o il linguaggio scientifico, eccolo ingessato alla necessità di ricorrere al lessico e alla sintassi dell’italiano.

Cosa succede quando esso si volge alla poesia? Succede che alla permanenza dei suddetti caratteri si associa una scrittura dal forte accento narrativo e popolare che, in quanto tale, si presta molto all’espressione di una valenza epica. Ne aveva dato dimostrazione Teocrito, il più importante poeta siciliano dell’antichità (… scrivendo in greco), con i suoi Idilli, opera a tema bucolico ma di chiaro accento epico.

Questa valenza non è riscontrabile nella poesia colta fino all’avvento di Antonio Veneziano (1543-1593) autore di punta del petrarchismo in Sicilia, ma in versione dialettale. Egli tuttavia dimostra la completa maturità della lingua popolare nell’ispirare la poesia colta, dando un’ulteriore legittimazione lirica al volgare siciliano (e ai volgari più in generale) e favorisce il successivo sviluppo di un percorso parallelo tra poesia in lingua e poesia volgare. Ne consegue che dal ‘600 quest’ultima, senza più il condizionamento del petrarchismo, si apre a un più libero uso dei propri registri espressivi. Così tra poesia amorosa, encomiastica, burlesca, bucolica e quant’altro, fa la sua comparsa quella epica, sostenuta anche dalle numerose traduzioni delle opere classiche, da Omero a Virgilio a Tasso ecc., operate fino ai giorni nostri. Tra i tanti autori che incrociano la poesia epica va annoverato Giovanni Meli (1740-1815) con la sua Buccolica (1787), ma in questo come negli altri autori segnati dall’estetica arcadica la forma epica non sempre è riflesso di contenuti di effettiva valenza storica.

 

Nel primo ‘900 le cose cambiano significativamente. Con l’irruente rivoluzione verista, promossa sul piano linguistico e dei contenuti da Alessio Di Giovanni (1872-1946), vengono fuori i grandi interpreti delle “voci del feudo”, la cifra dell’impegno civile (e anche politico in alcuni casi), la ‘scoperta’ del mondo degli oppressi. Tutto questo porta naturalmente a conservare e anzi ad affinare l’accento epico. La poesia siciliana volta pagina, abbandona il verso sdolcinato e artificiale dell’Arcadia, i falsi idilli agresti e scopre il mondo nella sua verità, in una terra di bellezza, lavoro e sacrifici, sentimenti, dolore e religiosità. Diversamente dalla prosa verista, che opera le stesse scoperte ma resta chiusa in una visione pessimistica, questa poesia postula il cambiamento e vi contribuisce a cominciare dal riscatto della lingua nativa - e dunque della primigenia cultura di un popolo – anch’essa indebitamente espropriata nel processo di modernizzazione. Tutte queste istanze postulano una nuova consapevolezza della Storia e la richiesta di un nuovo posto nella società nazionale per il popolo del dialetto. A partire da questa nuova tematizzazione della Storia e dall’uso di una lingua riconcepita sotto il segno della semplicità e della verità delle cose («Bisogna ritornare alla natura: all’osservazione amorosa, sincera ed ingenua del vero.») non si poteva non accedere a un registro epico (nel caso del Di Giovanni a partire da Maju sicilianu, 1896 a Lu fattu di Bbissana, 1900, fino a Voci del Feudo (1938).

Da qui una serie di autori ed esperienze che, per tutto il ‘900, hanno fatto ricorso al registro epico in base a condizioni sia di fatto (dei caratteri linguistici del siciliano) che di scelta poetica, così riassumibili:

- adozione di una scrittura semplice, oggettiva e narrativa

- attenzione al rapporto tra l’uomo e la terra e all’esaurirsi di questo legame

- sensibilità alla epicità del quotidiano

- gli eroi non sono i vincitori ma i vinti, non i padroni ma gli schiavi di un sistema sociale ed economico arcaico e feroce: zolfatari, contadini, pescatori, tutti gli ultimi insomma, che vogliono affrancarsi dall’atavica arretratezza. E non si parla qui della generale opposizione operai/capitale propria della modernità otto-novecentesca ma di una opposizione posta su un piano di sottosviluppo pre-moderno, tra regnicoli e latifondisti. In sintesi, tutt’altro che una poesia dove l’autore celebra l’epica del proprio ombelico ma una che guarda diritto alla Storia in quanto soggetto collettivo.

 

Questo è quanto accade nella poesia ‘riformata’ dalla rivoluzione - teorica e applicata - operata da Alessio di Giovanni a partire dal primo ‘900.

Detto ciò la poesia dialettale è stata caratterizzata anche altrimenti – il registro lirico ha comunque mantenuto una sua presenza pregnante dando voce ad altre forme - ma che i fondamenti della rivoluzione che mezzo secolo dopo sarebbe stata chiamata poesia neo-dialettale, sono in grande misura ascrivibili al registro epico maturato nella corrente verista. Accanto al Di Giovanni l’esponente più illustre di questa rinascita, che conclude questa esperienza operando fino alla fine del secolo, è Ignazio Buttitta (1899-1997). Con esso il registro epico assume la più alta formulazione. Da Lamentu pi la morti di Turiddu Carnivali (1956), alla raccolta Lu trenu di lu suli (1963), e dalla raccolta La paglia bruciata. Racconti in versi (1968), fino a Colapesce (1986, la sua è una straripante incursione nella Storia e nell’impegno civile capace di mettere in ombra una nutrita schiera di altri importanti autori che hanno variamente frequentato lo stesso campo espressivo, da Santo Calì a Salvatore Camilleri, Nino Orsini, Paolo Messina, Giuseppe Giovanni Battaglia, per non citarne che alcuni.

 

Venendo ad oggi penso di poter affermare che gli accenti epici dei neodialettali siciliani del ‘900 si sono smorzati visibilmente nell’ultima generazione a vantaggio di un più articolato set di registri lirici. Questo fatto, più che a un limite proprio agli autori, oggi in maggioranza anziani, impegnati a relazionare il dialetto “al nuovo che chiede di essere nominato”, mi pare sia da imputare ad almeno due fattori: 1) alla crescente alienazione sociale in atto, come se il richiudersi delle esperienze di relazione impostoci dal Covid - vissuto come un’emergenza - fosse in realtà una condizione che vivevamo ormai da decenni senza accorgercene, drogati dalle immagini pubblicitarie di uno stile di vita che non è la vita, ma una disinformatja che ci tiene prigionieri di un Truman show; 2) all’obiettiva difficoltà a trovare le parole nuove atte a mettere in dialetto la Storia di oggi. Prendiamo ad esempio i delicati eppur densi versi di Gabriella Galzio “Oggi il mondo appare franto/ ed io, franta con lui/ tuoni in lontananza …// Solo ieri era la festa/ in un tripudio di luce/ un grido di poiana inaccessibile…// Ora è un metallico bagliore/ avvento di una mutilazione// …” (Breviario delle stagioni, p. 32). Si potrebbe dire in siciliano? Si, ma sono dubbioso sulla qualità dell’esito. Ancora più difficile se volessimo fare questa operazione con un brano dall’ultimo lavoro di Adam Vaccaro (Google- Il nome di Dio).

Scriveva Di Giovanni nel 1896 (in Saru Platania e la poesia dialettale in Sicilia, Chiurazzi, Napoli): “Il poeta dialettale colto deve avvalersi del natio dialetto, deve spirarne l’alito particolare” senza “dimenticare la sua condizione, i suoi studi…”. In altri termini la poesia dialettale dei poeti colti doveva mantenersi fresca, genuina, spontanea, ma di una “spontaneità riflessiva”, riflessa; doveva, cioè, attingere alla poesia popolare ma non confondersi con essa. Questa operazione riuscì, con esiti più o meno alti, per tutto il ‘900, oggi risulta ben più difficile…

 

Quanto a me quello che vorrei aggiungere è come solo cammin facendo io mi sono accorto che nelle corde del mio racconto poetico (A macchia e u Jardinu, 2020) avevo una materia storica e che dovevo trattarla con la dovuta consapevolezza. Infatti era storia il passaggio dal medioevo alla post-modernità occorso tra l’esperienza di vita della Za Rosa, contadina, e quella mia che sono subentrato nel suo giardino da turista/contadino atterrato da Milano dietro alle sirene della natura e del mare; era storia il conflitto tra il selvaggio della macchia e il domestico del giardino; era storia l’uomo che moriva ammazzato per essersi trovato nel mezzo del passaggio da un terreno senza valore a uno a valore turistico; ed era storia anche quella di una giovane pianta di leccio che affrontava il futuro e le sfide della minacciosa incipiente antropizzazione.

Per contro questa consapevolezza è stata operante fin da principio nel secondo libro (L’àrbulu nostru), che si pone l’esplicito e ambizioso obiettivo di evocare un’epica dell’ulivo. Questo per dire come le vostre riflessioni sulla nuova epica mi abbiano positivamente stimolato e come ho posizionato le mie batterie di autore (scusate la metafora bellicista). Se e come io sia riuscito a tradurre questo in buona poesia è altra cosa (sta ai lettori dirlo). Io peraltro non mi sono posto l’obiettivo di fare una poesia epica, chè non era quello il mio problema, ma mi sono preoccupato di trasmettere un contenuto epico, come quando un padre vuole dire delle cose fondamentali a un figlio e per meglio farsi capire imposta il volume della voce, il ritmo, il tono.


Da L’àrbulu nostru/ Il nostro albero  (La Vita Felice, 2022)

estratto: tre poesie


Marinari
Sutta lu voscu scuru di àrbuli e màcchia
occhi nativi ammìccianu nìuri la navi
ca piriculusa s’appressa ammainannu li veli.
Silènziu di lu celu, silènziu di la terra
nna la contrura
di lu mari appinnicatu.
Di la navi ammaccatizza
occhi marinara cirnichìanu nna la costa
immòbili lu passaturi cu lu chiaccu paratu.
Poi a lampu e stampu, li vrazza li remi
li cumanni di lu ràisi,
na varca s’appressa a lu sbarcu.
Darrè lu timpuni li campisi, l’archi già tisi
l’ordini mpizzu a la lingua
li frecci chi talìanu ognuna lu so pettu.
Ma talè, di nfunnu a la varca mmeci di armi
rami d’alivu aìsanu li marinari in cerca di asilu.
Vennu mpaci o c’è mbrògghiu?

Marinai
Dal bosco ombroso di alberi e macchia
occhi indigeni scrutano truci la nave
che minacciosa s’avvicina ammainando le vele.
Silenzio del cielo, silenzio della terra
nel pomeriggio
del mare appisolato.
Dalla malconcia nave
occhi marinari cercano nella costa
immota il passaggio con la trappola pronta.
Poi è un attimo, le braccia i remi
gli ordini del comandante
una barca è prossima allo sbarco.
Dietro la duna gli arcieri, gli archi già tesi
l’ordine sulle labbra
le frecce che guardano ognuna il suo petto.
Ma ecco, dal fondo della barca non armi
ma rami di ulivo alzano i marinai in cerca di asilo.
Vengono in pace o c’è inganno?

Zàgara d’alivu
Tutti a ncinziari li ciuri ammuntuati
ma picca genti canùscinu la zàgara di l’alivu
ca tra li pàmpini l’aria pitta a biancu merlettu
e fa di casa a na ninfa timurusa
ca si discerni mmenzu a li rami
nall’epifania di un pinzeri felici.
A so tempu
l’arbulu è pigghiatu di rizzi di grazia
e li rappi di ciuri màsculu e fìmmina
scattianu a millanta stizzi di luci
comu na cometa di sciampagna
mpirugghiata mmenzu li pàmpini.
Allura comu pi maarìa, duru
e sturtignu pi com’è, l‘alivu s’abbinigna
e in difettu di api e farfalli
s’abbannuna a lu ventu fecundu
chi la so simenza cunnuci luntanu
a maritari àrbuli ca già si circàvanu.
Veru è, la terra è malata
e si mbrogghia la matassa di li nostri sònnira
ma resta la grazia di truvari nna lu fistinu nuziali
nna la felicità di ogni ciuri ca lu fruttu pripara
l’aùgghia e lu filu
di la natura sempri nnammurata.

Fiore d’ulivo
Tutti a riverire i fiori illustri
ma pochi conoscono il fiore d’ulivo
che tra le foglie l’aria di bianco merletta
ed è casa a una timida ninfa
che si ravvisa tra i rami
nell’epifania di un pensiero felice.
A suo tempo
l’albero è percorso da brividi di grazia
e i grappoli di fiori ermafroditi
esplodono in migliaia di stizze di luce
come una cometa di champagne
impigliata tra le foglie.
Allora come per incanto, duro
e storto com’è, l’ulivo s’addolcisce
e in difetto di api e farfalle
s’abbandona al vento fecondatore
che il suo seme porta lontano
a sposare alberi che già si cercavano.
È vero, la terra langue
e s’imbroglia la matassa dei nostri sogni
ma a noi è grazia ritrovare nel festino nuziale
nella felicità di ogni fiore che al frutto attende
l’ago e il filo
della natura sempre innamorata.

 
Alivu di fiura
Urtimamenti m’avìanu abbannunatu
ma un fu na cosa troppu tinta.
Cu giusta misura li ràrichi sicutàvanu
a campiari nna li vini di la terra feraci
mentri li frunni asprigni
liccàvanu cu li celi aerei
e lu circu di la luna luminaria
vigghiava supra la notti paisana.
Poi, malamenti sdirraricatu
c’un corpu di scavaturi
mi carriaru nta sti strati
di palazzi àvuti e cuddati sculuruti,
fuddatu nta un biruni di plastica marrò,
a vappariàrimi
cu li me cicatrici gruppusi
di vecchiu gladiaturi
a la trasuta di feri e granni alberghi.
Ora haiu pi cumpagnu stu picciuttazzu nìvuru
scampatu a li flaggelli di terri luntani
puru iddru caddusu e sulu
eleganti pi natura ma vistutu
comu un manichinu cu li scarpi stritti.
Suli o acqua, mutu, unn havi a fari nenti
ma sunnu un lampu di pici, nnall’uri vacanti
li so occhi d’Africa calmi e sintimintusi
un tempu sazzi di orizzonti rusciani
ora smarruti nna li marchiggi
di la fàvula ingannatura unni semu
tutti dui priggiuneri.

Olivo di rappresentanza
Ultimamente mi avevano abbandonato
ma non è stata una cosa terribile.
In giusta misura le radici continuavano
a pascolare tra le vene della terra ferace
mentre le aspre fronde
amoreggiavano con i volubili cieli
e il circo della luminaria luna
vegliava sulla notte contadina.
Poi, malamente sradicato
con un colpo di escavatore

mi hanno portato in queste strade
di alte case e scoloriti tramonti,
serrato in un bidone di plastica marrò,
a guappariarmi
con le mie nodose cicatrici
da vecchio gladiatore
all’entrata di fiere e grandi alberghi.
Ora ho compagno questo ragazzone nero
scampato ai flagelli di terre lontane
anche lui ruvido e solo
elegante di natura ma vestito
come un manichino con le scarpe strette.
Sole o pioggia, muto, non deve fare niente
ma sono un lampo di pece, nelle ore vuote
i suoi occhi d’Africa calmi e sentimentosi
un tempo sazi di sanguigni orizzonti
ora smarriti negli inganni
della beffarda favola in cui siamo
tutti e due prigionieri.

lunedì 19 settembre 2022

Le prose e i versi inediti di Lucianna Argentino

 

Abbiamo invitato Lucianna Argentino a proporci una scelta dei suoi versi accompagnati da personale commento.


Se all’inizio del mio percorso esistenziale e poetico la poesia fu un rifugio in cui potevo sentirmi libera di essere me stessa, di dare voce alla malinconia, al senso di inadeguatezza, di solitudine che rendevano inquieta la mia anima assieme al timore di crescere, mi resi ben presto conto che la poesia era tutt’altro che un rifugio era, è, anzi uno stare esposti e un esporsi alla vita, alle sue ombre, ai suoi abissi e alle sue altezze. E’ un modo di stare nel mondo con i sensi bene accesi e pronti a recepire ogni più piccolo sussurro o grido che ci viene dal mondo perché i poeti sentono che in ogni cosa, in ogni essere umano, c’è una realtà più profonda e a quella rivolgono la loro attenzione chiamati da una voce a cui obbediscono perché non possono non farlo. Una voce che vive dentro loro stessi come senso di responsabilità, di cura, di affetto per il mondo e per la parola poetica che riesce così bene a descriverlo nella sua verità fondamentale, nella sua bellezza senza negarne o ignorarne gli orrori, il terribile, ma sentendo che non ne sono gli aspetti fondanti anche quando tutto sembra indicare il contrario. Gli inediti che qui offro ai lettori sono di diversi anni fa. Quelli di “Corpo di fondo” ho cominciato a scriverli nel 2010 a un anno dalla morte di mio padre per superare il senso di mutilazione che sentivo crescermi dentro anche perché netta fu, e ancora lo è,  la sensazione, il dato di fatto, che con lui se ne è andata via una parte di me, della mia storia. Ho cercato quindi di andare più in là che potevo con la memoria, alla ricerca del ricordo più lontano che avevo di me e di lui insieme, ma la memoria ha molte diramazioni, molte strade da percorrere ed è impossibile farne qualcosa di lineare. Tra i tanti ricordi che sono affiorati nella mia mente uno che mi è particolarmente caro lo racconto nella prima delle prose poetiche perché è stato quello che in quel giorno dell’estate del 2010, ha dato avvio alla scrittura dei testi successivi. Particolarmente caro e significativo alla luce della mia relazione con la parola poetica fu il gesto di mio padre di prendere le misure della pagina bianca di quel diario, segnare dei puntini e poi unirli a formare delle righe su cui io potessi scrivere (come a dire: lo sfondo bianco, lo spazio libero c’è, ma ci sono anche delle regole - la sintassi della libertà). Quasi una benedizione paterna alla scrittura. Da quel ricordo, dunque, il mio viaggio nella memoria si è fatto un viaggio interiore anche perché non avevo intenzione di scrivere un’autobiografia (anche se inizialmente li avevo intitolati “Frammenti di autobiografia postuma”, postuma perché tutte le autobiografie lo sono in quanto l’io che  racconta e l’io raccontato non coincidono) benché, in ultima analisi, di autobiografia si tratta. Di riscrittura della vita, così come lo è la poesia. Un’autobiografia spirituale, l’autobiografia di ciò che la vita ci dona e di ciò che alla vita doniamo, di ciò che della vita vissuta rimane in noi come qualcosa di vivo che continua a respirare e a lavorare in noi. In un altro testo inedito su cui sto ancora lavorando mi chiedo, infatti, se non sia il presente a gettare luce sul nostro passato e non viceversa come comunemente si pensa, ma a ben vedere è la stessa cosa essendo passato e presente solo delle convenzioni. E così le prose di questo libro si dipanano lungo 10 anni (le ultime le ho scritte nel marzo del 2020) e da ricordi di fatti concreti si trasformano man mano in un diario di stati interiori sempre vivi.

Gli inediti di “Appunti di un canto controverso” (ancora non so se sarà il titolo definitivo, ma penso di sì) nascono al principio del 2020 quando si cominciava a parlare di pandemia. Le prime due poesie sono datate 8 febbraio 2020. In quel periodo ne ho scritte tante, con una media di una o due al giorno, stupita anch’io di questo fatto per me inedito. Non so se è stato per via del sospendersi del tempo o meglio del dilatarsi del tempo privato del suo consueto ritmo di impegni quotidiani in cui siamo sconfinati tutti con esiti diversi. Sono comunque poesie che non parlano del Covid e dintorni, ma certamente sono poesie pregne dell’atmosfera di quei mesi, di quei mesi hanno respirato la temperie (e le intemperie) e quel respiro riportano sulla pagina. Direi che il digiuno dal fare ci ha spiazzati, ci ha messi davanti a qualcosa di totalmente nuovo e inizialmente, nonostante il dolore che molti in quel periodo stavano vivendo, positivo perché ha portato alla luce aspetti e realtà di noi italiani che già esistevano, ma a cui i media non davano risalto e a cui, purtroppo, non ne hanno dato più. Si è compreso che c’è un modo diverso di stare al mondo (cosa che i poeti sanno per costituzione genetica), tuttavia è durato poco come il seme caduto nel terreno roccioso della parabola evangelica che subito germoglia, ma altrettanto presto si secca perché non ha terreno profondo dove attecchire e nutrirsi. Allora queste poesie vogliono essere una testimonianza in presa diretta direi dello spirito di quei mesi, di quello che hanno seminato in me e di quello poi che ho rimesso al mondo. Il tutto nel senso di una continuità tra la quotidianità e la parola poetica che ne ha operato una sorta di elevazione a una dimensione storica.  Facendone anche un vero e proprio luogo in cui ognuno può specchiarsi per ritrovare sé stesso, quel sé che la vita a volte rende frammentario e irriconoscibile persino a noi stessi. Perché fondamentalmente frammentaria e spietata è a volte non la vita, ma ciò che della vita facciamo o non facciamo, della nostra vita e di conseguenza di quella degli altri. La poesia, l’arte ci ricordano allora quello che in quei mesi sembrava avessimo finalmente compreso, cioè che fare va bene, ma essere è fondamentale.

 
Inediti da “Corpo di fondo”

 

La bambina guardava il padre che con un righello e una matita tracciava righe sui fogli bianchi del diario con la copertina di pannolenci rosso e un piccolo lucchetto dorato. Tracciava righe perché le sue parole non sbandassero su quel bianco che allora era terra straniera, perché la punta della penna si poggiasse su di esse e proseguisse sicura il suo viaggio. Cominciava così ad imparare che la realtà si può riscrivere, che sul bianco della pagina poteva progettare se stessa e nuovi mondi. Offrire un rifugio al tempo.

 

Piazza della Loggia a Brescia;

il treno Italicus;

il massacro del Circeo;

l’omicidio di Pasolini a Ostia;

il 1977;

via Acca Larenzia a Roma;

le Brigate Rosse e l’omicidio di Aldo Moro;

la stazione di Bologna;

 

L’adolescenza sua toccata da anni feriti da un’inquietudine sconsacrata e sterile. Miseri misteri sciolti nei liquami della decomposizione umana. Lo spirito del tempo, dallo schermo in bianco e nero, bruciava nel roveto ardente di un esodo senza patria. Lei, intanto, svernava in un’età di attese, di lavorio di fondamenta, preparava il terreno alle promesse. Si annidava all’esterno di quel male che pure ingoiava, la sera, prima di Carosello.

 
 
Conserva nelle mani le ricorrenze, le cose che sembrano andare e invece rimangono in un silenzio che non sa più dirle. Complice la vita le annoda alle parole – come da bambino suo fratello legava a un filo le automobiline e le trascinava per tutta la casa. Le tiene in grembo, sfoglia l’almanacco del suo vigile abbandono al clima della pagina e annota in margine quella verità che la lega all’ombra delle cose.

 
 
Un  tempo s’affidava alla conoscenza che degli arrivi hanno i treni più che alla sapienza che delle partenze hanno gli uccelli migratori, ma ora è a questi – marinai dell’aria – che chiede la rotta, il segreto della loro misteriosa capacità di orientarsi sulle mappe invisibili che tracciano gli esseri umani nel campo magnetico terrestre. E si chiede se poi qualcuno vorrà sapere quali alibi contengano le sue mani per le opere non compiute, per le omissioni, ma anche quanto abili siano state nel tracciare sulla pagina l’odore e il sapore della vita quando con le parole scava una verità limitata  nell’illimitato enigma del mondo.

 
  
Sosta a lungo nel farsi luogo della parola. Impara ad accendere fuochi che ripetano sulla terra il volto delle stelle – un loro tratto almeno – e siano di ristoro allo sforzo di perdurare che ogni cosa ed essere compie. Insegna al pensiero l’uso domestico e quotidiano del silenzio, il suo mutare di sostanza attraverso la liquida sonorità dell’inchiostro.

 

Come i cani segue la traccia chimica della realtà, annusa l’odore emotivo degli umani - la paura, la gioia e ne fa traccia alfabetica sulla pagina. Scompagina il silenzio, lo attiva perché nella parola sia parola trasparente che lasci passare la luce come fa la vita, a sorpresa, quando si materializza e appare improvvisa in un giovane cervo che dal bosco attraversa la strada e nel bosco di nuovo scompare.




Inediti da “Appunti di un canto controverso" (2020-2021)

Il caparbio perdurare della specie,
innescata la sequenza di consenso,
per commozione tradì le regole del caso
e  promosse la grazia primordiale delle corde vocali
- fu quella e il suono di fiamma che ne venne
a condurci dallo spavento al canto.

 ***

La dicitura blindata delle cose
è una forma d’imperfezione
- come nei diamanti-
più preziosa della perfezione stessa.
E’ questa che i poeti cercano
col cuore rarefatto
la combinazione
di essere e di apparire
il farsi verità
di una menzogna.

 ***

Trema chi dell’abisso fa suo seme
e teme sia tenebra il raccolto,
ma poi la luce viene
a raggi o a perturbazioni
ed è una forma di limpida materia
l’amore che ne scaturisce
e sgrana le ore nell’opera del tempo
ma non è questo ad invecchiarci
è quanto tratteniamo
- tutto ciò che non lasciamo andare.

 ***

E chi dallo sconforto
a una sua quiete torna
poi tace quel tornare
ormai che sente
approdo più sicuro
l’alto mare.

 ***

Le ore - agili sorelle- scardinate dagli istanti
smarrite nel clamore degli eventi
oscillano agitate dal vento dell’imprevedibile.
Confuse non sanno a quale limite aggrapparsi
e stanno come pane avanzato
che in sé mantiene il lievito e la spezzatura.

***

 E ora che anzitempo si è attraversato
il guado del secolo
il limite inatteso del nostro abitare
ci avviamo verso la soglia di qualcosa
che più non somiglia a ciò che eravamo.

 ***

Cosa chiedere alla vita,
a queste ore scandagliate
con mani confuse, con cuore scardinato?
Adesso che si sceglie
tra chi lasciare andare e chi tenere qui.
Adesso che l’attesa pioggia è arrivata
ma non ristora l’asciutto della terra.
Non chiedere, dunque  rispondere
con quanto in ogni silenzio è respiro
- una preghiera o un canto
che di pietà sorride.

 ***

 E’ tornato maggio coi suoi deserti asili
e gli impensati vuoti
abbracciati al silenzio dei cortili
quando non c’è altra musica
che lo sfrecciare alto delle rondini
il loro garrito che rammenda l’aria
lacerata dalla paura di chi tra quattro mura
sente che la vita è vita condensata
e come gli atomi perdendo energia
emette luce. E luce allora sia
e illumini ciò che ci fa umani
mostri che non è radice il male
ma lo recide l’essere amati e amare
- l’impegno quotidiano
di chi con le parole dalle cose
estrae splendore.

 ***

Non pensare sia un caso il male
ma guarda la grazia innata
- la matrice geometrica del mondo -
e il bene che ogni giorno attende
le nostre mani per farsi carne di gioia.
Senti la gratitudine adimensionale del vivere
nell’impasto di male e di bene
del nostro circostanziale esistere.

 ***

Avremmo bisogno dell’olfatto dei cani
del loro udito o della bussola chimica
di certe specie di uccelli
per sentire la voce che orienta i nostri passi
e di un senso festivo per darle ascolto,
per non incespicare contro ore senza gloria
di luce che  scivola dagli occhi
e si coagula in un grumo di tenebra.

 ***

Se è  distanza uguale
a quella tra la rosa e il suo profumo
non temo lo stare nel silenzio
dove l’attesa è certezza del bello che viene
e del bene vivo nella materia del nostro risveglio
nel mattino imbastito di voli e del mio quotidiano
prestargli il cuore per un canto spezzato
dall’abbaiare di cani senza pietà
e ricomposto nell’attimo preciso
del traboccare delle ore
da un tempo che più non le contiene.

 ***

Davanti alla mia finestra passa il mondo intero
eppure è solo un rettangolo di luce tra due pareti
su cui al mattino sosta il sole e ha la stessa trasparenza
che si addice al vetro e allo sguardo umano
quando in esso il tempo cambia direzione
e la sua freccia si conficca nell’attimo
che geme disorientato come chi
- troppo a lungo -  ha guardato in alto.

 
***

La pioggia scurisce i marciapiedi
ma tace di che stagione è il frutto
da cui proviene l’inquieta sostanza
del nostro pensarci  un po’ più in là
sfalsati sulla linea della vita
eppure veri quando il dolore
ci piega le ginocchia.

***

Spunto la lista della spesa
ripasso a mente il necessario che mi manca
- il pane il latte le uova –
e qualcos’altro che sfugge alla penna,
ma poi dal taccuino alzo lo sguardo verso la finestra
e mi cattura il superfluo che è un necessario rovesciato.
Così da quel rovescio prendo la grazia efficace
a questo istante non predestinato
e la ripongo in quanto dell’umano è attenzione
ed è allora che ciò che sfugge, ammansito, torna.

 
***

Cospirano le mani e lo sguardo
per  obbedienza a una segreta voce
a un più alto domandare
la remissione della colpa
di non saper ricambiare la promessa
quando scrivendo sento il nemico
scorrere nelle vene
ma in esse – nelle piene della loro giustizia –
il male s’incaglia e depone le armi
eppure so che ha perso solo una battaglia.

 

 

 





venerdì 13 maggio 2022

Gli edifici pericolanti di Massimiliano Damaggio


Abbiamo invitato Massimiliano Damaggio a proporci una scelta dei suoi versi



Edifici pericolanti

Anni fa vivevo in un palazzo degli anni '60. Un giorno l'amministratore comunicò che sarebbe stato necessario fare delle infiltrazioni di cemento perché la struttura portante si stava sgretolando. Da fuori non si notava. Era all'interno dei muri il problema. Era un edificio pericolante.

A Sarajevo nel '98 era da pochi anni finita la guerra. Gli edifici pericolanti erano innumerevoli. C'erano macerie dovunque, l'acqua era razionata e distribuita in determinate ore della giornata. Un giorno accompagnammo in tram un amico all'aeroporto e ci trovammo a dover attraversare un campo minato. Vidi sulla faccia dei compagni un terrore muto e capii che eravamo edifici pericolanti. Fino a pochi minuti prima scherzavamo, ridevamo sul tram.

Ciò che sta per cadere non è caduto. Con gli anni ho però capito che ciò che è pericolante può essere già crollato ma non sempre lo possiamo vedere. Come il palazzo nel quale abitavo o i cittadini di Sarajevo in quel '98. Questo gioco dell'equilibrio fa sì che essere pericolanti, o meglio in bilico, sia la nostra condizione esistenziale.

 
Le cose con le dita

Transitiamo nella zona industriale
su questa terra defunta riposano
nomi di cose in disuso
gonfi di piogge oblique fioriscono
gli uomini dismessi

Aspettiamo, alla fermata dell'autobus, la sera

Sono piccoli vegetali oscuri
dove immergere la mano
è questo rumore senza forma
sono le cose con le dita
impermeabili fiori all'incontrario

corpi scivolati nell'ingorgo
di acque inquinate defluiscono
in esistenze decimate
un nome dopo l'altro, dentro i tabulati, fino all'estinzione

In questo modo precipita la notte
Un alito assente scivola fra i denti

Aspettiamo l'accredito sul conto corrente


Poesia della forza vendita

Esiste il tempo degli uomini in affitto
ripiegati in due dentro il contratto
nell'atto di spalancare la bocca
per ingoiare la moneta: Complimenti
mi dice il manager, Lei è in progressione
tuttavia non sa gestire le risorse:
ci vuole la carota, e ci vuole il bastone

Esiste il tempo dei ruminanti
che sanno l'intimo piacere del bastone
il Suo scopo è essere una molla
caricare il significato dei corpi: Lei
deve scavalcare la catasta dei giorni
sopra cui sta un obbiettivo,
che ci segna


Maurizio il caporeparto e il rackjobber

Tutto il giorno ho allineato
i prodotti sullo scaffale
come fossero versi

e ora sto con l'ordine in mano
fra i carrelli abbandonati
dove dormono i bambini
consumati, nel silenzio

E in questa devastazione, Maurizio
stiamo, fra i carrelli abbandonati

È questa la semina del bulbo
per le voglie del margine,
il campo defunto, e il feto coltivato
che sboccia sul ripiano e si apre in sconto

Questa la trincea per il significato,
l'obbiettivo, e poi il punto
che l'orario ci mette al nome


Θα είναι η ομορφιά η εκδίκησή μας
Sarà la bellezza la nostra vendetta

(frase su un muro di Exàrcheia, Atene)

 Nel '97 passai l'estate con l'amico Samuele a Kìthira, una splendida isola a sud del Peloponneso. Una sera assistevamo a un tripudio di colori sul mare e Samuele mi disse: “Tu sai perché tutti considerano bello ciò che stiamo guardando?”. Tutti i poeti fanno un gran parlare della bellezza ma io non ho mai capito che cosa intendano. Non so cosa sia la bellezza. Ripensando al tramonto, potrebbe essere una cosa qualsiasi che rende felice ogni singolo individuo il quale ha, forse, una sua personale concezione di felicità. Non so dare una risposta. Ho però intuito che è nell'incompletezza di ogni singola risposta che si può trovarne un poco, laddove la porta mostri lo spiraglio di un'ulteriore scoperta, di un tentativo ancora, in opposizione al programmare che nega qualunque mistero e invece di creare domande impone risposte. Nell'imperfezione di tutto e nel nostro tentativo di trovare un equilibrio penso ci sia un indizio di bellezza.


Sull'isola di Kìthira

La strada, bianca come un disinfettante
le pietre grandi, le pietre piccole
le colline, vuote come una morte recente

Questo alla fine è la poesia
una mosca tossica
che depone nel corpo le uova della solitudine

Apro le mani, piene di dita inutili
che sanno solo scrivere parole


San Liborio, Civitavecchia

Queste parole che guardano il sole
questi ragazzini senza vele
che giocano nel campo di pallone
e intorno a loro il mondo tutto
e il vento

Li guardo e mi chiedo dove attraccheranno
un sole caldo li ha sfiorati
ma non basta a salvarli dalle macerie

Primo è l'abisso, che ci osserva
e non conosce la pazienza, e ci insegue

Secondo, l'amore che manca alle mani
per poter raccogliere queste parole
e farne ragazzini che giocano
e ridono


Sulla statale per Killìni

Ma io alla fine è con l'aria che combatto
e levo in alto le braccia per tradurre
una carne in una frase, un risorgere impossibile

e così torno al volante, così incontro
il cane morto per la strada

Se la tua parola era di inciampare nella ruota
e il vuoto che hai lasciato è ignorato da ogni cosa
con che grammatica interrotta chiami, ora
quelli che passano, e non si fermano
perché di te hanno paura

tanto terribilmente presente sei in tutta la tua assenza


Simulazioni

In una singolarità, cioè un buco nero, il tempo non esiste. Ciò che esiste convive con il suo opposto. Forse è questa speranza d'assenza di tempo e luogo, e la conseguente idea dell'annullamento della morte, che ha portato la nostra società a fondere realtà e finzione, sino a far scrivere a Baudrillard che viviamo nell'epoca della simulazione, significando con ciò che ci siamo lasciati alle spalle un mondo sociale più genuino e autentico. Ciò che era genuino e autentico era però tarlato da grandi difetti, e in fin dei conti a molti di noi potrebbe oggi risultare poco attraente. Il nostro tempo è impegnato a costruire un mondo fittizio solo in apparenza più equilibrato di quello precedente, e si spinge, scrive Latouche, fino “allo sradicamento dall'immaginario collettivo della morte. E oggi, la vita, per quanto prolungata non ritrova una sua pienezza. È solo sopravvivenza.” Tutto ciò lo si può definire altrimenti come assoluta mancanza di equilibrio. O follia.


Il materiale

È molto il materiale, che risale
fino alla superficie: del tuo giorno
del passante, di quest'animale
sull'asfalto, aperto in due
all'eccessivo sentimento
per un solo corpo, questo

sopravvivere, gravido di cose
da fare, da acquistare
un articolo, questo conviene
il calcolo del margine, Guardi
non vedo margini di manovra

Eccessivo il materiale
che acquista, che figlia, che insiste
nell'avventura umana e dura:

la nessuna avventura

...
Risale il materiale
fino al sorso delle mani:
non potabile
una mano 
nella serra dei corpi
raccolti a fatturare
chiede due ore di permesso
per andare a riprodursi

Io non posso tradurre tutto
questo pianto, tutto
in parole, non posso
tracciare il grafico esatto
della produzione di massa del dolore

...
E' molto il dolore, e io poco
apro la porta, vado a lavorare
il dolore con le mani
degli uomini molti
alla catena del carrello
che riemergono delusi
dal detrito quotidiano
masticando gli scontrini

e alla scatola di cartone
dove dormonogli involuti
in un cubo senza lessico
evapora il calore
un dito dopo l'altro
fino a quando il polso cede
e dal buco nell'asfalto
germoglia, tiepido, un rancore,

come una madre che per troppo amore
al bambino ha divorato il volto

...
C'è il bambino dilaniato
nel piatto, l'animale coltivato
e questo taglio alle mani
e questa pena dei giorni
ai lunghi tavoli sommersi
che assemblano il prodotto

Ma a volte ci amiamo, nelle pause
piantiamo nel solco un feto ancora

Questo il campo defunto
questa la perfetta solitudine
di feti che maturano nei solchi

e sbocciano, e s'aprono in corpi
portatori di un dolore ininterrotto


Le cose con le forchette

Sediamo, dismessi, sull'autobus la sera
attenti a respirare con prudenza, quasi un alito
possa travolgere chi è disattivato e ora dorme

Così è l'ora che intravede il sonno
questo anticipo goloso della morte
perché la nostra carne è poca, e non riempie il giorno

Così è l'ora di entrare nella food court
e in questa prateria di tovaglioli
ordinare appetizers, gringos, nachos
onion rings, crocchette Kociss
tagliata McKenzie di pollo alla griglia
con pomodorini, rucola e mais
french Fries and Old Wild West sauce ®
flautas El Paso, cheese
rice &
jalapeños

venerdì 6 maggio 2022

'A che punto è la notte?' e altri versi, editi e non, di Laura Cantelmo


                                             


 Abbiamo invitato Laura Cantelmo a proporci una scelta dei suoi versi accompagnati da personale commento.



A che punto è la notte?

Nel fermoimmagine della città che tace

passeggi sotto il dito medio alzato sulla piazza

degli affari. Passeggi tra salegioco, bische virtuali,

guardando la compravendita dell’aria, del cielo

e l’altre stelle.

Oggi hanno fatto la pelle a uno schiavo nelle sterpaglie.

Nero brachicefalo camuso: cercava un tetto

tra le ferraglie.

La razza bianca sbianca tra paura e rispetto,

sbraca all’urlo dei mercanti nel tempio

e conta su un  Messia di pelle scura.

In questo freddo inferno chiamato antropocene,

dove s’annida il nulla, al canto malioso

delle sirene l’occhio della Gorgone

impietra moltitudini senza scintilla

Tu che graffi il buio con le mani rotte

aspettando Perseo,  dimmi se un re

senza alcun regno ucciderà il re sovrano.

Dimmi se è questo che ci aspetta.

Ragazzo, dimmi, a che punto è la notte?

 

Intorno alla poesia.

La storia del mio percorso letterario racconta come da attitudine spontanea la scrittura poetica sia successivamente divenuta un aspetto della maturazione del mio pensiero e del mio sentire.

Ho sempre scritto, fin dalle elementari, in modo confuso, segreto e con molti dubbi. Ai tempi della scuola leggevo moltissimo e scrivevo, distruggendo poi ogni traccia. Non sapevo se si trattasse di poesia - per me la poesia si limitava al dettato di quegli autori a volte mediocri che tutti studiavamo a memoria. Sull’onda delle emozioni, di fronte ai fatti della storia quotidiana, alla vita e alla morte oltre che sull’amore e sulla natura, io in segreto scrivevo.

La mia scrittura ha raggiunto maggiore consapevolezza quando l’esperienza mi ha resa più libera di espormi all’occhio esterno, mettendomi a nudo davanti al mondo. Una storia, questa, comune a molte donne che con la scrittura si sono “compromesse” e la cui esistenza testimonia della fatica di esprimersi al di fuori della propria “stanza”.

Solo negli anni ’90 del secolo scorso, sentivo le parole che mi premevano dentro. Sfidando il mio sguardo sulla frantumazione delle esperienze e dei sogni e sulla base del mio giovanile impegno politico esse mi imponevano di conservare un occhio critico sulla realtà. Ho iniziato così a scrivere evitando di scivolare unicamente nel diario intimo, evocando luoghi e personaggi mitici come personae/maschere per dar voce ai pensieri e alle storie che andavo riversando sulla pagina. Mi capita di scrivere nel pieno della notte - quando i pensieri più pungenti restano sospesi tra il sonno e la veglia per poi irrompere sulla carta in uno stato quasi orgiastico. In questo caso il testo di solito richiede poche correzioni, diversamente può accadere che i versi restino in un limbo inquieto che non mi soddisfa quasi mai.

Di fronte al dolore e alle rovine mantengo come faro l’idea di una palingenesi, di un passaggio dall’abisso infernale alla rinascita, secondo il modello della ciclicità del mondo naturale suggerito dal mito di Demetra e Persefone.

Emerge talvolta dal mio Es un Alter ego, un Altro/a, simile a me, ma non uguale che dà impulso a una narrazione del presente nella quale agiscono antieroi moderni, coloro che nell’emarginazione sociale conoscono quel malheur de vivre conseguente alla loro condizione, dai quali può prendere forma un componimento di ispirazione epica.

In una società come la nostra, nella quale gli dei dell’epica classica sono stati sostituiti da effimeri miti dello spettacolo, dello sport o da detentori di sterminate ricchezze materiali e virtuali, l’eroe del nostro tempo non può incarnarsi nella grandezza dell’Odisseo omerico, sovrano di un’isola nel Mediterraneo e bramoso di conoscenza, né tantomeno nel Cavaliere medievale alla ricerca del Santo Graal e neppure in Leopold Bloom, piccolo borghese della Dublino novecentesca. Il nostos odierno è quello del migrante che affronta il cimento del mare periglioso, sperando in un approdo dove aspirare a una vita dignitosa o del clandestino che sogna e forse riesce ad attraversare la frontiera tra USA e Messico, oppure semplicemente del medio/piccolo borghese occidentale alla ricerca di stabilità e sicurezza economica. In questo ritorno alla barbarie che avevamo orgogliosamente sognato di superare, penso che questo sia il destino ineludibile dell’epica.

Al di là della finzione pubblicitaria e di un’informazione sempre più supina e servile, l’occhio di chi scrive non può esimersi dall’intravvedere i fatti sotto la luce di una pietas malinconica, spontanea nell’Es, che talvolta assume toni lirici o elegiaci. Proprio come lirici potevano essere il pianto di Ecuba, il severo dolore di Antigone, lo strazio di Didone.

La poesia ha sempre – dovrebbe avere - a che fare con la storia, passata o presente. Chi scrive versi riproducendo il canone narcisistico del canto di sé stesso o delle proprie vicende avulse dalla storia ne riduce il respiro a semplice singhiozzo, sminuendone la grandiosità portatrice di una ventata di infinito, la testimonianza del nostro essere nel mondo.

Alto valore civile della poesia, quindi? Non so se ciò interessi ancora.  Che essa possa avere una funzione pedagogica, nonostante la sua posizione di nicchia tra i lettori di letteratura contemporanea, non è da escludere, anzi direi che da ciò essa possa trarre valore aggiunto, un’indicazione per il futuro, nonostante la presente sconfitta, di cui la parola poetica si fa portatrice, evitando di arrendersi incondizionatamente al nichilismo. Forse l’esempio di Brecht, per quanto desueto, può ancora insegnare qualcosa.

Quanto alla qualità formale del verso, la misura del verso, la sua musicalità, la tradizione francese di fine Ottocento di cui quasi tutti siamo figli, ha concesso una notevole libertà di scelta. L’opzione del verso libero e la possibilità di evitare strumenti retorici codificati non impedisce che sgorghi la musica insita nel testo, né riesce a ridurre la bellezza delle immagini che rendono la poesia un’esperienza unica. Il soggetto scrivente si fa portatore, secondo il proprio respiro interiore, di una musicalità originale che può concretizzarsi nell’endecasillabo o nell’ottonario, o in altre misure - poiché è sulla base di quel respiro che scaturiscono il ritmo e la musica.

Al mio ritmo interiore, come si evince dalla quasi totalità dei miei testi, sembra adeguarsi preferibilmente l’endecasillabo. È da ciò che essi traggono una musicalità indiscutibilmente mia.

Se oggi scrivo ancora è perché non so zittire un demone interiore che dà senso alle mie giornate, come è avvenuto fortunatamente nei lunghi mesi della pandemia. È ciò che mi rende tuttora vitale, nonostante gli anni e le avversità e accresce in me la forza di vivere.

                                                                                                             Marzo 2022                                                                                            

 
Carenza di azzurro

Miele e origano sul bordo delle strade

musica e vento sull’odoroso cobalto

del mare, abbaglio di contrade

nella viva tragedia della Storia.

Grecia,

mia dimora assoluta nella stiva del cuore.

A mani nude tra le radici marmi sorridenti,

volti trascolorati nell’eterna bellezza

eppure amici.

Il nostro nome è scritto dai ricordi.

Ferma la vela della nave dove felice

pulsava la vena umana dei pensieri nuovi,

sfumato il tempo della pace nel deserto

che avanza.  Nel lungo vento Afrodite tace.

Senza carezze né baci medichiamo

le piaghe, spersi nel mondo.

Carenza di azzurro e di luce è carnale

assenza d’amore.

 

La maschera del potere

Ispirandosi all’arroganza del potere contro cui lottava, Dante introdusse nel Canto IX dell’Inferno , davanti alla porta di Dite, le terribili figure delle Gorgoni, tra cui Medusa. Spesso in letteratura e nei saggi di analisi politica quella spietata immagine mitica viene individuata come la “maschera” che cela la inguardabile disumanità del potere politico tendente a sottomettere la volontà e la libertà dei cittadini. Il mostro capace di ridurre in pietra chi la guarda e nel suo sguardo si perde, è quello che l’eroe Perseo riesce a decapitare sfuggendo ai suoi occhi, grazie alla immagine riflessa nello scudo fornitogli da Atena. L’invito di Dante a “mirar la dottrina che s’asconde” dietro quella terrificante raffigurazione mi ha indotta a comporre il testo  che segue.

La Gorgone Medusa

«Venga Medusa; sí ‘l farem di smalto »    

dicevan tutte  riguardando in  giuso:

« Mal non vengiammo in Teseo l’assalto ».

«Volgiti in dietro e tien lo viso chiuso ;

ché se il Gorgon si mostra e tu ‘l vedessi,

nulla sarebbe del tornar mai suso ».

(…….)

O voi ch’avete li ‘ntelletti sani,

mirate la dottrina che s’asconde

sotto il velame delli versi strani!

Inferno, IX, 52-58 e 61-63

La Gorgone Medusa

Occhio di pietra che di pietra hai il cuore, occhio veloce

che impietra, tetra è la tua luce sotto l’alone della luna.

Come in un film ti specchi nello scudo/specchio di Perseo,

Medusa che impietri con lo sguardo e t’impossessi degli uomini

e dei sassi, poi per astuzia dell’eroe  divieni acefalo mostro

con chiome di serpenti e ali d’oro, esibito in mostra

sanguinante e annichilito, potere numinoso nella cuna

del mondo dove per te l’uomo perde la ragione e la fortuna.

Tu che violenta attenti alle nostre menti e infinito

terrore spargi all’universo, dei tuoi occhi il potere

si mostra ai nostri nudi corpi sovrano di schiavi,

uomini e armenti.

 
E noi piegati e senza voce vediamo nella pellicola

l’orrore entro lo scudo/specchio, cui il tuo potere

ostinato ci riduce.

 

Le eredi

Nell’aria turchina caute

ombre di un tempo irreale.

Ricordo coppie ridenti salire

il forte di Aleppo mano nella mano.

Ora

macchie di sangue sul guano che copre

le case abbattute, sui letti fredde

lenzuola gualcite.

 
Oggi, coperte di terra, quelle giovani

donne di Siria hanno i nomi e i profumi

dei fiori di prato.

Imbracciando il fucile hanno strappato

al nemico

le zolle stuprate, agli uomini

i diritti negati.

 
Ma ogni giorno ogni notte si accende

la lotta infinita sulla postuma rotta

del loro segreto destino che sale alle stelle.

 
Ma se la guerra

è aspetto naturale dell’umana malvagità

dimmi come potremo espellerla

dal mondo, se tace distratto il dio

degli eserciti di fronte a chi fugge le bombe

se hanno parola solo i replicanti

se nei salotti si fanno insulse domande

dichiarando guerra agli altri presenti

se solo la pietà dei becchini accende forni

scava tombe per l’eterna pace dei defunti

nel silenzio del vento.  

Contro ricchi analfabeti, invasati potenti,

pennaioli indifferenti ipocriti e falsari

che vendono l’anima per trenta denari

per salvare libertà uguaglianza fraternità

sola alzerò nel cielo buio la mia bandiera

tra le spine della stridula notte per cercare

luce tra le tenebre nell’infinita distanza

dell’Apocalisse per romperne i serrati sigilli

per supplicare incatenata alle sbarre

della democrazia amputata

pace     pace    pace

                                               12 marzo 2022

 

Mehr Licht

                          a Sergio Meeten, hasta siempre

Luna piena, questa notte afosa

buca il buio tra le bacche spinose

del cielo,  ritrova il sale sulle orme

del passato, storie evaporate,

versi colorati dall’arguzia

dall’amore segreto del mare profondo.

La erre affila arrota rapidi pensieri,

piume rade le parole del congedo.

L’ombra affolla i nostri sentieri

incrociati cercando nel mistero la luce

cui assetato anelavi.

Mehr Licht , più luce

mehr Licht  ripetevi carezzando

il ricordo degli amori, dell’amato

Callimaco e degli altri

nello stretto cunicolo del cuore.

 Agosto 2019

 

Questionario

Ditemi se la terra è tonda, se la donna

che corre col fazzoletto di seta è

borghese o popolana occhi cerulei

che china lavora la sua terra più

non avremo pietà vereconda

più non sapremo se chi fugge  la morte

in forre di fango e immondi rifiuti sa

di lasciare la casa a unghiuti predoni

dell’anima, alle volpi argentate che siederanno

in tondo a disquisire di pace e pregiati

metalli tra posate e cristalli pietanze

e cannoli pieni di panna trafugata

ai cannoni esposti ai bei tempi nei musei

da noi ignari come reperto e storia

sotto archi di trionfo a celebrar vittorie

ottenute da insane invasioni tra prati

verdi e fiori facendo ancora macello

della nostra carne, dei cuori con zanne

di lupi mannari che se ne fregano del bordello

creato e del lembo di terra che abbiamo

arato intorno alla casa parte di noi, strappata

per sempre a sogni fioriti per sempre

appassiti dall’urlo di allarmi nelle cantine divenute case

dalle iene ululanti nel sangue dei cadaveri abbandonati.

                                                                           8/03/2022

 

Ritorno all'Eden

 Vedi

quei poli di ghiaccio, dossi liquefatti

dove vanno a morire gli orsi su mari

di cristallo. Sui loro dorsi, negli anfratti

della calotta del mondo che ha fame,

il vento caldo smuove i vapori, appanna

il binocolo che invade il nido corsaro

delle diomedee in amore.

Là si accumulano i liquami della Terra

del tramonto.

 

Occidente.

 Eppure all’orizzonte

tra sorgenti strozzate da immani dighe

nella mezzaluna d'Assiria

ecco tra felci e totem avvampare

la silente gloria di Gobekli Tepe

epifania dell'Eden, enigma d’Anatolia.

 
Settemila anni.

 La nuova storia si affida disperata

ai suoi declivi, al sotterraneo mistero,

al nero delle crepe riarse da sarchiare,

al verde argento di olivastri e ulivi.

Resta sospesa nell’aria tra le braci,

dove in principio era il logos, la complessa

insperabile anima dell'Eden da salvare.

Da noi, per noi, orfani di pace,

novelli primitivi.

 Pylos,  Settembre  2018

                                                     

Maternità

Forse non sapete, da uomini che siete,

che foste per me benedizione

periglioso, tormento, spinoso accudimento

acuta necessità d’amore, fame

di tenerezza e di risate,

come un abito di tela da vela

nel vento dell’estate.

Vi guardavo la sera, dormienti tessere

del mio mosaico interiore, linfa

del mio ventre, passeri voraci

donati al mio amore dalle stelle,

tessere ad occhi chiusi la vita promessa,

coperti nel sonno dai miei baci.

 

Vernissage

Colori violenti incrocio di piani geometrie

Del tempo, donne in bikini nudi lontani

Come le mani che afferrano gli anni

Vuote di anima e amorfe nel centro

Con gli operai volati in paradiso

E i funerali del nostro scontento.

La mostra segue il nostro romanzo

Tarlato e stanco di un sogno grandioso

La libertà, l’eros libero e bello

Tarpato nel corso di questo tempo

Che tutto ha sviato, la pace e le strade

I bar gentrizzati, gli amici intristiti.

Eppure vivemmo quei giorni lontani

Con mazzi di fiori tra candide mani

Per dare purezza alle nostre parole

Per non travisare il senso del bene.

Ma oggi la guerra la chiamano strano:

Manovre di pace in un luogo lontano

La guerra ritorna igiene del mondo

Per chi in girotondo gridava gli abusi.

Poi s’aspettava che anime belle brandissero

Spade a offrire la pelle a qualche

Magnaccia vestito elegante che finge

L’onore di fare giustizia laddove

Si vive miseria e sporcizia.

Son detti oligarchi, ma sono papponi

Non è così che il conte Lev sognava

La Russia: purezza di cuore, giustizia

Parole veraci, linguaggio diretto.

Rispetto di umana semenza è stringersi

al petto il nostro futuro, i bimbi

innocenti che guardano alzarsi

il muro dei vecchi, la loro arroganza

invece di cogliere fiori di ogni colore

e spargere al sole il loro profumo

a onore del mondo che ha vita breve

se non si provvede a chiedere al cuore

e non ai mercanti di armi e di droga

la formula giusta da bere.