giovedì 14 aprile 2016

Memoria e coralità nella poesia di Nino Iacovella

Presentiamo Nino Iacovella, una selezione delle poesie contenute nella raccolta Latitudini delle braccia che per noi diepicanuova ha assunto un significato importante per molti motivi, molti di essi sono contenuti nella prefazione di Alessandra Paganardi dalla quale riportiamo un passo decisivo della sua lettura dell’opera:

(…)“La poesia di Iacovella è civile soprattutto in quanto non si chiama fuori dalla Storia. Il potente verismo dell’autore non è mai asettico, un rischio corso invece dal verismo letterario tradizionale: Iacovella si assume per intero la responsabilità di un passato non scelto, spesso neppure vissuto, che nel bene e nel male preme nel suo sguardo quale inestinguibile eredità transgenerazionale. E’ il “passato che non passa”, il pegno heideggeriano dell’essere gettati lei mondo. È la serie di fotogrammi ideali che fermarono i gesti, le rinunce, i limiti da cui siamo stati forgiati, e che soltanto in apparenza sono andati perduti: come un’acqua corrente essi sono arrivati alla nostra generazione, e ancora scorrono verso le successive.
«Anche oggi sento i tonfi, / le risa dal quinto piano.» (pag. 76). I luoghi li custodiscono; un rabdomante particolare, il poeta, li dissotterra, spesso cogliendo il dolore nascosto di uno sguardo o di un’esitazione: «A volte torno quel bambino che piange / quando si spegne la luce, / e rivedo mia madre nel dubbio: / avrà fatto bene a non nascondermi la paura / a farmi vedere l’oscurità, il buco nero del corridoio / dove tutti sappiamo bene che il lupo / spalanca ancora le sue fauci» (pag. 119). Ogni cosa, proprio nella consegna del silenzio, trasuda memoria: le mura delle fucilazioni, i boschi delle trappole e delle fughe, un paese intero in ginocchio di fronte alla madre che passa reggendo il cadavere del figlio ucciso in guerra. Una scena corale :he neppure la Pietà michelangiolesca ha fermato nella pietra e che  il poeta può, anzi deve focalizzare: se  la scultura sorge idealmente già integrata dalla fruizione collettiva del pubblico, la poesia, all’opposto, nasce marchiata da un peccato originale d’intimismo, che la ricerca di Iacovella intenzionalmente taglia e supera. Così ti ho tenuto stretto lungo il percorso / sino alla porta di casa // senza dire una parola / senza alcun pianto // Avevo quasi perso l’uso delle braccia» (pag. 44). Il poeta, grazie al lungo esercizio di uno sguardo meta-individuale, può parlare all’unisono con i protagonisti di vicende anche molto remote, fino a immedesimarsi totalmente con loro (lo vediamo nei versi appena citati); oppure, come in molti altri testi di questa raccolta, può divenire parte in absentia di una coralità che, proprio come la memoria, passa e rimane.” (…) Alessandra Paganardi.



dalla sezione  La linea Gustav

Vorrei cambiare nome agli inverni
tenendo più stretto il ricordo del freddo
il gelo nelle dita dei soldati

Veder sparare ancora i tedeschi
a denti serrati dall’alto del muraglione
con occhi che spezzano a vivo
la coda inerme degli sfollati

E cercarvi lì, tra i vecchi a coprire le madri,
le madri come rifugi per sagome minute
(tra il seno e la spalla, insenature
come porti per piccole teste
spaurite nella burrasca)

Sul paese come un’ombra la linea Gustav,
tracciato d’inchiostro sulle rovine,
il confine tra chi si butta a terra
prima o dopo lo sparo

                      ***

Gli anni nascosti dietro la collina
ritrovati all’apice di un giorno:
adesso siamo il recinto di un giardino
dove nitido si scorge il filo spinato

A stringere questi nodi di memoria
è come mostrare il petto al nemico,
volersi ferire, rovesciando colori a terra,
far finta che non siano solo sangue

Con mani legate siamo in attesa
che si assesti di nuovo, colpo su colpo,
il battito sulla raffica

Del cuore rimane un proiettile irrisolto,
una traccia murale sfarinata.

Mentre la bocca è contro il muro
con la lingua si scioglie un sapore
di sabbia e calce viva che sa ancora
dell’attesa breve dei fucilati

                       ***

Nel momento della ritirata tra le lenzuola
con i corpi arrotolati che si sciolgono l’un l’altro
tra le pareti lisce, alte come barricate,
la finestra è un’incursione della notte
che
me ìe mostra la prospettiva d’assalto

Quando è il momento di chiudere la persiana
la rotazione del cardine mi dà ragione, sgrana
come i denti dell’obice puntato sulle nostre vite

Il sogno di mio padre è un’allerta:
fai scorte di viveri,
ti raggomitoli in posizione fetale

Come se un bombardamento finisse,
siamo stesi con le mani intrecciate
e le bocche a mordere il cuscino

Questa notte, se la mia presa sarà forte
più lunga di un abbraccio,
è perché ho sognato che ti tenevo a stento
mentre i colpi di mortaio sibilavano in aria

Vedevo l’ospedale da campo che si allontanava,
sembrava irraggiungibile: eri ferita come mio padre
e io non volevo lasciarvi morire

                               ***

Sotto il cielo dell’estate
tra i piani azzurri della città
è come se il mare fosse rovesciato
e avesse illuso con la brezza la litoranea

Ma basta poco per cambiare aria
minare al cuore la bonaccia

ricordare quel giorno del millenovecentoquarantatre
(letta così quella data, sincopata e tutta d’un fiato)
richiama nell’aria i colpi di mitraglia

Mi butto a peso morto sull’asfalto

Sulla testa sibilano come proiettili
le traiettorie di volo dei gabbiani

                            ***

Incursione aerea del ’43

Questa terra accorcia i respiri,
reclama i passi dei vivi a piedi nudi
come se non dovessero avere peso
per stare qui, calchi sull’erba
destinata a sfarsi

È il sottosuolo della lapide
dove crescono ancora radici
come braccia

Nell’eterno crollo del rifugio stanno i corpi
tra gli strati di memoria, rannicchiati come bulbi
che stentano a rinascere

Per questo siamo noi a sentire
il freddo del silenzio,
e baciamo il marmo con le dita
come per toccarvi

                           ***

Martiri del 6 ottobre

Abbiamo provato a chiudere gli occhi
di fronte alla lapide, abbracciato l’albero
per il tronco, come a voler sciogliere
la corda che ti sorreggeva morto
esposto nudo agli occhi della strada

E ora che qui non c’è più nessuno
ci facciamo coraggio per ricondurci al tuo corpo,
alla lama che scavò gli occhi e ti sventrò a vivo,
come da noi non si faceva nemmeno ai maiali

Rimaniamo arresi a un silenzio sconosciuto
ritracciando il percorso del dolore,
nella città che insorse a mani nude
pur di venire a liberarti

                                ***

Martiri del 6 Ottobre

Sai che non riesco a vedere il silenzio,
a testa china di una città che ci fa strada,
che ci vede insieme io e te
Enzo, mio figlio che torna per sempre
tra le braccia della madre

Cosi ti ho tenuto stretto lungo il percorso
sino alla porta di casa

senza dire una parola
senza alcun pianto

Avevo quasi perso l’uso delle braccia        

                         ***
                                                       Come sassi lanciati sull‘acqua                                                          
 che affondano dopo breve corsa 
  le figure si allontanavano
svanivano nell‘aria trasparente
GIAMPIERO NERI

Linea Gustav

Dai primi passi nei vicoli, dalla nuda pietra
presagivamo la veduta: la montagna, la strada,
prima ancora della luce

Cosi era l’alba del Lunedì di Pasqua,
con le nostre madri rimaste in un’attesa
chiusa all’altezza dello stomaco, come se noi
davvero fossimo stati capaci di partire

Quel giorno erano così belle le nostre ragazze
nei loro jeans attillati, e non bastava la bellezza
dell’orgoglio per desiderarle,
loro avrebbero già scelto con chi stare,
mentre noi ragazzi dentro buste di plastica
avevamo già più vino che pane

Prima di Bocca di Valle tagliammo la strada 
sotto i piedi una terra che giaceva
come se un percorso stesse per rinascere

Arrivati alla Cascata qualcuno prese coraggio,
immerse il corpo nel freddo dell’acqua
mentre dal bordo sentimmo così vere le sue ossa
il tratto dolente dei denti serrati

All’addiaccio abbiamo diviso le cose da mangiare,
le sigarette, il vino ancora caldo dalla fatica
l’abbiamo bevuto come fossimo stati
oltre la cima degli alberi

Poi nei pressi del piccolo lago scorgemmo
la pace delle rane
lì dove buttammo le pietre
per vederle saltare dall’acqua:
come sprofonda a volte il masso senza colpire
altre volte c’è il sangue che torna a galla,  
e a chiudere gli occhi non puoi
che immaginare lo scempio,
mentre a riaprirli è come sperare
che tra le proprie mani non ci sia tutto quel vuoto,
che la pietra sia ancora lì, come prima di colpire

In mente ora ci sarebbero i ricordi dei padri,
doveva essere stato così quando
bombardarono le case:
i piloti alleati come un dio accecato dall’alto
che tiene il cielo tutto per sé, oscurandolo
alle piccole creature

Chiaro era il cielo di quell’aprile
quando siamo stati figli e lo saremmo stati
sempre, di coloro che toccarono la guerra
a mani nude prima di saltare per aria,
delle madri rimaste tumulate
nell’esplosione del rifugio,
di corpi rimescolati nella terra
pur di vederci rinascere

E sulla strada del ritorno le ragazze
si tenevano strette al freddo della valle,
le teste poggiate sulle spalle
di chi non si era arreso alle bevute, i sopravvissuti,
quelli che non erano rimasti sull’erba a vomitare


5 commenti:

  1. Felice di aver contribuito, con la mia prefazione, a far conoscere un libro in cui ho creduto fin da quando li lessi in pdf.

    RispondiElimina
  2. ...scusate, volevo dire "fin da quando LO lessi" (la mia tastiera ormai è candeggiata!! AP

    RispondiElimina
  3. Sono molto grato ad Alessandra per quello che ha scritto tre anni fa come prefazione del libro.
    Il livello è molto alto, e dà prova anche del talento critico di Alessandra.
    Grazie a Paolo e Franco per il sostegno.
    Ci ribeviamo su a Chiaravalle.
    Nino

    RispondiElimina
  4. Paolo Borzi ci ha inviato questo commento:
    La guerra mnemonica, eco psichica, atrocemente liquida (nel senso omerico, ma reale, di onda devastante e sempre incombente), a spruzzi di granate e rimembranze, di Iacovella, mi fa pensare alla guerra permanente per la sopravvivenza psichica de “il Mondo Magico”: penso dunque a Ernesto de Martino, e l’Epica entra così di botto come permanente stato ancestrale, di paura. Rimuovendo la guerra psichica permanente, l’uomo ha potuto stabilizzarsi, entrare nella Civiltà, e dimenticare gli orrori prodotti, per poter vivacchiare nelle parentesi, e ricominciarne altri. Laddove il Primitivo si rannicchiava all’orrore naturale dell’Ordinario, l’uomo civile ignora persino l’orrore straordinario da lui stesso prodotto. Uscire dalle celebrazioni e i minuti di silenzio e riaprire una crepa che ci facesse dei “primitivi rannicchiati di fronte i nostri orrori”, sarebbe una azione paradigmatica, di sintesi e di salvifica riappropriazione ancestrale entro la coscienza moderna. Penso anche a Hegel: facendo la sintesi tra il lavoro e la Paura della Morte, il Servo attizza la Civiltà e tutto il processo fenomenologico e teoretico che lo vedrebbe poi riallineare in un mondo giusto l’antico dramma irrisolto. Nuova Epica come un Cerchio che si chiude, e riapre subito radicandosi alla Fonte. Una riappropriazione culturale che è anche radicalmente umana e umanitaria, di quello che di eroicamente fragile (come opposto di vigliaccamente solido) eravamo. Con la nostra Epica ricostituita. Vivi complimenti a Iacovella. pb

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie per il contributo di spessore.
      Nino

      Elimina