lunedì 19 settembre 2022

Le prose e i versi inediti di Lucianna Argentino

 

Abbiamo invitato Lucianna Argentino a proporci una scelta dei suoi versi accompagnati da personale commento.


Se all’inizio del mio percorso esistenziale e poetico la poesia fu un rifugio in cui potevo sentirmi libera di essere me stessa, di dare voce alla malinconia, al senso di inadeguatezza, di solitudine che rendevano inquieta la mia anima assieme al timore di crescere, mi resi ben presto conto che la poesia era tutt’altro che un rifugio era, è, anzi uno stare esposti e un esporsi alla vita, alle sue ombre, ai suoi abissi e alle sue altezze. E’ un modo di stare nel mondo con i sensi bene accesi e pronti a recepire ogni più piccolo sussurro o grido che ci viene dal mondo perché i poeti sentono che in ogni cosa, in ogni essere umano, c’è una realtà più profonda e a quella rivolgono la loro attenzione chiamati da una voce a cui obbediscono perché non possono non farlo. Una voce che vive dentro loro stessi come senso di responsabilità, di cura, di affetto per il mondo e per la parola poetica che riesce così bene a descriverlo nella sua verità fondamentale, nella sua bellezza senza negarne o ignorarne gli orrori, il terribile, ma sentendo che non ne sono gli aspetti fondanti anche quando tutto sembra indicare il contrario. Gli inediti che qui offro ai lettori sono di diversi anni fa. Quelli di “Corpo di fondo” ho cominciato a scriverli nel 2010 a un anno dalla morte di mio padre per superare il senso di mutilazione che sentivo crescermi dentro anche perché netta fu, e ancora lo è,  la sensazione, il dato di fatto, che con lui se ne è andata via una parte di me, della mia storia. Ho cercato quindi di andare più in là che potevo con la memoria, alla ricerca del ricordo più lontano che avevo di me e di lui insieme, ma la memoria ha molte diramazioni, molte strade da percorrere ed è impossibile farne qualcosa di lineare. Tra i tanti ricordi che sono affiorati nella mia mente uno che mi è particolarmente caro lo racconto nella prima delle prose poetiche perché è stato quello che in quel giorno dell’estate del 2010, ha dato avvio alla scrittura dei testi successivi. Particolarmente caro e significativo alla luce della mia relazione con la parola poetica fu il gesto di mio padre di prendere le misure della pagina bianca di quel diario, segnare dei puntini e poi unirli a formare delle righe su cui io potessi scrivere (come a dire: lo sfondo bianco, lo spazio libero c’è, ma ci sono anche delle regole - la sintassi della libertà). Quasi una benedizione paterna alla scrittura. Da quel ricordo, dunque, il mio viaggio nella memoria si è fatto un viaggio interiore anche perché non avevo intenzione di scrivere un’autobiografia (anche se inizialmente li avevo intitolati “Frammenti di autobiografia postuma”, postuma perché tutte le autobiografie lo sono in quanto l’io che  racconta e l’io raccontato non coincidono) benché, in ultima analisi, di autobiografia si tratta. Di riscrittura della vita, così come lo è la poesia. Un’autobiografia spirituale, l’autobiografia di ciò che la vita ci dona e di ciò che alla vita doniamo, di ciò che della vita vissuta rimane in noi come qualcosa di vivo che continua a respirare e a lavorare in noi. In un altro testo inedito su cui sto ancora lavorando mi chiedo, infatti, se non sia il presente a gettare luce sul nostro passato e non viceversa come comunemente si pensa, ma a ben vedere è la stessa cosa essendo passato e presente solo delle convenzioni. E così le prose di questo libro si dipanano lungo 10 anni (le ultime le ho scritte nel marzo del 2020) e da ricordi di fatti concreti si trasformano man mano in un diario di stati interiori sempre vivi.

Gli inediti di “Appunti di un canto controverso” (ancora non so se sarà il titolo definitivo, ma penso di sì) nascono al principio del 2020 quando si cominciava a parlare di pandemia. Le prime due poesie sono datate 8 febbraio 2020. In quel periodo ne ho scritte tante, con una media di una o due al giorno, stupita anch’io di questo fatto per me inedito. Non so se è stato per via del sospendersi del tempo o meglio del dilatarsi del tempo privato del suo consueto ritmo di impegni quotidiani in cui siamo sconfinati tutti con esiti diversi. Sono comunque poesie che non parlano del Covid e dintorni, ma certamente sono poesie pregne dell’atmosfera di quei mesi, di quei mesi hanno respirato la temperie (e le intemperie) e quel respiro riportano sulla pagina. Direi che il digiuno dal fare ci ha spiazzati, ci ha messi davanti a qualcosa di totalmente nuovo e inizialmente, nonostante il dolore che molti in quel periodo stavano vivendo, positivo perché ha portato alla luce aspetti e realtà di noi italiani che già esistevano, ma a cui i media non davano risalto e a cui, purtroppo, non ne hanno dato più. Si è compreso che c’è un modo diverso di stare al mondo (cosa che i poeti sanno per costituzione genetica), tuttavia è durato poco come il seme caduto nel terreno roccioso della parabola evangelica che subito germoglia, ma altrettanto presto si secca perché non ha terreno profondo dove attecchire e nutrirsi. Allora queste poesie vogliono essere una testimonianza in presa diretta direi dello spirito di quei mesi, di quello che hanno seminato in me e di quello poi che ho rimesso al mondo. Il tutto nel senso di una continuità tra la quotidianità e la parola poetica che ne ha operato una sorta di elevazione a una dimensione storica.  Facendone anche un vero e proprio luogo in cui ognuno può specchiarsi per ritrovare sé stesso, quel sé che la vita a volte rende frammentario e irriconoscibile persino a noi stessi. Perché fondamentalmente frammentaria e spietata è a volte non la vita, ma ciò che della vita facciamo o non facciamo, della nostra vita e di conseguenza di quella degli altri. La poesia, l’arte ci ricordano allora quello che in quei mesi sembrava avessimo finalmente compreso, cioè che fare va bene, ma essere è fondamentale.

 
Inediti da “Corpo di fondo”

 

La bambina guardava il padre che con un righello e una matita tracciava righe sui fogli bianchi del diario con la copertina di pannolenci rosso e un piccolo lucchetto dorato. Tracciava righe perché le sue parole non sbandassero su quel bianco che allora era terra straniera, perché la punta della penna si poggiasse su di esse e proseguisse sicura il suo viaggio. Cominciava così ad imparare che la realtà si può riscrivere, che sul bianco della pagina poteva progettare se stessa e nuovi mondi. Offrire un rifugio al tempo.

 

Piazza della Loggia a Brescia;

il treno Italicus;

il massacro del Circeo;

l’omicidio di Pasolini a Ostia;

il 1977;

via Acca Larenzia a Roma;

le Brigate Rosse e l’omicidio di Aldo Moro;

la stazione di Bologna;

 

L’adolescenza sua toccata da anni feriti da un’inquietudine sconsacrata e sterile. Miseri misteri sciolti nei liquami della decomposizione umana. Lo spirito del tempo, dallo schermo in bianco e nero, bruciava nel roveto ardente di un esodo senza patria. Lei, intanto, svernava in un’età di attese, di lavorio di fondamenta, preparava il terreno alle promesse. Si annidava all’esterno di quel male che pure ingoiava, la sera, prima di Carosello.

 
 
Conserva nelle mani le ricorrenze, le cose che sembrano andare e invece rimangono in un silenzio che non sa più dirle. Complice la vita le annoda alle parole – come da bambino suo fratello legava a un filo le automobiline e le trascinava per tutta la casa. Le tiene in grembo, sfoglia l’almanacco del suo vigile abbandono al clima della pagina e annota in margine quella verità che la lega all’ombra delle cose.

 
 
Un  tempo s’affidava alla conoscenza che degli arrivi hanno i treni più che alla sapienza che delle partenze hanno gli uccelli migratori, ma ora è a questi – marinai dell’aria – che chiede la rotta, il segreto della loro misteriosa capacità di orientarsi sulle mappe invisibili che tracciano gli esseri umani nel campo magnetico terrestre. E si chiede se poi qualcuno vorrà sapere quali alibi contengano le sue mani per le opere non compiute, per le omissioni, ma anche quanto abili siano state nel tracciare sulla pagina l’odore e il sapore della vita quando con le parole scava una verità limitata  nell’illimitato enigma del mondo.

 
  
Sosta a lungo nel farsi luogo della parola. Impara ad accendere fuochi che ripetano sulla terra il volto delle stelle – un loro tratto almeno – e siano di ristoro allo sforzo di perdurare che ogni cosa ed essere compie. Insegna al pensiero l’uso domestico e quotidiano del silenzio, il suo mutare di sostanza attraverso la liquida sonorità dell’inchiostro.

 

Come i cani segue la traccia chimica della realtà, annusa l’odore emotivo degli umani - la paura, la gioia e ne fa traccia alfabetica sulla pagina. Scompagina il silenzio, lo attiva perché nella parola sia parola trasparente che lasci passare la luce come fa la vita, a sorpresa, quando si materializza e appare improvvisa in un giovane cervo che dal bosco attraversa la strada e nel bosco di nuovo scompare.




Inediti da “Appunti di un canto controverso" (2020-2021)

Il caparbio perdurare della specie,
innescata la sequenza di consenso,
per commozione tradì le regole del caso
e  promosse la grazia primordiale delle corde vocali
- fu quella e il suono di fiamma che ne venne
a condurci dallo spavento al canto.

 ***

La dicitura blindata delle cose
è una forma d’imperfezione
- come nei diamanti-
più preziosa della perfezione stessa.
E’ questa che i poeti cercano
col cuore rarefatto
la combinazione
di essere e di apparire
il farsi verità
di una menzogna.

 ***

Trema chi dell’abisso fa suo seme
e teme sia tenebra il raccolto,
ma poi la luce viene
a raggi o a perturbazioni
ed è una forma di limpida materia
l’amore che ne scaturisce
e sgrana le ore nell’opera del tempo
ma non è questo ad invecchiarci
è quanto tratteniamo
- tutto ciò che non lasciamo andare.

 ***

E chi dallo sconforto
a una sua quiete torna
poi tace quel tornare
ormai che sente
approdo più sicuro
l’alto mare.

 ***

Le ore - agili sorelle- scardinate dagli istanti
smarrite nel clamore degli eventi
oscillano agitate dal vento dell’imprevedibile.
Confuse non sanno a quale limite aggrapparsi
e stanno come pane avanzato
che in sé mantiene il lievito e la spezzatura.

***

 E ora che anzitempo si è attraversato
il guado del secolo
il limite inatteso del nostro abitare
ci avviamo verso la soglia di qualcosa
che più non somiglia a ciò che eravamo.

 ***

Cosa chiedere alla vita,
a queste ore scandagliate
con mani confuse, con cuore scardinato?
Adesso che si sceglie
tra chi lasciare andare e chi tenere qui.
Adesso che l’attesa pioggia è arrivata
ma non ristora l’asciutto della terra.
Non chiedere, dunque  rispondere
con quanto in ogni silenzio è respiro
- una preghiera o un canto
che di pietà sorride.

 ***

 E’ tornato maggio coi suoi deserti asili
e gli impensati vuoti
abbracciati al silenzio dei cortili
quando non c’è altra musica
che lo sfrecciare alto delle rondini
il loro garrito che rammenda l’aria
lacerata dalla paura di chi tra quattro mura
sente che la vita è vita condensata
e come gli atomi perdendo energia
emette luce. E luce allora sia
e illumini ciò che ci fa umani
mostri che non è radice il male
ma lo recide l’essere amati e amare
- l’impegno quotidiano
di chi con le parole dalle cose
estrae splendore.

 ***

Non pensare sia un caso il male
ma guarda la grazia innata
- la matrice geometrica del mondo -
e il bene che ogni giorno attende
le nostre mani per farsi carne di gioia.
Senti la gratitudine adimensionale del vivere
nell’impasto di male e di bene
del nostro circostanziale esistere.

 ***

Avremmo bisogno dell’olfatto dei cani
del loro udito o della bussola chimica
di certe specie di uccelli
per sentire la voce che orienta i nostri passi
e di un senso festivo per darle ascolto,
per non incespicare contro ore senza gloria
di luce che  scivola dagli occhi
e si coagula in un grumo di tenebra.

 ***

Se è  distanza uguale
a quella tra la rosa e il suo profumo
non temo lo stare nel silenzio
dove l’attesa è certezza del bello che viene
e del bene vivo nella materia del nostro risveglio
nel mattino imbastito di voli e del mio quotidiano
prestargli il cuore per un canto spezzato
dall’abbaiare di cani senza pietà
e ricomposto nell’attimo preciso
del traboccare delle ore
da un tempo che più non le contiene.

 ***

Davanti alla mia finestra passa il mondo intero
eppure è solo un rettangolo di luce tra due pareti
su cui al mattino sosta il sole e ha la stessa trasparenza
che si addice al vetro e allo sguardo umano
quando in esso il tempo cambia direzione
e la sua freccia si conficca nell’attimo
che geme disorientato come chi
- troppo a lungo -  ha guardato in alto.

 
***

La pioggia scurisce i marciapiedi
ma tace di che stagione è il frutto
da cui proviene l’inquieta sostanza
del nostro pensarci  un po’ più in là
sfalsati sulla linea della vita
eppure veri quando il dolore
ci piega le ginocchia.

***

Spunto la lista della spesa
ripasso a mente il necessario che mi manca
- il pane il latte le uova –
e qualcos’altro che sfugge alla penna,
ma poi dal taccuino alzo lo sguardo verso la finestra
e mi cattura il superfluo che è un necessario rovesciato.
Così da quel rovescio prendo la grazia efficace
a questo istante non predestinato
e la ripongo in quanto dell’umano è attenzione
ed è allora che ciò che sfugge, ammansito, torna.

 
***

Cospirano le mani e lo sguardo
per  obbedienza a una segreta voce
a un più alto domandare
la remissione della colpa
di non saper ricambiare la promessa
quando scrivendo sento il nemico
scorrere nelle vene
ma in esse – nelle piene della loro giustizia –
il male s’incaglia e depone le armi
eppure so che ha perso solo una battaglia.

 

 

 





venerdì 13 maggio 2022

Gli edifici pericolanti di Massimiliano Damaggio


Abbiamo invitato Massimiliano Damaggio a proporci una scelta dei suoi versi



Edifici pericolanti

Anni fa vivevo in un palazzo degli anni '60. Un giorno l'amministratore comunicò che sarebbe stato necessario fare delle infiltrazioni di cemento perché la struttura portante si stava sgretolando. Da fuori non si notava. Era all'interno dei muri il problema. Era un edificio pericolante.

A Sarajevo nel '98 era da pochi anni finita la guerra. Gli edifici pericolanti erano innumerevoli. C'erano macerie dovunque, l'acqua era razionata e distribuita in determinate ore della giornata. Un giorno accompagnammo in tram un amico all'aeroporto e ci trovammo a dover attraversare un campo minato. Vidi sulla faccia dei compagni un terrore muto e capii che eravamo edifici pericolanti. Fino a pochi minuti prima scherzavamo, ridevamo sul tram.

Ciò che sta per cadere non è caduto. Con gli anni ho però capito che ciò che è pericolante può essere già crollato ma non sempre lo possiamo vedere. Come il palazzo nel quale abitavo o i cittadini di Sarajevo in quel '98. Questo gioco dell'equilibrio fa sì che essere pericolanti, o meglio in bilico, sia la nostra condizione esistenziale.

 
Le cose con le dita

Transitiamo nella zona industriale
su questa terra defunta riposano
nomi di cose in disuso
gonfi di piogge oblique fioriscono
gli uomini dismessi

Aspettiamo, alla fermata dell'autobus, la sera

Sono piccoli vegetali oscuri
dove immergere la mano
è questo rumore senza forma
sono le cose con le dita
impermeabili fiori all'incontrario

corpi scivolati nell'ingorgo
di acque inquinate defluiscono
in esistenze decimate
un nome dopo l'altro, dentro i tabulati, fino all'estinzione

In questo modo precipita la notte
Un alito assente scivola fra i denti

Aspettiamo l'accredito sul conto corrente


Poesia della forza vendita

Esiste il tempo degli uomini in affitto
ripiegati in due dentro il contratto
nell'atto di spalancare la bocca
per ingoiare la moneta: Complimenti
mi dice il manager, Lei è in progressione
tuttavia non sa gestire le risorse:
ci vuole la carota, e ci vuole il bastone

Esiste il tempo dei ruminanti
che sanno l'intimo piacere del bastone
il Suo scopo è essere una molla
caricare il significato dei corpi: Lei
deve scavalcare la catasta dei giorni
sopra cui sta un obbiettivo,
che ci segna


Maurizio il caporeparto e il rackjobber

Tutto il giorno ho allineato
i prodotti sullo scaffale
come fossero versi

e ora sto con l'ordine in mano
fra i carrelli abbandonati
dove dormono i bambini
consumati, nel silenzio

E in questa devastazione, Maurizio
stiamo, fra i carrelli abbandonati

È questa la semina del bulbo
per le voglie del margine,
il campo defunto, e il feto coltivato
che sboccia sul ripiano e si apre in sconto

Questa la trincea per il significato,
l'obbiettivo, e poi il punto
che l'orario ci mette al nome


Θα είναι η ομορφιά η εκδίκησή μας
Sarà la bellezza la nostra vendetta

(frase su un muro di Exàrcheia, Atene)

 Nel '97 passai l'estate con l'amico Samuele a Kìthira, una splendida isola a sud del Peloponneso. Una sera assistevamo a un tripudio di colori sul mare e Samuele mi disse: “Tu sai perché tutti considerano bello ciò che stiamo guardando?”. Tutti i poeti fanno un gran parlare della bellezza ma io non ho mai capito che cosa intendano. Non so cosa sia la bellezza. Ripensando al tramonto, potrebbe essere una cosa qualsiasi che rende felice ogni singolo individuo il quale ha, forse, una sua personale concezione di felicità. Non so dare una risposta. Ho però intuito che è nell'incompletezza di ogni singola risposta che si può trovarne un poco, laddove la porta mostri lo spiraglio di un'ulteriore scoperta, di un tentativo ancora, in opposizione al programmare che nega qualunque mistero e invece di creare domande impone risposte. Nell'imperfezione di tutto e nel nostro tentativo di trovare un equilibrio penso ci sia un indizio di bellezza.


Sull'isola di Kìthira

La strada, bianca come un disinfettante
le pietre grandi, le pietre piccole
le colline, vuote come una morte recente

Questo alla fine è la poesia
una mosca tossica
che depone nel corpo le uova della solitudine

Apro le mani, piene di dita inutili
che sanno solo scrivere parole


San Liborio, Civitavecchia

Queste parole che guardano il sole
questi ragazzini senza vele
che giocano nel campo di pallone
e intorno a loro il mondo tutto
e il vento

Li guardo e mi chiedo dove attraccheranno
un sole caldo li ha sfiorati
ma non basta a salvarli dalle macerie

Primo è l'abisso, che ci osserva
e non conosce la pazienza, e ci insegue

Secondo, l'amore che manca alle mani
per poter raccogliere queste parole
e farne ragazzini che giocano
e ridono


Sulla statale per Killìni

Ma io alla fine è con l'aria che combatto
e levo in alto le braccia per tradurre
una carne in una frase, un risorgere impossibile

e così torno al volante, così incontro
il cane morto per la strada

Se la tua parola era di inciampare nella ruota
e il vuoto che hai lasciato è ignorato da ogni cosa
con che grammatica interrotta chiami, ora
quelli che passano, e non si fermano
perché di te hanno paura

tanto terribilmente presente sei in tutta la tua assenza


Simulazioni

In una singolarità, cioè un buco nero, il tempo non esiste. Ciò che esiste convive con il suo opposto. Forse è questa speranza d'assenza di tempo e luogo, e la conseguente idea dell'annullamento della morte, che ha portato la nostra società a fondere realtà e finzione, sino a far scrivere a Baudrillard che viviamo nell'epoca della simulazione, significando con ciò che ci siamo lasciati alle spalle un mondo sociale più genuino e autentico. Ciò che era genuino e autentico era però tarlato da grandi difetti, e in fin dei conti a molti di noi potrebbe oggi risultare poco attraente. Il nostro tempo è impegnato a costruire un mondo fittizio solo in apparenza più equilibrato di quello precedente, e si spinge, scrive Latouche, fino “allo sradicamento dall'immaginario collettivo della morte. E oggi, la vita, per quanto prolungata non ritrova una sua pienezza. È solo sopravvivenza.” Tutto ciò lo si può definire altrimenti come assoluta mancanza di equilibrio. O follia.


Il materiale

È molto il materiale, che risale
fino alla superficie: del tuo giorno
del passante, di quest'animale
sull'asfalto, aperto in due
all'eccessivo sentimento
per un solo corpo, questo

sopravvivere, gravido di cose
da fare, da acquistare
un articolo, questo conviene
il calcolo del margine, Guardi
non vedo margini di manovra

Eccessivo il materiale
che acquista, che figlia, che insiste
nell'avventura umana e dura:

la nessuna avventura

...
Risale il materiale
fino al sorso delle mani:
non potabile
una mano 
nella serra dei corpi
raccolti a fatturare
chiede due ore di permesso
per andare a riprodursi

Io non posso tradurre tutto
questo pianto, tutto
in parole, non posso
tracciare il grafico esatto
della produzione di massa del dolore

...
E' molto il dolore, e io poco
apro la porta, vado a lavorare
il dolore con le mani
degli uomini molti
alla catena del carrello
che riemergono delusi
dal detrito quotidiano
masticando gli scontrini

e alla scatola di cartone
dove dormonogli involuti
in un cubo senza lessico
evapora il calore
un dito dopo l'altro
fino a quando il polso cede
e dal buco nell'asfalto
germoglia, tiepido, un rancore,

come una madre che per troppo amore
al bambino ha divorato il volto

...
C'è il bambino dilaniato
nel piatto, l'animale coltivato
e questo taglio alle mani
e questa pena dei giorni
ai lunghi tavoli sommersi
che assemblano il prodotto

Ma a volte ci amiamo, nelle pause
piantiamo nel solco un feto ancora

Questo il campo defunto
questa la perfetta solitudine
di feti che maturano nei solchi

e sbocciano, e s'aprono in corpi
portatori di un dolore ininterrotto


Le cose con le forchette

Sediamo, dismessi, sull'autobus la sera
attenti a respirare con prudenza, quasi un alito
possa travolgere chi è disattivato e ora dorme

Così è l'ora che intravede il sonno
questo anticipo goloso della morte
perché la nostra carne è poca, e non riempie il giorno

Così è l'ora di entrare nella food court
e in questa prateria di tovaglioli
ordinare appetizers, gringos, nachos
onion rings, crocchette Kociss
tagliata McKenzie di pollo alla griglia
con pomodorini, rucola e mais
french Fries and Old Wild West sauce ®
flautas El Paso, cheese
rice &
jalapeños

venerdì 6 maggio 2022

'A che punto è la notte?' e altri versi, editi e non, di Laura Cantelmo


                                             


 Abbiamo invitato Laura Cantelmo a proporci una scelta dei suoi versi accompagnati da personale commento.



A che punto è la notte?

Nel fermoimmagine della città che tace

passeggi sotto il dito medio alzato sulla piazza

degli affari. Passeggi tra salegioco, bische virtuali,

guardando la compravendita dell’aria, del cielo

e l’altre stelle.

Oggi hanno fatto la pelle a uno schiavo nelle sterpaglie.

Nero brachicefalo camuso: cercava un tetto

tra le ferraglie.

La razza bianca sbianca tra paura e rispetto,

sbraca all’urlo dei mercanti nel tempio

e conta su un  Messia di pelle scura.

In questo freddo inferno chiamato antropocene,

dove s’annida il nulla, al canto malioso

delle sirene l’occhio della Gorgone

impietra moltitudini senza scintilla

Tu che graffi il buio con le mani rotte

aspettando Perseo,  dimmi se un re

senza alcun regno ucciderà il re sovrano.

Dimmi se è questo che ci aspetta.

Ragazzo, dimmi, a che punto è la notte?

 

Intorno alla poesia.

La storia del mio percorso letterario racconta come da attitudine spontanea la scrittura poetica sia successivamente divenuta un aspetto della maturazione del mio pensiero e del mio sentire.

Ho sempre scritto, fin dalle elementari, in modo confuso, segreto e con molti dubbi. Ai tempi della scuola leggevo moltissimo e scrivevo, distruggendo poi ogni traccia. Non sapevo se si trattasse di poesia - per me la poesia si limitava al dettato di quegli autori a volte mediocri che tutti studiavamo a memoria. Sull’onda delle emozioni, di fronte ai fatti della storia quotidiana, alla vita e alla morte oltre che sull’amore e sulla natura, io in segreto scrivevo.

La mia scrittura ha raggiunto maggiore consapevolezza quando l’esperienza mi ha resa più libera di espormi all’occhio esterno, mettendomi a nudo davanti al mondo. Una storia, questa, comune a molte donne che con la scrittura si sono “compromesse” e la cui esistenza testimonia della fatica di esprimersi al di fuori della propria “stanza”.

Solo negli anni ’90 del secolo scorso, sentivo le parole che mi premevano dentro. Sfidando il mio sguardo sulla frantumazione delle esperienze e dei sogni e sulla base del mio giovanile impegno politico esse mi imponevano di conservare un occhio critico sulla realtà. Ho iniziato così a scrivere evitando di scivolare unicamente nel diario intimo, evocando luoghi e personaggi mitici come personae/maschere per dar voce ai pensieri e alle storie che andavo riversando sulla pagina. Mi capita di scrivere nel pieno della notte - quando i pensieri più pungenti restano sospesi tra il sonno e la veglia per poi irrompere sulla carta in uno stato quasi orgiastico. In questo caso il testo di solito richiede poche correzioni, diversamente può accadere che i versi restino in un limbo inquieto che non mi soddisfa quasi mai.

Di fronte al dolore e alle rovine mantengo come faro l’idea di una palingenesi, di un passaggio dall’abisso infernale alla rinascita, secondo il modello della ciclicità del mondo naturale suggerito dal mito di Demetra e Persefone.

Emerge talvolta dal mio Es un Alter ego, un Altro/a, simile a me, ma non uguale che dà impulso a una narrazione del presente nella quale agiscono antieroi moderni, coloro che nell’emarginazione sociale conoscono quel malheur de vivre conseguente alla loro condizione, dai quali può prendere forma un componimento di ispirazione epica.

In una società come la nostra, nella quale gli dei dell’epica classica sono stati sostituiti da effimeri miti dello spettacolo, dello sport o da detentori di sterminate ricchezze materiali e virtuali, l’eroe del nostro tempo non può incarnarsi nella grandezza dell’Odisseo omerico, sovrano di un’isola nel Mediterraneo e bramoso di conoscenza, né tantomeno nel Cavaliere medievale alla ricerca del Santo Graal e neppure in Leopold Bloom, piccolo borghese della Dublino novecentesca. Il nostos odierno è quello del migrante che affronta il cimento del mare periglioso, sperando in un approdo dove aspirare a una vita dignitosa o del clandestino che sogna e forse riesce ad attraversare la frontiera tra USA e Messico, oppure semplicemente del medio/piccolo borghese occidentale alla ricerca di stabilità e sicurezza economica. In questo ritorno alla barbarie che avevamo orgogliosamente sognato di superare, penso che questo sia il destino ineludibile dell’epica.

Al di là della finzione pubblicitaria e di un’informazione sempre più supina e servile, l’occhio di chi scrive non può esimersi dall’intravvedere i fatti sotto la luce di una pietas malinconica, spontanea nell’Es, che talvolta assume toni lirici o elegiaci. Proprio come lirici potevano essere il pianto di Ecuba, il severo dolore di Antigone, lo strazio di Didone.

La poesia ha sempre – dovrebbe avere - a che fare con la storia, passata o presente. Chi scrive versi riproducendo il canone narcisistico del canto di sé stesso o delle proprie vicende avulse dalla storia ne riduce il respiro a semplice singhiozzo, sminuendone la grandiosità portatrice di una ventata di infinito, la testimonianza del nostro essere nel mondo.

Alto valore civile della poesia, quindi? Non so se ciò interessi ancora.  Che essa possa avere una funzione pedagogica, nonostante la sua posizione di nicchia tra i lettori di letteratura contemporanea, non è da escludere, anzi direi che da ciò essa possa trarre valore aggiunto, un’indicazione per il futuro, nonostante la presente sconfitta, di cui la parola poetica si fa portatrice, evitando di arrendersi incondizionatamente al nichilismo. Forse l’esempio di Brecht, per quanto desueto, può ancora insegnare qualcosa.

Quanto alla qualità formale del verso, la misura del verso, la sua musicalità, la tradizione francese di fine Ottocento di cui quasi tutti siamo figli, ha concesso una notevole libertà di scelta. L’opzione del verso libero e la possibilità di evitare strumenti retorici codificati non impedisce che sgorghi la musica insita nel testo, né riesce a ridurre la bellezza delle immagini che rendono la poesia un’esperienza unica. Il soggetto scrivente si fa portatore, secondo il proprio respiro interiore, di una musicalità originale che può concretizzarsi nell’endecasillabo o nell’ottonario, o in altre misure - poiché è sulla base di quel respiro che scaturiscono il ritmo e la musica.

Al mio ritmo interiore, come si evince dalla quasi totalità dei miei testi, sembra adeguarsi preferibilmente l’endecasillabo. È da ciò che essi traggono una musicalità indiscutibilmente mia.

Se oggi scrivo ancora è perché non so zittire un demone interiore che dà senso alle mie giornate, come è avvenuto fortunatamente nei lunghi mesi della pandemia. È ciò che mi rende tuttora vitale, nonostante gli anni e le avversità e accresce in me la forza di vivere.

                                                                                                             Marzo 2022                                                                                            

 
Carenza di azzurro

Miele e origano sul bordo delle strade

musica e vento sull’odoroso cobalto

del mare, abbaglio di contrade

nella viva tragedia della Storia.

Grecia,

mia dimora assoluta nella stiva del cuore.

A mani nude tra le radici marmi sorridenti,

volti trascolorati nell’eterna bellezza

eppure amici.

Il nostro nome è scritto dai ricordi.

Ferma la vela della nave dove felice

pulsava la vena umana dei pensieri nuovi,

sfumato il tempo della pace nel deserto

che avanza.  Nel lungo vento Afrodite tace.

Senza carezze né baci medichiamo

le piaghe, spersi nel mondo.

Carenza di azzurro e di luce è carnale

assenza d’amore.

 

La maschera del potere

Ispirandosi all’arroganza del potere contro cui lottava, Dante introdusse nel Canto IX dell’Inferno , davanti alla porta di Dite, le terribili figure delle Gorgoni, tra cui Medusa. Spesso in letteratura e nei saggi di analisi politica quella spietata immagine mitica viene individuata come la “maschera” che cela la inguardabile disumanità del potere politico tendente a sottomettere la volontà e la libertà dei cittadini. Il mostro capace di ridurre in pietra chi la guarda e nel suo sguardo si perde, è quello che l’eroe Perseo riesce a decapitare sfuggendo ai suoi occhi, grazie alla immagine riflessa nello scudo fornitogli da Atena. L’invito di Dante a “mirar la dottrina che s’asconde” dietro quella terrificante raffigurazione mi ha indotta a comporre il testo  che segue.

La Gorgone Medusa

«Venga Medusa; sí ‘l farem di smalto »    

dicevan tutte  riguardando in  giuso:

« Mal non vengiammo in Teseo l’assalto ».

«Volgiti in dietro e tien lo viso chiuso ;

ché se il Gorgon si mostra e tu ‘l vedessi,

nulla sarebbe del tornar mai suso ».

(…….)

O voi ch’avete li ‘ntelletti sani,

mirate la dottrina che s’asconde

sotto il velame delli versi strani!

Inferno, IX, 52-58 e 61-63

La Gorgone Medusa

Occhio di pietra che di pietra hai il cuore, occhio veloce

che impietra, tetra è la tua luce sotto l’alone della luna.

Come in un film ti specchi nello scudo/specchio di Perseo,

Medusa che impietri con lo sguardo e t’impossessi degli uomini

e dei sassi, poi per astuzia dell’eroe  divieni acefalo mostro

con chiome di serpenti e ali d’oro, esibito in mostra

sanguinante e annichilito, potere numinoso nella cuna

del mondo dove per te l’uomo perde la ragione e la fortuna.

Tu che violenta attenti alle nostre menti e infinito

terrore spargi all’universo, dei tuoi occhi il potere

si mostra ai nostri nudi corpi sovrano di schiavi,

uomini e armenti.

 
E noi piegati e senza voce vediamo nella pellicola

l’orrore entro lo scudo/specchio, cui il tuo potere

ostinato ci riduce.

 

Le eredi

Nell’aria turchina caute

ombre di un tempo irreale.

Ricordo coppie ridenti salire

il forte di Aleppo mano nella mano.

Ora

macchie di sangue sul guano che copre

le case abbattute, sui letti fredde

lenzuola gualcite.

 
Oggi, coperte di terra, quelle giovani

donne di Siria hanno i nomi e i profumi

dei fiori di prato.

Imbracciando il fucile hanno strappato

al nemico

le zolle stuprate, agli uomini

i diritti negati.

 
Ma ogni giorno ogni notte si accende

la lotta infinita sulla postuma rotta

del loro segreto destino che sale alle stelle.

 
Ma se la guerra

è aspetto naturale dell’umana malvagità

dimmi come potremo espellerla

dal mondo, se tace distratto il dio

degli eserciti di fronte a chi fugge le bombe

se hanno parola solo i replicanti

se nei salotti si fanno insulse domande

dichiarando guerra agli altri presenti

se solo la pietà dei becchini accende forni

scava tombe per l’eterna pace dei defunti

nel silenzio del vento.  

Contro ricchi analfabeti, invasati potenti,

pennaioli indifferenti ipocriti e falsari

che vendono l’anima per trenta denari

per salvare libertà uguaglianza fraternità

sola alzerò nel cielo buio la mia bandiera

tra le spine della stridula notte per cercare

luce tra le tenebre nell’infinita distanza

dell’Apocalisse per romperne i serrati sigilli

per supplicare incatenata alle sbarre

della democrazia amputata

pace     pace    pace

                                               12 marzo 2022

 

Mehr Licht

                          a Sergio Meeten, hasta siempre

Luna piena, questa notte afosa

buca il buio tra le bacche spinose

del cielo,  ritrova il sale sulle orme

del passato, storie evaporate,

versi colorati dall’arguzia

dall’amore segreto del mare profondo.

La erre affila arrota rapidi pensieri,

piume rade le parole del congedo.

L’ombra affolla i nostri sentieri

incrociati cercando nel mistero la luce

cui assetato anelavi.

Mehr Licht , più luce

mehr Licht  ripetevi carezzando

il ricordo degli amori, dell’amato

Callimaco e degli altri

nello stretto cunicolo del cuore.

 Agosto 2019

 

Questionario

Ditemi se la terra è tonda, se la donna

che corre col fazzoletto di seta è

borghese o popolana occhi cerulei

che china lavora la sua terra più

non avremo pietà vereconda

più non sapremo se chi fugge  la morte

in forre di fango e immondi rifiuti sa

di lasciare la casa a unghiuti predoni

dell’anima, alle volpi argentate che siederanno

in tondo a disquisire di pace e pregiati

metalli tra posate e cristalli pietanze

e cannoli pieni di panna trafugata

ai cannoni esposti ai bei tempi nei musei

da noi ignari come reperto e storia

sotto archi di trionfo a celebrar vittorie

ottenute da insane invasioni tra prati

verdi e fiori facendo ancora macello

della nostra carne, dei cuori con zanne

di lupi mannari che se ne fregano del bordello

creato e del lembo di terra che abbiamo

arato intorno alla casa parte di noi, strappata

per sempre a sogni fioriti per sempre

appassiti dall’urlo di allarmi nelle cantine divenute case

dalle iene ululanti nel sangue dei cadaveri abbandonati.

                                                                           8/03/2022

 

Ritorno all'Eden

 Vedi

quei poli di ghiaccio, dossi liquefatti

dove vanno a morire gli orsi su mari

di cristallo. Sui loro dorsi, negli anfratti

della calotta del mondo che ha fame,

il vento caldo smuove i vapori, appanna

il binocolo che invade il nido corsaro

delle diomedee in amore.

Là si accumulano i liquami della Terra

del tramonto.

 

Occidente.

 Eppure all’orizzonte

tra sorgenti strozzate da immani dighe

nella mezzaluna d'Assiria

ecco tra felci e totem avvampare

la silente gloria di Gobekli Tepe

epifania dell'Eden, enigma d’Anatolia.

 
Settemila anni.

 La nuova storia si affida disperata

ai suoi declivi, al sotterraneo mistero,

al nero delle crepe riarse da sarchiare,

al verde argento di olivastri e ulivi.

Resta sospesa nell’aria tra le braci,

dove in principio era il logos, la complessa

insperabile anima dell'Eden da salvare.

Da noi, per noi, orfani di pace,

novelli primitivi.

 Pylos,  Settembre  2018

                                                     

Maternità

Forse non sapete, da uomini che siete,

che foste per me benedizione

periglioso, tormento, spinoso accudimento

acuta necessità d’amore, fame

di tenerezza e di risate,

come un abito di tela da vela

nel vento dell’estate.

Vi guardavo la sera, dormienti tessere

del mio mosaico interiore, linfa

del mio ventre, passeri voraci

donati al mio amore dalle stelle,

tessere ad occhi chiusi la vita promessa,

coperti nel sonno dai miei baci.

 

Vernissage

Colori violenti incrocio di piani geometrie

Del tempo, donne in bikini nudi lontani

Come le mani che afferrano gli anni

Vuote di anima e amorfe nel centro

Con gli operai volati in paradiso

E i funerali del nostro scontento.

La mostra segue il nostro romanzo

Tarlato e stanco di un sogno grandioso

La libertà, l’eros libero e bello

Tarpato nel corso di questo tempo

Che tutto ha sviato, la pace e le strade

I bar gentrizzati, gli amici intristiti.

Eppure vivemmo quei giorni lontani

Con mazzi di fiori tra candide mani

Per dare purezza alle nostre parole

Per non travisare il senso del bene.

Ma oggi la guerra la chiamano strano:

Manovre di pace in un luogo lontano

La guerra ritorna igiene del mondo

Per chi in girotondo gridava gli abusi.

Poi s’aspettava che anime belle brandissero

Spade a offrire la pelle a qualche

Magnaccia vestito elegante che finge

L’onore di fare giustizia laddove

Si vive miseria e sporcizia.

Son detti oligarchi, ma sono papponi

Non è così che il conte Lev sognava

La Russia: purezza di cuore, giustizia

Parole veraci, linguaggio diretto.

Rispetto di umana semenza è stringersi

al petto il nostro futuro, i bimbi

innocenti che guardano alzarsi

il muro dei vecchi, la loro arroganza

invece di cogliere fiori di ogni colore

e spargere al sole il loro profumo

a onore del mondo che ha vita breve

se non si provvede a chiedere al cuore

e non ai mercanti di armi e di droga

la formula giusta da bere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 






giovedì 14 aprile 2022

"Epica arcaica" e altri inediti di Gabriella Galzio


Abbiamo invitato Gabriella Galzio, già nota in queste pagine, ad accompagnare una scelta di suoi versi con un autocommento. 

 

“EPICA ARCAICA” E ALTRI INEDITI     di Gabriella Galzio

 
                                                                                              mutante afferro a ferro e fuoco
                                                                                              per la fanciulla della razza nuova
                                                                                              (da La discesa alle Madri)

Certo, la pandemia, e poi la guerra più recente in Ucraina - quali eventi estremi - hanno esasperato e messo ulteriormente in evidenza le criticità di questa civiltà, basti pensare che in congiunture come queste che più avrebbero richiesto la solidarietà tra gli umani, i grandi gruppi economici hanno continuato a fare profitti esorbitanti, dai produttori di vaccini ai fabbricanti d’armi.

Ma da sempre la mia poesia mostra un’inclinazione alla critica della civiltà, segnatamente con Apocalissi fredda, e un atteggiamento epico nel senso di una vis trasformativa, non certo nello spirito di conquista, ma di liberazione, ed è per questo che l’ho chiamata, anche per i toni talvolta epico-lirici, “un’epica gentile“. Con questo titolo è apparso, peraltro, un mio saggio ospitato proprio su questo blog su generoso invito di chi lo dirige; saggio nel quale ho cercato di mettere a fuoco la mia posizione sull’epica, (non più solo come atteggiamento, ma) in quanto genere, secondo la quale i ritmi dattilici e anapestici sono imprescindibili.

Ma tornando a quelli che a me paiono oggi i grandi temi dell’epica, c’è quello degli anziani e della rimozione della morte, soprattutto dopo aver vissuto anch’io, come molti cinquantenni, l’esperienza dolorosa e totalizzante di accompagnare per otto lunghi anni un genitore all’estrema soglia – tre termini mi sono affiorati alle labbra in quel frangente che non avevo mai pronunciato prima di allora: afflitta, avvilita, abbrutita. Segno che le parole hanno un loro peso specifico, quando non vengono dette a vanvera. E in quel frangente erano estremi i vissuti, anche perché provavo l’impatto materiale diretto di quella onerosità: per sei mesi ho fatto anch’io da badante in un disperato corpo-a-corpo, e ho capito quanto usurante sia questo lavoro e quanto eroico il sacrificio di sé, l’annullamento, che si consuma in quotidiani gesti invisibili; tanto che alla fine io stessa mi sono ammalata.

Fa dunque da sfondo all’inedito che segue l’esperienza traumatica di accompagnare la propria madre nel suo decadimento progressivo degenerativo verso la morte, esperienza qui assimilata al mito neolitico della Discesa agli Inferi di Inanna. Inanna viene infatti liberata dal chiodo della morte di Ereškigal, sua sorella e Regina degli Inferi, perché un’altra figura prende il suo posto, così come le badanti, invisibili alla nostra società, si accollano l’onere di accudire i nostri vecchi. Qui il riferimento forte è a un’epica arcaica - precedente l’epica classica di Omero e dei dori, nobilitatrice della guerra di conquista - fondata viceversa su valori materni di cura e una pietà anch’essa precedente l’epoca latino-cristiana che quella pietas l’ha solo ereditata. Una civiltà che lungi dal rimuovere la morte aveva fede nella reincarnazione, e conosceva le tecniche di trance per affrontarla e aprire alla trascendenza nell’immanenza. La citazione virgolettata sull’anima barbara è di Eraclito, vissuto ancora a ridosso di quella arcaica civiltà. Il riferimento a Bruno è quello alle sue dichiarazioni inerenti alla poiesis: “La poesia non nasce da regole, se non per leggerissimo accidente, ma le regole derivano dalla poesia”.

 
Prendete i vecchi ormai accantonati
che sono lasciati morire da soli…
dementi straniati nell’abbandono
i tanti invisibili senza riscatto
deboli fuochi di un camposanto


Nel cimitero della coscienza
si accordano i vivi ai più sani egoismi
ma nel destino della sapienza
la luce dei morti richiede udienza:
e lo fa con il chiodo del senso di colpa
perché è trama dei molti la singola vita.

È un’epica strana quella più arcaica
senza gli eroi della bella morte
senza retorica e sogni di gloria
eroi chiamati a gesta invisibili.
Assidui cantori di cicli più vasti
ritmano il tempo delle stagioni
dall’alfa all’omega senza rimossi
quasi in possente silenzio sonoro
varcano porte dell’al di là
conoscono soglie dell’immanenza
aprirsi a un volo radente il suolo.

Oggi nel grido dell’opulenza
senza pudore senza più rito
nel tutto esibito come ovvietà
tutti costretti a restare giovani
rifuggono l’ultimo tratto di vita
come la peste la propria età.

Ma rimossa la morte rimangono i vecchi
a sperare in qualcuno che abbia… pietà.

Abbiamo rimosso ogni senso di colpa
che ci unisce ai più fragili
che ci rende più tragici
ma trama di voci in un’unica voce
un coro sopito che veglia e tace
e anche sui morti sa fare luce.

È quella un’arcaica pietà
più antica di un Cristo che l’ha ereditata
perché remota si perde nel grembo
materno del tempo e del battito eterno.
Si affaccia ancora alle prime grotte
cattedrali di roccia dei primi vagiti
dove altri, sopiti, vanno a morire.

Che ne sappiamo di quei misteri
noi di mistero e velo ormai privi
“occhi e orecchie cattivi consiglieri
per chi abbia anima barbara”.

C’è bisogno di una nuova sapienza
- come del pane - o intelligenza del cuore
di una visione grano degli occhi
che sa di bene ancora incorrotto
portare il fiume lungimirante
e con il fiume gli argini,
da poesia le regole
– avrebbe detto Bruno -
di vastità e misura
delle cangianti forme.

Rientrare nell’alveo di una legge di natura
ascoltiamo la voce degli alberi
perdiamoci
nei passi aggraziati delle lepri
nei regni verdi dell’estate
quando, non viste, tornano apparizioni
e noi con loro, a una lingua di selva
torniamo alla sorgente.


                                          (“Epica arcaica”, 6 luglio 2021)

 
Ed è soprattutto sugli anziani che si è rovesciato lo tsunami della pandemia. Per i fortunati che non sono stati colpiti nella salute e negli affetti più cari, vi sono stati tuttavia una serie di scompensi più o meno gravi, tra cui quelli psichici, più sottili e invisibili: la paura e la riduzione della vita quotidiana a pochi gesti di sopravvivenza che ne è conseguita, in breve, una sorda oppressione e una grigia normalizzazione diurna che ha risospinto la vita dell’anima nella notte e nell’inconscio.

 
notti fa ho sentito affiorare una voce
e l'ho seguita nel suo flusso poematico
una voce che di giorno tace
e la notte prende a parlare per vie carsiche
e così i libri che passano di mano in mano
si rischiarano nelle parole di chi li intende

prende le vie meno usuali il destino
per bocca di quella voce che splende


(“per vie carsiche”, 14 luglio 2021)

 

Scrivo ormai solo quando gli altri dormono
protetta dall’oscurità delle maschere,
di giorno nessuno immagina
la potenza sciamanica della notte
quando libera i lacci diurni
di un pensiero ridotto
ai minimi termini:
rifare i letti i piatti i conti
il corso arido prevedibile degli eventi.
La notte invece ringhia ai mutamenti
riduce all’osso i fatti del giorno
riporta il lupo nel cono di luce.
E i sacri cardini riaffiorano del sogno,
la voce liminale per quanto flebile
torna a farsi udire dalle radici dei tronchi,
narra dell’esistenza tenera delle tortore,
infila storie delicate come perle
che appartengono a tutti in un solo fiato.
Gli alberi tendono alla vertigine alla luce
dal fitto intrico di un’unica radice,
così appaiono le nostre piccole vite
riassorbite la notte in un unico sogno,
l’umanità si abbevera ai canti notturni
riassorbe linfa dall’unica fonte,
le singole voci rientrano nel coro
di un dramma antico riportato in vita.
Quanto manca il teatro della notte
sorto dalle sonorità di una cavea
a chi di giorno troppo si allontana
dallo specchio rivolto al mare dei sogni!
che trotta e sbriga e arido riduce
la vita vera a una banale trottola!
La notte invece lentamente ricuce
in un mantello sontuoso
i brandelli di tutti,
parla dell’invisibile sofferenza dell’anima
costretta in abiti servili angusti
in una civiltà avvilita di avidi e rozzi
come a Saffo apparivano più rozze
le ceramiche barbariche dei Dori.
La storia si ripete in ogni sua frizione
sempre a un gradino più in basso
avvelena le fonti affossa la memoria,
solo la terra un terremoto le sue scosse
potrà scuotere l’anima sua figlia
dall’inedia, dal torpore
il mondo dalle scorie.

Non credo più alla narrazione degli uomini
destinati a durare un battito di ciglia.


(“Teatro della notte”, 6 luglio 2021)

 

Forse ricorderete che nel periodo di lockdown gli animali tornavano ad animare le aree antropizzate lasciate deserte, fatto già di per sé stupefacente, e, oltre ai cervi seduti indisturbati lungo lo spartitraffico dell’autostrada, l’immagine che più mi ha colpito è stata quella di un cerbiatto che correva felice tra le onde della battigia.

 

Risollevare una vita alla sorgente ardere ancora
nei desideri nei sogni impenitenti
e alla vita immaginale rinascere
dopo un lungo sonno di morte
cambiare vita sì, ridurla all’essenziale all’osso
come i barboni sotto i portici amano l’aria
e non temono la povertà della strada
il volto urbano della città sanitaria
senza il silenzio del bosco
o il cerbiatto che corre felice sull’autostrada deserta
e approda infine alla battigia portando il bosco al mare

Quanta felicità in una corsa viva
la corsa fanciulla di una Venere rinata
da tanta schiuma e luce abbagliante
Petra tou roumio che ancora risuona
nella conchiglia il fragore dei ciottoli
il loro nero splendore
la vita vera che urge dai contrasti
la vastità che spera
con occhi virginei aprirsi alla rinascita

                                                      (“Risollevare una vita alla sorgente”, primavera 2020)

 
Non fosse bastata la pandemia, siamo stati invasi dalla guerra, oltre che letale per il corpo, tossica per l’anima, soprattutto per l’amplificazione massmediatica che ne è stata data, e oltretutto per l’inedito impatto emotivo di inquadrare gli eventi bellici dal basso, dalla parte dei civili; ma tossica anche per l’eccesso di reazione adrenalinica scatenata persino nei più pacifisti.
E come a Buenos Aires erano scese in piazze le madri di Plaza de Maio, in Russia sono scese a sfidare il regime le madri dei soldati mandati in Ucraina. Ma è persino a rischio di retorica che esista un istinto materno che ancora una volta si ribella, è invece totalmente assente la domanda sulle donne che si accompagnano agli oligarchi che le guerre le decidono. Poi leggi in un trafiletto venato di gossip che sono donne formato escort identificate con l’aggressore, degradate al pervertimento dell’eros, la loro bellezza buttata al cesso. Ma non dobbiamo scomodare gli oligarchi russi e la guerra per trovare anche in casa nostra il fenomeno della cortigianeria, l’anima femminile sacrificata al potere. Siamo nel cuore della civiltà patriarcale, che ha eretto il dominio, la competizione e il conflitto a paradigmi portanti e soverchianti, avendo rimosso l’equilibrio relazionale delle forze – come insegna il mito – tra Venere e Marte, da cui nasce Armonia. L’amore, e non la pace, è l’antidoto alla guerra. La mediazione è l’antidoto al conflitto. La cooperazione è l’antidoto alla competizione. Al pensiero maschile che ancora teorizza che il conflitto è il motore dell’evoluzione, vorrei ricordare che, in una visione binoculare, l’altro motore è l’amore con cui da bambini bruciamo le tappe della crescita nello sguardo di nostra madre. È questo equilibrio degli opposti che è venuto a mancare, e una nuova civiltà non può che passare attraverso il ripristino di questo equilibrio e dei valori del femminile che facevano da contrappeso, tragicamente rimossi da millenni.          


Ballano i neuroni sulle testate dei giornali
le prime ore dell’alba gettate alle ortiche
la primavera che scotta dalle pagine del coro:
si rianima la guerra, si riarmano gli arsenali!
e l’anima già dissecca i pochi fiori aurorali
e l’oro che sgorga dai sogni buttato al macero
dei primi titoli di testa e la loro gogna…
siamo già invasi tutti, invasi nell’anima
il nostro giardino intimo infestato di vespe
a due passi dalla sorgente lo scolo velenoso
la guerra invade la psiche premia le bombe
ma chi l’ha decisa? - ognuno ha i suoi tarli -
chi presta giuramento? perché non disertano?
non fanno marcia indietro da questa età del piombo?
Continuano gli appelli, la mente infuria
in questo scorcio di notte, agitata da scintille
vano invocare il sonno, al passo nucleare degli eserciti.
Dovrebbero dividere, le donne le loro sorti
da quelle degli oligarchi, da tutti i poteri accerchianti
del proprio stesso aggressore disertare i letti.
Le grandi assenti, le donne dei dominanti
chi avete a fianco? con chi consumate commerci?
Avete svenduto l’amore, a laida merce di scambio
il fine pulviscolo d’oro, a nera polvere da sparo.
Avete profanato il tempio, e noi privi,
il nostro tempio è un bunker
dove nemmeno i pensieri respirano
e la luce dell’alba accomuna
plumbea e pesante
i cieli dei morti e dei vivi.


(“Le grandi assenti”, 6 marzo 2022)