venerdì 6 maggio 2022

'A che punto è la notte?' e altri versi, editi e non, di Laura Cantelmo


                                             


 Abbiamo invitato Laura Cantelmo a proporci una scelta dei suoi versi accompagnati da personale commento.



A che punto è la notte?

Nel fermoimmagine della città che tace

passeggi sotto il dito medio alzato sulla piazza

degli affari. Passeggi tra salegioco, bische virtuali,

guardando la compravendita dell’aria, del cielo

e l’altre stelle.

Oggi hanno fatto la pelle a uno schiavo nelle sterpaglie.

Nero brachicefalo camuso: cercava un tetto

tra le ferraglie.

La razza bianca sbianca tra paura e rispetto,

sbraca all’urlo dei mercanti nel tempio

e conta su un  Messia di pelle scura.

In questo freddo inferno chiamato antropocene,

dove s’annida il nulla, al canto malioso

delle sirene l’occhio della Gorgone

impietra moltitudini senza scintilla

Tu che graffi il buio con le mani rotte

aspettando Perseo,  dimmi se un re

senza alcun regno ucciderà il re sovrano.

Dimmi se è questo che ci aspetta.

Ragazzo, dimmi, a che punto è la notte?

 

Intorno alla poesia.

La storia del mio percorso letterario racconta come da attitudine spontanea la scrittura poetica sia successivamente divenuta un aspetto della maturazione del mio pensiero e del mio sentire.

Ho sempre scritto, fin dalle elementari, in modo confuso, segreto e con molti dubbi. Ai tempi della scuola leggevo moltissimo e scrivevo, distruggendo poi ogni traccia. Non sapevo se si trattasse di poesia - per me la poesia si limitava al dettato di quegli autori a volte mediocri che tutti studiavamo a memoria. Sull’onda delle emozioni, di fronte ai fatti della storia quotidiana, alla vita e alla morte oltre che sull’amore e sulla natura, io in segreto scrivevo.

La mia scrittura ha raggiunto maggiore consapevolezza quando l’esperienza mi ha resa più libera di espormi all’occhio esterno, mettendomi a nudo davanti al mondo. Una storia, questa, comune a molte donne che con la scrittura si sono “compromesse” e la cui esistenza testimonia della fatica di esprimersi al di fuori della propria “stanza”.

Solo negli anni ’90 del secolo scorso, sentivo le parole che mi premevano dentro. Sfidando il mio sguardo sulla frantumazione delle esperienze e dei sogni e sulla base del mio giovanile impegno politico esse mi imponevano di conservare un occhio critico sulla realtà. Ho iniziato così a scrivere evitando di scivolare unicamente nel diario intimo, evocando luoghi e personaggi mitici come personae/maschere per dar voce ai pensieri e alle storie che andavo riversando sulla pagina. Mi capita di scrivere nel pieno della notte - quando i pensieri più pungenti restano sospesi tra il sonno e la veglia per poi irrompere sulla carta in uno stato quasi orgiastico. In questo caso il testo di solito richiede poche correzioni, diversamente può accadere che i versi restino in un limbo inquieto che non mi soddisfa quasi mai.

Di fronte al dolore e alle rovine mantengo come faro l’idea di una palingenesi, di un passaggio dall’abisso infernale alla rinascita, secondo il modello della ciclicità del mondo naturale suggerito dal mito di Demetra e Persefone.

Emerge talvolta dal mio Es un Alter ego, un Altro/a, simile a me, ma non uguale che dà impulso a una narrazione del presente nella quale agiscono antieroi moderni, coloro che nell’emarginazione sociale conoscono quel malheur de vivre conseguente alla loro condizione, dai quali può prendere forma un componimento di ispirazione epica.

In una società come la nostra, nella quale gli dei dell’epica classica sono stati sostituiti da effimeri miti dello spettacolo, dello sport o da detentori di sterminate ricchezze materiali e virtuali, l’eroe del nostro tempo non può incarnarsi nella grandezza dell’Odisseo omerico, sovrano di un’isola nel Mediterraneo e bramoso di conoscenza, né tantomeno nel Cavaliere medievale alla ricerca del Santo Graal e neppure in Leopold Bloom, piccolo borghese della Dublino novecentesca. Il nostos odierno è quello del migrante che affronta il cimento del mare periglioso, sperando in un approdo dove aspirare a una vita dignitosa o del clandestino che sogna e forse riesce ad attraversare la frontiera tra USA e Messico, oppure semplicemente del medio/piccolo borghese occidentale alla ricerca di stabilità e sicurezza economica. In questo ritorno alla barbarie che avevamo orgogliosamente sognato di superare, penso che questo sia il destino ineludibile dell’epica.

Al di là della finzione pubblicitaria e di un’informazione sempre più supina e servile, l’occhio di chi scrive non può esimersi dall’intravvedere i fatti sotto la luce di una pietas malinconica, spontanea nell’Es, che talvolta assume toni lirici o elegiaci. Proprio come lirici potevano essere il pianto di Ecuba, il severo dolore di Antigone, lo strazio di Didone.

La poesia ha sempre – dovrebbe avere - a che fare con la storia, passata o presente. Chi scrive versi riproducendo il canone narcisistico del canto di sé stesso o delle proprie vicende avulse dalla storia ne riduce il respiro a semplice singhiozzo, sminuendone la grandiosità portatrice di una ventata di infinito, la testimonianza del nostro essere nel mondo.

Alto valore civile della poesia, quindi? Non so se ciò interessi ancora.  Che essa possa avere una funzione pedagogica, nonostante la sua posizione di nicchia tra i lettori di letteratura contemporanea, non è da escludere, anzi direi che da ciò essa possa trarre valore aggiunto, un’indicazione per il futuro, nonostante la presente sconfitta, di cui la parola poetica si fa portatrice, evitando di arrendersi incondizionatamente al nichilismo. Forse l’esempio di Brecht, per quanto desueto, può ancora insegnare qualcosa.

Quanto alla qualità formale del verso, la misura del verso, la sua musicalità, la tradizione francese di fine Ottocento di cui quasi tutti siamo figli, ha concesso una notevole libertà di scelta. L’opzione del verso libero e la possibilità di evitare strumenti retorici codificati non impedisce che sgorghi la musica insita nel testo, né riesce a ridurre la bellezza delle immagini che rendono la poesia un’esperienza unica. Il soggetto scrivente si fa portatore, secondo il proprio respiro interiore, di una musicalità originale che può concretizzarsi nell’endecasillabo o nell’ottonario, o in altre misure - poiché è sulla base di quel respiro che scaturiscono il ritmo e la musica.

Al mio ritmo interiore, come si evince dalla quasi totalità dei miei testi, sembra adeguarsi preferibilmente l’endecasillabo. È da ciò che essi traggono una musicalità indiscutibilmente mia.

Se oggi scrivo ancora è perché non so zittire un demone interiore che dà senso alle mie giornate, come è avvenuto fortunatamente nei lunghi mesi della pandemia. È ciò che mi rende tuttora vitale, nonostante gli anni e le avversità e accresce in me la forza di vivere.

                                                                                                             Marzo 2022                                                                                            

 
Carenza di azzurro

Miele e origano sul bordo delle strade

musica e vento sull’odoroso cobalto

del mare, abbaglio di contrade

nella viva tragedia della Storia.

Grecia,

mia dimora assoluta nella stiva del cuore.

A mani nude tra le radici marmi sorridenti,

volti trascolorati nell’eterna bellezza

eppure amici.

Il nostro nome è scritto dai ricordi.

Ferma la vela della nave dove felice

pulsava la vena umana dei pensieri nuovi,

sfumato il tempo della pace nel deserto

che avanza.  Nel lungo vento Afrodite tace.

Senza carezze né baci medichiamo

le piaghe, spersi nel mondo.

Carenza di azzurro e di luce è carnale

assenza d’amore.

 

La maschera del potere

Ispirandosi all’arroganza del potere contro cui lottava, Dante introdusse nel Canto IX dell’Inferno , davanti alla porta di Dite, le terribili figure delle Gorgoni, tra cui Medusa. Spesso in letteratura e nei saggi di analisi politica quella spietata immagine mitica viene individuata come la “maschera” che cela la inguardabile disumanità del potere politico tendente a sottomettere la volontà e la libertà dei cittadini. Il mostro capace di ridurre in pietra chi la guarda e nel suo sguardo si perde, è quello che l’eroe Perseo riesce a decapitare sfuggendo ai suoi occhi, grazie alla immagine riflessa nello scudo fornitogli da Atena. L’invito di Dante a “mirar la dottrina che s’asconde” dietro quella terrificante raffigurazione mi ha indotta a comporre il testo  che segue.

La Gorgone Medusa

«Venga Medusa; sí ‘l farem di smalto »    

dicevan tutte  riguardando in  giuso:

« Mal non vengiammo in Teseo l’assalto ».

«Volgiti in dietro e tien lo viso chiuso ;

ché se il Gorgon si mostra e tu ‘l vedessi,

nulla sarebbe del tornar mai suso ».

(…….)

O voi ch’avete li ‘ntelletti sani,

mirate la dottrina che s’asconde

sotto il velame delli versi strani!

Inferno, IX, 52-58 e 61-63

La Gorgone Medusa

Occhio di pietra che di pietra hai il cuore, occhio veloce

che impietra, tetra è la tua luce sotto l’alone della luna.

Come in un film ti specchi nello scudo/specchio di Perseo,

Medusa che impietri con lo sguardo e t’impossessi degli uomini

e dei sassi, poi per astuzia dell’eroe  divieni acefalo mostro

con chiome di serpenti e ali d’oro, esibito in mostra

sanguinante e annichilito, potere numinoso nella cuna

del mondo dove per te l’uomo perde la ragione e la fortuna.

Tu che violenta attenti alle nostre menti e infinito

terrore spargi all’universo, dei tuoi occhi il potere

si mostra ai nostri nudi corpi sovrano di schiavi,

uomini e armenti.

 
E noi piegati e senza voce vediamo nella pellicola

l’orrore entro lo scudo/specchio, cui il tuo potere

ostinato ci riduce.

 

Le eredi

Nell’aria turchina caute

ombre di un tempo irreale.

Ricordo coppie ridenti salire

il forte di Aleppo mano nella mano.

Ora

macchie di sangue sul guano che copre

le case abbattute, sui letti fredde

lenzuola gualcite.

 
Oggi, coperte di terra, quelle giovani

donne di Siria hanno i nomi e i profumi

dei fiori di prato.

Imbracciando il fucile hanno strappato

al nemico

le zolle stuprate, agli uomini

i diritti negati.

 
Ma ogni giorno ogni notte si accende

la lotta infinita sulla postuma rotta

del loro segreto destino che sale alle stelle.

 
Ma se la guerra

è aspetto naturale dell’umana malvagità

dimmi come potremo espellerla

dal mondo, se tace distratto il dio

degli eserciti di fronte a chi fugge le bombe

se hanno parola solo i replicanti

se nei salotti si fanno insulse domande

dichiarando guerra agli altri presenti

se solo la pietà dei becchini accende forni

scava tombe per l’eterna pace dei defunti

nel silenzio del vento.  

Contro ricchi analfabeti, invasati potenti,

pennaioli indifferenti ipocriti e falsari

che vendono l’anima per trenta denari

per salvare libertà uguaglianza fraternità

sola alzerò nel cielo buio la mia bandiera

tra le spine della stridula notte per cercare

luce tra le tenebre nell’infinita distanza

dell’Apocalisse per romperne i serrati sigilli

per supplicare incatenata alle sbarre

della democrazia amputata

pace     pace    pace

                                               12 marzo 2022

 

Mehr Licht

                          a Sergio Meeten, hasta siempre

Luna piena, questa notte afosa

buca il buio tra le bacche spinose

del cielo,  ritrova il sale sulle orme

del passato, storie evaporate,

versi colorati dall’arguzia

dall’amore segreto del mare profondo.

La erre affila arrota rapidi pensieri,

piume rade le parole del congedo.

L’ombra affolla i nostri sentieri

incrociati cercando nel mistero la luce

cui assetato anelavi.

Mehr Licht , più luce

mehr Licht  ripetevi carezzando

il ricordo degli amori, dell’amato

Callimaco e degli altri

nello stretto cunicolo del cuore.

 Agosto 2019

 

Questionario

Ditemi se la terra è tonda, se la donna

che corre col fazzoletto di seta è

borghese o popolana occhi cerulei

che china lavora la sua terra più

non avremo pietà vereconda

più non sapremo se chi fugge  la morte

in forre di fango e immondi rifiuti sa

di lasciare la casa a unghiuti predoni

dell’anima, alle volpi argentate che siederanno

in tondo a disquisire di pace e pregiati

metalli tra posate e cristalli pietanze

e cannoli pieni di panna trafugata

ai cannoni esposti ai bei tempi nei musei

da noi ignari come reperto e storia

sotto archi di trionfo a celebrar vittorie

ottenute da insane invasioni tra prati

verdi e fiori facendo ancora macello

della nostra carne, dei cuori con zanne

di lupi mannari che se ne fregano del bordello

creato e del lembo di terra che abbiamo

arato intorno alla casa parte di noi, strappata

per sempre a sogni fioriti per sempre

appassiti dall’urlo di allarmi nelle cantine divenute case

dalle iene ululanti nel sangue dei cadaveri abbandonati.

                                                                           8/03/2022

 

Ritorno all'Eden

 Vedi

quei poli di ghiaccio, dossi liquefatti

dove vanno a morire gli orsi su mari

di cristallo. Sui loro dorsi, negli anfratti

della calotta del mondo che ha fame,

il vento caldo smuove i vapori, appanna

il binocolo che invade il nido corsaro

delle diomedee in amore.

Là si accumulano i liquami della Terra

del tramonto.

 

Occidente.

 Eppure all’orizzonte

tra sorgenti strozzate da immani dighe

nella mezzaluna d'Assiria

ecco tra felci e totem avvampare

la silente gloria di Gobekli Tepe

epifania dell'Eden, enigma d’Anatolia.

 
Settemila anni.

 La nuova storia si affida disperata

ai suoi declivi, al sotterraneo mistero,

al nero delle crepe riarse da sarchiare,

al verde argento di olivastri e ulivi.

Resta sospesa nell’aria tra le braci,

dove in principio era il logos, la complessa

insperabile anima dell'Eden da salvare.

Da noi, per noi, orfani di pace,

novelli primitivi.

 Pylos,  Settembre  2018

                                                     

Maternità

Forse non sapete, da uomini che siete,

che foste per me benedizione

periglioso, tormento, spinoso accudimento

acuta necessità d’amore, fame

di tenerezza e di risate,

come un abito di tela da vela

nel vento dell’estate.

Vi guardavo la sera, dormienti tessere

del mio mosaico interiore, linfa

del mio ventre, passeri voraci

donati al mio amore dalle stelle,

tessere ad occhi chiusi la vita promessa,

coperti nel sonno dai miei baci.

 

Vernissage

Colori violenti incrocio di piani geometrie

Del tempo, donne in bikini nudi lontani

Come le mani che afferrano gli anni

Vuote di anima e amorfe nel centro

Con gli operai volati in paradiso

E i funerali del nostro scontento.

La mostra segue il nostro romanzo

Tarlato e stanco di un sogno grandioso

La libertà, l’eros libero e bello

Tarpato nel corso di questo tempo

Che tutto ha sviato, la pace e le strade

I bar gentrizzati, gli amici intristiti.

Eppure vivemmo quei giorni lontani

Con mazzi di fiori tra candide mani

Per dare purezza alle nostre parole

Per non travisare il senso del bene.

Ma oggi la guerra la chiamano strano:

Manovre di pace in un luogo lontano

La guerra ritorna igiene del mondo

Per chi in girotondo gridava gli abusi.

Poi s’aspettava che anime belle brandissero

Spade a offrire la pelle a qualche

Magnaccia vestito elegante che finge

L’onore di fare giustizia laddove

Si vive miseria e sporcizia.

Son detti oligarchi, ma sono papponi

Non è così che il conte Lev sognava

La Russia: purezza di cuore, giustizia

Parole veraci, linguaggio diretto.

Rispetto di umana semenza è stringersi

al petto il nostro futuro, i bimbi

innocenti che guardano alzarsi

il muro dei vecchi, la loro arroganza

invece di cogliere fiori di ogni colore

e spargere al sole il loro profumo

a onore del mondo che ha vita breve

se non si provvede a chiedere al cuore

e non ai mercanti di armi e di droga

la formula giusta da bere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 






giovedì 14 aprile 2022

"Epica arcaica" e altri inediti di Gabriella Galzio


Abbiamo invitato Gabriella Galzio, già nota in queste pagine, ad accompagnare una scelta di suoi versi con un autocommento. 

 

“EPICA ARCAICA” E ALTRI INEDITI     di Gabriella Galzio

 
                                                                                              mutante afferro a ferro e fuoco
                                                                                              per la fanciulla della razza nuova
                                                                                              (da La discesa alle Madri)

Certo, la pandemia, e poi la guerra più recente in Ucraina - quali eventi estremi - hanno esasperato e messo ulteriormente in evidenza le criticità di questa civiltà, basti pensare che in congiunture come queste che più avrebbero richiesto la solidarietà tra gli umani, i grandi gruppi economici hanno continuato a fare profitti esorbitanti, dai produttori di vaccini ai fabbricanti d’armi.

Ma da sempre la mia poesia mostra un’inclinazione alla critica della civiltà, segnatamente con Apocalissi fredda, e un atteggiamento epico nel senso di una vis trasformativa, non certo nello spirito di conquista, ma di liberazione, ed è per questo che l’ho chiamata, anche per i toni talvolta epico-lirici, “un’epica gentile“. Con questo titolo è apparso, peraltro, un mio saggio ospitato proprio su questo blog su generoso invito di chi lo dirige; saggio nel quale ho cercato di mettere a fuoco la mia posizione sull’epica, (non più solo come atteggiamento, ma) in quanto genere, secondo la quale i ritmi dattilici e anapestici sono imprescindibili.

Ma tornando a quelli che a me paiono oggi i grandi temi dell’epica, c’è quello degli anziani e della rimozione della morte, soprattutto dopo aver vissuto anch’io, come molti cinquantenni, l’esperienza dolorosa e totalizzante di accompagnare per otto lunghi anni un genitore all’estrema soglia – tre termini mi sono affiorati alle labbra in quel frangente che non avevo mai pronunciato prima di allora: afflitta, avvilita, abbrutita. Segno che le parole hanno un loro peso specifico, quando non vengono dette a vanvera. E in quel frangente erano estremi i vissuti, anche perché provavo l’impatto materiale diretto di quella onerosità: per sei mesi ho fatto anch’io da badante in un disperato corpo-a-corpo, e ho capito quanto usurante sia questo lavoro e quanto eroico il sacrificio di sé, l’annullamento, che si consuma in quotidiani gesti invisibili; tanto che alla fine io stessa mi sono ammalata.

Fa dunque da sfondo all’inedito che segue l’esperienza traumatica di accompagnare la propria madre nel suo decadimento progressivo degenerativo verso la morte, esperienza qui assimilata al mito neolitico della Discesa agli Inferi di Inanna. Inanna viene infatti liberata dal chiodo della morte di Ereškigal, sua sorella e Regina degli Inferi, perché un’altra figura prende il suo posto, così come le badanti, invisibili alla nostra società, si accollano l’onere di accudire i nostri vecchi. Qui il riferimento forte è a un’epica arcaica - precedente l’epica classica di Omero e dei dori, nobilitatrice della guerra di conquista - fondata viceversa su valori materni di cura e una pietà anch’essa precedente l’epoca latino-cristiana che quella pietas l’ha solo ereditata. Una civiltà che lungi dal rimuovere la morte aveva fede nella reincarnazione, e conosceva le tecniche di trance per affrontarla e aprire alla trascendenza nell’immanenza. La citazione virgolettata sull’anima barbara è di Eraclito, vissuto ancora a ridosso di quella arcaica civiltà. Il riferimento a Bruno è quello alle sue dichiarazioni inerenti alla poiesis: “La poesia non nasce da regole, se non per leggerissimo accidente, ma le regole derivano dalla poesia”.

 
Prendete i vecchi ormai accantonati
che sono lasciati morire da soli…
dementi straniati nell’abbandono
i tanti invisibili senza riscatto
deboli fuochi di un camposanto


Nel cimitero della coscienza
si accordano i vivi ai più sani egoismi
ma nel destino della sapienza
la luce dei morti richiede udienza:
e lo fa con il chiodo del senso di colpa
perché è trama dei molti la singola vita.

È un’epica strana quella più arcaica
senza gli eroi della bella morte
senza retorica e sogni di gloria
eroi chiamati a gesta invisibili.
Assidui cantori di cicli più vasti
ritmano il tempo delle stagioni
dall’alfa all’omega senza rimossi
quasi in possente silenzio sonoro
varcano porte dell’al di là
conoscono soglie dell’immanenza
aprirsi a un volo radente il suolo.

Oggi nel grido dell’opulenza
senza pudore senza più rito
nel tutto esibito come ovvietà
tutti costretti a restare giovani
rifuggono l’ultimo tratto di vita
come la peste la propria età.

Ma rimossa la morte rimangono i vecchi
a sperare in qualcuno che abbia… pietà.

Abbiamo rimosso ogni senso di colpa
che ci unisce ai più fragili
che ci rende più tragici
ma trama di voci in un’unica voce
un coro sopito che veglia e tace
e anche sui morti sa fare luce.

È quella un’arcaica pietà
più antica di un Cristo che l’ha ereditata
perché remota si perde nel grembo
materno del tempo e del battito eterno.
Si affaccia ancora alle prime grotte
cattedrali di roccia dei primi vagiti
dove altri, sopiti, vanno a morire.

Che ne sappiamo di quei misteri
noi di mistero e velo ormai privi
“occhi e orecchie cattivi consiglieri
per chi abbia anima barbara”.

C’è bisogno di una nuova sapienza
- come del pane - o intelligenza del cuore
di una visione grano degli occhi
che sa di bene ancora incorrotto
portare il fiume lungimirante
e con il fiume gli argini,
da poesia le regole
– avrebbe detto Bruno -
di vastità e misura
delle cangianti forme.

Rientrare nell’alveo di una legge di natura
ascoltiamo la voce degli alberi
perdiamoci
nei passi aggraziati delle lepri
nei regni verdi dell’estate
quando, non viste, tornano apparizioni
e noi con loro, a una lingua di selva
torniamo alla sorgente.


                                          (“Epica arcaica”, 6 luglio 2021)

 
Ed è soprattutto sugli anziani che si è rovesciato lo tsunami della pandemia. Per i fortunati che non sono stati colpiti nella salute e negli affetti più cari, vi sono stati tuttavia una serie di scompensi più o meno gravi, tra cui quelli psichici, più sottili e invisibili: la paura e la riduzione della vita quotidiana a pochi gesti di sopravvivenza che ne è conseguita, in breve, una sorda oppressione e una grigia normalizzazione diurna che ha risospinto la vita dell’anima nella notte e nell’inconscio.

 
notti fa ho sentito affiorare una voce
e l'ho seguita nel suo flusso poematico
una voce che di giorno tace
e la notte prende a parlare per vie carsiche
e così i libri che passano di mano in mano
si rischiarano nelle parole di chi li intende

prende le vie meno usuali il destino
per bocca di quella voce che splende


(“per vie carsiche”, 14 luglio 2021)

 

Scrivo ormai solo quando gli altri dormono
protetta dall’oscurità delle maschere,
di giorno nessuno immagina
la potenza sciamanica della notte
quando libera i lacci diurni
di un pensiero ridotto
ai minimi termini:
rifare i letti i piatti i conti
il corso arido prevedibile degli eventi.
La notte invece ringhia ai mutamenti
riduce all’osso i fatti del giorno
riporta il lupo nel cono di luce.
E i sacri cardini riaffiorano del sogno,
la voce liminale per quanto flebile
torna a farsi udire dalle radici dei tronchi,
narra dell’esistenza tenera delle tortore,
infila storie delicate come perle
che appartengono a tutti in un solo fiato.
Gli alberi tendono alla vertigine alla luce
dal fitto intrico di un’unica radice,
così appaiono le nostre piccole vite
riassorbite la notte in un unico sogno,
l’umanità si abbevera ai canti notturni
riassorbe linfa dall’unica fonte,
le singole voci rientrano nel coro
di un dramma antico riportato in vita.
Quanto manca il teatro della notte
sorto dalle sonorità di una cavea
a chi di giorno troppo si allontana
dallo specchio rivolto al mare dei sogni!
che trotta e sbriga e arido riduce
la vita vera a una banale trottola!
La notte invece lentamente ricuce
in un mantello sontuoso
i brandelli di tutti,
parla dell’invisibile sofferenza dell’anima
costretta in abiti servili angusti
in una civiltà avvilita di avidi e rozzi
come a Saffo apparivano più rozze
le ceramiche barbariche dei Dori.
La storia si ripete in ogni sua frizione
sempre a un gradino più in basso
avvelena le fonti affossa la memoria,
solo la terra un terremoto le sue scosse
potrà scuotere l’anima sua figlia
dall’inedia, dal torpore
il mondo dalle scorie.

Non credo più alla narrazione degli uomini
destinati a durare un battito di ciglia.


(“Teatro della notte”, 6 luglio 2021)

 

Forse ricorderete che nel periodo di lockdown gli animali tornavano ad animare le aree antropizzate lasciate deserte, fatto già di per sé stupefacente, e, oltre ai cervi seduti indisturbati lungo lo spartitraffico dell’autostrada, l’immagine che più mi ha colpito è stata quella di un cerbiatto che correva felice tra le onde della battigia.

 

Risollevare una vita alla sorgente ardere ancora
nei desideri nei sogni impenitenti
e alla vita immaginale rinascere
dopo un lungo sonno di morte
cambiare vita sì, ridurla all’essenziale all’osso
come i barboni sotto i portici amano l’aria
e non temono la povertà della strada
il volto urbano della città sanitaria
senza il silenzio del bosco
o il cerbiatto che corre felice sull’autostrada deserta
e approda infine alla battigia portando il bosco al mare

Quanta felicità in una corsa viva
la corsa fanciulla di una Venere rinata
da tanta schiuma e luce abbagliante
Petra tou roumio che ancora risuona
nella conchiglia il fragore dei ciottoli
il loro nero splendore
la vita vera che urge dai contrasti
la vastità che spera
con occhi virginei aprirsi alla rinascita

                                                      (“Risollevare una vita alla sorgente”, primavera 2020)

 
Non fosse bastata la pandemia, siamo stati invasi dalla guerra, oltre che letale per il corpo, tossica per l’anima, soprattutto per l’amplificazione massmediatica che ne è stata data, e oltretutto per l’inedito impatto emotivo di inquadrare gli eventi bellici dal basso, dalla parte dei civili; ma tossica anche per l’eccesso di reazione adrenalinica scatenata persino nei più pacifisti.
E come a Buenos Aires erano scese in piazze le madri di Plaza de Maio, in Russia sono scese a sfidare il regime le madri dei soldati mandati in Ucraina. Ma è persino a rischio di retorica che esista un istinto materno che ancora una volta si ribella, è invece totalmente assente la domanda sulle donne che si accompagnano agli oligarchi che le guerre le decidono. Poi leggi in un trafiletto venato di gossip che sono donne formato escort identificate con l’aggressore, degradate al pervertimento dell’eros, la loro bellezza buttata al cesso. Ma non dobbiamo scomodare gli oligarchi russi e la guerra per trovare anche in casa nostra il fenomeno della cortigianeria, l’anima femminile sacrificata al potere. Siamo nel cuore della civiltà patriarcale, che ha eretto il dominio, la competizione e il conflitto a paradigmi portanti e soverchianti, avendo rimosso l’equilibrio relazionale delle forze – come insegna il mito – tra Venere e Marte, da cui nasce Armonia. L’amore, e non la pace, è l’antidoto alla guerra. La mediazione è l’antidoto al conflitto. La cooperazione è l’antidoto alla competizione. Al pensiero maschile che ancora teorizza che il conflitto è il motore dell’evoluzione, vorrei ricordare che, in una visione binoculare, l’altro motore è l’amore con cui da bambini bruciamo le tappe della crescita nello sguardo di nostra madre. È questo equilibrio degli opposti che è venuto a mancare, e una nuova civiltà non può che passare attraverso il ripristino di questo equilibrio e dei valori del femminile che facevano da contrappeso, tragicamente rimossi da millenni.          


Ballano i neuroni sulle testate dei giornali
le prime ore dell’alba gettate alle ortiche
la primavera che scotta dalle pagine del coro:
si rianima la guerra, si riarmano gli arsenali!
e l’anima già dissecca i pochi fiori aurorali
e l’oro che sgorga dai sogni buttato al macero
dei primi titoli di testa e la loro gogna…
siamo già invasi tutti, invasi nell’anima
il nostro giardino intimo infestato di vespe
a due passi dalla sorgente lo scolo velenoso
la guerra invade la psiche premia le bombe
ma chi l’ha decisa? - ognuno ha i suoi tarli -
chi presta giuramento? perché non disertano?
non fanno marcia indietro da questa età del piombo?
Continuano gli appelli, la mente infuria
in questo scorcio di notte, agitata da scintille
vano invocare il sonno, al passo nucleare degli eserciti.
Dovrebbero dividere, le donne le loro sorti
da quelle degli oligarchi, da tutti i poteri accerchianti
del proprio stesso aggressore disertare i letti.
Le grandi assenti, le donne dei dominanti
chi avete a fianco? con chi consumate commerci?
Avete svenduto l’amore, a laida merce di scambio
il fine pulviscolo d’oro, a nera polvere da sparo.
Avete profanato il tempio, e noi privi,
il nostro tempio è un bunker
dove nemmeno i pensieri respirano
e la luce dell’alba accomuna
plumbea e pesante
i cieli dei morti e dei vivi.


(“Le grandi assenti”, 6 marzo 2022)

venerdì 19 febbraio 2021

Lucy, reperto A.L. 288-1 di Paolo Rabissi. La vertigine del tempo, lettura di Franco Romanò del poemetto.

 

Eritrea, la depressione di Afar, Dancalia

 


Lucy, reperto A.L. 288-1                                                  (a Adriana)

 
ecco che maneggiare millenni diventa

addirittura possibile, lo scrittore di versi

si sente a casa quando la parola che usa

è senza dubbi la più vicina al senso,

allora la verità non è davvero solo

la somma degli anni, in certi casi rischia

di folgorare, l’attenzione si raddoppia se lo scarto

col presente diviene da secolare millenario,

qualcuno azzarda lemmi poco collaudati se

si tratta di milioni di anni. La vertigine

ora può farsi smarrimento il computo oltremodo

estendendosi di anni, bastano pochi reperti

catalogati e conservati e ti ritrovi compagno

per strade non visibili

per paesaggi che la Storia non raggiunge.

 

 

A volerlo riconoscere il territorio di Lucy

una mappa non basterebbe nemmeno

per le più abili scritture dello spazio,

ma qui è in gioco il multitempo esteso simultaneo

tra qui e allora, il reperto recita A.L.

288-1 tremilioni di anni

o poco più, Lucy nome cantato nei settanta

cammina già eretta ma con le braccia ciondoloni

afferra il ramo, ci vive sicura ci dorme più sicura.

Ecco il paesaggio si aggiusta in presenza e la mappa

si fa trasparente di secoli, giorni, ore.

 

Il muco secreto ora ha quell’odore lì,

anche rami e foglie hanno l’odore grosso, la lingua

salata, l’occhio allucinato. Verranno

in molti, fa senso montare sul ramo più alto

nell’intrico più aggrovigliato arriverà

il più agile e veloce, trapasserà il suo seme

a balzi di secoli e millenni, un mucchietto di enzimi,

di geni trascritti in sequenze speciali.

Quanto ci vuole perché un salto di milioni

di anni riveli il salto evolutivo di un dito

divenuto opponibile capace di spezzare

un ramo e usarlo come bastone?

 

Lucy disarma solo al mattino quando raschia

la terra in cerca di radici, nel giorno affocato

di luce l’intrico più alto dei rami è ancora

rifugio, il chiarore notturno svela libere erbe

alte della savana sonora e senza orizzonti.

L’occhio di Lucy perfora millenni, salda ovunque

le mani al vuoto e al pieno, scende la costa

di altipiani sollevatisi un tempo come spalle

di gigante coi piedi infuocati nel magma,

barriere naturali per un pianoro infinito di erbe

macchie cespugli, l’umido si scioglie, il clima

più secco fa arretrare la foresta. Si fa il territorio

ospitale e Lucy e i suoi simili, a ridosso di strisce

magnetiche nella depressione di Afar, affrontano

la savana e allenano posture erette in difesa.

 

Born to run, come in quegli stessi settanta

cantavano in America, la migrazione iniziò

verso Est, un’espressione di fede non più

solo verso la natura, c’è ormai di mezzo la Storia

la pietra scheggiata il prolungamento degli arti

la manutenzione del fuoco, tutto per una eccedenza

vitale inesauribile che spinge i più verso tutti

i confini del pianeta, lascia indietro solo

chi ha nostalgia e si dedica al restauro dei resti.

 

Quelli rimasti oggi li chiamano Dancali.

La loro figura è snella e i lineamenti

molto fini. Allevano cammelli e vendono

il sale abbondante di antichi laghi costieri

evaporati. Le piccole capanne ricoprono

di rami e stuoie, le fanno annidate intorno

a caverne naturali, nelle regioni costiere

costruiscono ricoveri a forma cilindrica

con pietre sovrapposte a secco.

Qualcuno potrebbe pensare che la natura

voglia imporre le sue ragioni alla Storia,

vulcani e terremoti sono sempre più frequenti

deformano di continuo la depressione di Afar

dove stavano i resti di Lucy.

La roccia vulcanica fragile cede e il pianoro

si abbassa lentamente, silenzioso penetra l’oceano. 

L’inabissamento dell’intero territorio è previsto

entro il  millennio.

***

LA VERTIGINE DEL TEMPO

Di Franco Romanò

La scoperta dei resti di Lucy fu un evento antropologico, ma ritrovarla in un testo poetico sorprende piacevolmente perché è ancora  poca la poesia contemporanea che si compromette con le scoperte scientifiche e la storia profonda. Il testo di Rabissi si apre con alcuni versi di felice stupore e tremore:

ecco che maneggiare millenni diventa/ addirittura possibile, lo scrittore di versi/ si sente a casa quando la parola che usa/ è senza dubbi la più vicina al senso,/ allora la verità non è davvero solo/ la somma degli anni, in certi casi rischia/ di folgorare, l’attenzione si raddoppia se lo scarto/ col presente diviene da secolare millenario, …

Maneggiare i millenni fa tremare, è vero, ma proprio i tempi così aspri che stiamo vivendo ci offrono riflessioni al cui centro sta una parola che solo pochi anni fa non esisteva: Antropocene. Per questo la sensazione, alla prima lettura del testo, è riconoscere in una poesia come questa la sua necessità. Se poi è qualcosa di più ancora e cioè un progetto che darà vita ad altri testi, ancora meglio; ma per l’ampiezza e vastità degli orizzonti che abbraccia, Lucy è un testo concluso in sé.  

Allo stupore iniziale segue un viaggio vertiginoso nel tempo, che grazie al ritrovamento di reperti, al carbonio 14 e altre scoperte, ci permette di sapere qualcosa di più su dove visse Lucy e sul suo territorio. Il testo corre all’indietro come una spoletta che si avvolge e condensa in rapide immagini dalla forte capacità pittorica i momenti essenziali dell’evoluzione, fino al dato che solo a leggerlo ci lascia ammirati e commossi: 3 milioni di anni. A quel punto il testo di Rabissi si apre a un’ansa, necessaria come tirare il fiato prima di proseguire la corsa. Lucy era anche una canzone durante gli anni ’70. Il testo prosegue, tornando verso di noi: lei ora ha un territorio, la savana, ma specialmente la sua posizione è finalmente eretta, siamo vicini a un altro snodo che giunge con questi versi, ammirati e sgomenti:

Quanto ci vuole perché un salto di milioni/ di anni riveli il salto evolutivo di un dito/
divenuto opponibile capace di spezzare/ un ramo e usarlo come bastone?/

Profondità della storia, selezione naturale e lavoro s’intrecciano e ci portano a una nuova ansa del testo. Lo scorrere del tempo, ma anche la corsa fisica, il corpo stesso come strumento che strappa alla savana i suoi segreti, ci porta a una seconda reminiscenza degli ’70: Born to run si cantava allora negli States e la corsa sembra essere una costante del testo e il suo ritmo incalzante e mosso ce lo ricorda a ogni verso ed evoca proprio un paesaggio africano. Intanto Lucy si è avvicinata ancor di più a noi, nella sua migrazione verso est il territorio che percorre delimita uno spazio in cui i suoi antenati vivono ancora oggi: c’è di mezzo la Storia recita il testo e allude a quella che conosciamo anche dai suoi reperti scritti. Il viaggio del testo è quasi finito e nella sua circolarità, quanto più ci avviciniamo allo spazio dove vivono i discendenti di Lucy, i Doncali che abitano la depressione di Afar, dove il corpo fu ritrovato, tanto più quel ritrovamento ci rimanda indietro. La circolarità di questo spaziotempo diventa il perimetro sia della storia con la sua:

 … eccedenza/ vitale inesauribile che spinge i più verso tutti/ i confini del pianeta, lascia indietro solo/ chi ha nostalgia e si dedica al restauro dei resti/

sia del testo. La conclusione ci riserva però un colpo d’ala. I resti di Lucy sono stati ritrovati e salvati, la nostra lontana progenitrice è riuscita ad arrivare fino a noi, il suo habitat scomparirà entro il millennio. Il testo lì si ferma con la precisione di un taglio netto. Mille anni cosa sono di fronte ai tremilioni di anni? Niente, ma sono sempre troppi e allora l’ultima parola è a quella natura che ci ha fatto il regalo di restituirci Lucy, ma che si riprenderà il suo habitat in quell’incessante mutare che la Storia non raggiunge.  

Un’ultima notazione stilistica. Alla conferma del verso lungo, dal passo disteso che evoca la corsa di Lucy nello spaziotempo,  fa da contrappunto la condensazione che si apre a squarci lirici, specialmente nella parte con inizia con il verso:

Il muco secreto ora ha quell’odore lì, …

a testimonianza del fatto che lo stile narrativo non è affatto ostile alla lirica, se mai ai lirismi ridondanti e inutili.


domenica 20 settembre 2020

LO SGUARDO LATERALE DI PHILIPPE DAVERIO

Di Franco Romanò

L’ultima volta che mi capitò di assistere a una conferenza di Philippe Daverio, fu all’Ambasciata italiana di Berlino, che ospitava insieme a lui l’artista Giorgio Milani. L’occasione era solenne: l’anniversario del rogo dei libri, il 9 maggio del 1933. I due ospiti italiani erano stati invitati dai tedeschi. Daverio, nel suo primo intervento, rimase nei binari di una presentazione che doveva trasmettere un messaggio culturale e politico basato su tre cardini: i roghi di libri sono sempre esistiti, la collaborazione fra Italia e Germania è un caposaldo dell’Unione Europea, la memoria storica è un fattore decisivo. Nella replica finale, seguita a inutili domande rituali e a qualche altro intervento formale, Daverio alzò lo stile della comunicazione e i suoi contenuti. Mettendo alcuni opportuni accenti sull’opera di Milani, che forse erano sfuggiti ai più, criticò il culto agiografico della memoria, sottolineando la duplicità della grande arte, che, nel dare una forma espressiva alle opere, finisce per abbellire anche l’orrore. Il sottinteso era che Milani si collocava altrove. Infatti i suoi poetari e in particolare tre di loro e cioè  Poetario di fine Gutemberg, la torre di Gutemberg e  Jesus poetaro crocefisso di fine millennio, sono sculture costruite con vecchie lettere di legno che, inchiostrate, servivano poi alla stampa. Opere scabre, con le quali Milani conserva il calco, l’impronta, non tanto il libro in sé, visto che l’epoca in cui siamo è post gutemberghiana e inflazionistica per il numero di troppi libri inutili che giacciono nei magazzini delle case editrici: quella di Milani, invece, è la conservazione di una matrice dall’inflazione del culto della memoria. Quella presentazione e anche la scelta di Milani, artista assai noto in Germania, mi sembrava incarnare molto bene la capacità di Daverio di avere sempre uno sguardo laterale, un pensiero decentrato. Questa particolarità gli veniva dall’essere un uomo del ’68, che possedeva già in quegli anni, tutta la vastità di una cultura borghese ereditata dalla famiglia e dal suo milieu sociale, cultura cui non rinunciava  - e quanto piacevole era fin da allora discutere con lui – ma di cui conosceva anche i limiti. La critica di massa sessantottina gli permise, non di rinnegare, ma di guardare a quel patrimonio in modo diverso, setacciandolo. È quello che ha fatto nelle sue trasmissioni – Passepartout prima di tutto – ma anche in altre conferenze più politiche: ne ricordo una sulla Cina, forse reperibile nell’archivio rai, quando nessuno capiva quale ruolo avrebbe avuto nel giro di pochi anni. Il suo non è mai stato uno sguardo specialistico da storico dell’arte, che cataloga e conserva, quanto piuttosto da intellettuale di massa di tipo nuovo, che sapeva scegliere e mettere in evidenza, spesso con ironia e leggerezza, mai in senso storicistico e tale atteggiamento chiama in causa ancora una volta la critica al culto memoriale astratto, anch’esso inflazionato e sempre più controproducente. Anche per questo, certi paragoni a ridosso della sua scomparsa mi sono sembrati paradossali, specialmente quando pensavano di rimproverargli quello che non ha mai voluto essere. Personaggi come Federico Zeri o Carlo Giulio Argan appartengono a un altro mondo della critica d’arte, precedente, un mondo però che ha fatto in fin dei conti della separatezza dalla cultura di massa la propria cifra. Si tratta di una scelta più che legittima, ma molto accademica e iper specialistica. Daverio si è mosso a valle di una critica di massa della cultura che richiedeva capacità trasversali, approccio da competenze disciplinari diverse, saper collegare fenomeni fra loro apparentemente lontani, ma anche l’ironica propensione a ridimensionare apparenti autorevolezze. Tutto questo, in definitiva, appartiene al meglio della cultura del ’68.

  

 

 

 

giovedì 6 febbraio 2020

“Un'epica gentile” un modo nuovo di guardare all’epica, di Gabriella Galzio


Pubblichiamo queste pagine critiche di Gabriella Galzio dal titolo "Un'epica gentile', un modo nuovo di guardare all'epica". Un contributo intorno alla poesia epica, cui questo blog è dedicato, che apre
altri percorsi di analisi. E' frutto di un suo lavoro in corso ed è stato oggetto di lettura e discussione nell'ultima giornata del suo salotto letterario. Ringraziamo l'autrice e invitiamo lettori e lettrici a intervenire con i loro commenti.



 Innanzitutto una questione di metodo: la teoria deve poter scaturire dalla prassi della versificazione, altrimenti rischia di essere ideologica, pertanto ho provato a scandagliare i versi del poemetto di Rabissi “Di signoria e servitù, la mutazione che prende avvio dal desiderio”, non solo per dialogare con la poesia di Rabissi e con il commento di Romanò, ma per tentare di dare un contributo alla più ampia e complicata questione dell’epica nella poesia contemporanea che anche a me sta a cuore come si potrà evincere da alcuni miei versi conclusivi. Dare un contributo non necessariamente vuol dire avere pronte delle risposte, anzi può significare porre domande, avanzare dubbi, rimettere in discussione quei fragili punti fermi faticosamente conquistati. 
E vorrei partire da un distinguo: poematico non è ancora epico. Nel ‘900 la narratività in poesia si è fatta largo rendendo prosastico il verso, ma non tutta la poesia in prosa può dirsi epica. Cos’è allora che la distingue? Romanò parla di “tracce di un sentimento e di uno stile epici, l’incedere dei versi” e con questo accenna allo stile, al passo, al piede, al metro…accenna poi ai soggetti dell’epica, alla “storia con le sue imprese e le sue sconfitte, ma con la coscienza e la dignità di chi non rinuncia”, all’”eco delle lotte e delle imprese di questi soggetti storici”, dove “l’epopea collettiva…diventa epos a pieno diritto”. Sottoscrivo. Tutto questo fa parte dell’epica, quando si lotta, si combatte, allora facciamo ingresso nell’epica. E vorrei anche precisare - e lo affermo alla luce dei miei versi - che non ritengo necessario un soggetto antagonista contro cui combattere, che si può lottare per un’utopia, per un amore, per morire alle trasformazioni e rinascere. E certo, bisogna vincere la fatica, la paura, il dubbio, e allora bisogna combattere. Ma veniamo alle “Questioni di stile”. Romanò afferma che “l’epica ruota intorno  a…una metrica, a uno stile”. Ora sono d’accordo sul fatto che “l’epica classica non sia un orizzonte insuperabile…/_..._/ …i generi non sono statici e non lo è neppure l’epica”, ma stento ad essere d’accordo quando afferma: “Esametri e anapesti non possono appartenerci oggi, perché hanno il passo degli eserciti e degli eroi, battono il piede sul campo di battaglia e portano su di sé il peso di una società patriarcale da cui abbiamo cominciato a distanziarci.” Perché temo che qui si scivoli in piena formazione reattiva, anapesti no per non avere il passo degli eserciti, così, insieme all’acqua sporca (gli eserciti), buttiamo via anche il bambino (gli anapesti). Buttiamo via anapesti, dattili, giambi, trochei e avremo buttato via i ritmi base della musica della poesia! Quei mattoncini con cui si costruisce la metrica, quei piedi che danno il passo al verso, che conferiscono l’incedere, ora grave, solenne, ora squillante, martellante persino dell’epica, o gentile, leggero del registro epico-lirico… Ma tanto è vero che ciò non è possibile, che proprio i versi di Rabissi lo sconfessano.
RABISSI Qui, infatti, abbondano i ritmi dattilici, fino all’esempio di verso dattilico più compiuto che recita “fabbriche morte deserti affanni di uomini e donne” (e che ricorda l’esametro dattilico, composto da 5 dattili + 1 trocheo), e dove non mancano svariati attacchi anapestici (che in fondo sono dattili specchiati) come “Si battevano ancora…” o “di lavoro è un pianeta…”, e dove non manca nemmeno la dialettica tra ritmi discendenti/ascendenti di dattili e anapesti come ad es. nei due versi susseguentisi “…lirici trasumananti si può (intonazione discendente)/ misurare lo scarto se c’è…(intonazione ascendente)”; e dove soprattutto non manca l’abbinamento di ritmi d’intonazione affine come ad es. dattilo e trocheo, vedi il seguente verso “l’hanno sepolto, quanto è rimasto dall’abbuffata” ( ciascun emistichio composto da 1 dattilo + 1 trocheo); in particolare appaiono frequenti gli attacchi -  quasi si direbbe - di adonio (1 dattilo + 1 trocheo) nella parte centrale del poemetto quando rispetto al lavoro servile viene ammirata la naturale perfezione del lavoro animale “Che perfezione…”, “striano il cielo…”, “fosse un lavoro…”, “sazie abbandonano…”, “fanno i castori del loro ingegno…”.
Un’ultima annotazione riguarda la seguente affermazione di Romanò quando dice che nella seconda parte del poemetto “Il metro gira intorno al doppio settenario, seppure con movimenti interni ad allungare”. Francamente fatico a concordare con questa affermazione, essendo i pochi e tra loro slegati doppi settenari - (2 su 16) nella strofe presa in esame e (5 su 181) sparsi complessivamente nel testo - di natura troppo casuale per essere riconosciuti come cardini strutturanti un movimento. Quasi che il respiro dei versi di Rabissi aspirasse a un’altra ampiezza, a un’altra libertà…del resto, se il doppio settenario sarà la sua misura, sarà lui stesso a forgiarla.
Riassumendo, nel testo di Rabissi riscontro piuttosto una versificazione libera, di ampio respiro ma irregolare, con frequenti spezzature e cesure del verso in emistichi (che ricordano Pavese, il cui verso però è regolare) e componenti ritmiche ricorrenti – proprie (come rilevavo prima) del registro epico classico - che conferiscono un andamento disteso e meditativo, favorendo la discorsività con tono pacato e talvolta grave nel narrare le vicende travagliate del mondo contemporaneo.
Questa breve disamina mostra come i ritmi epici siano tuttora vivi e attualissimi anche quando non sono più al servizio “degli eserciti e degli eroi”, ma al contrario sono irraggiati da una vis combattiva necessaria a uscire da quella “società patriarcale da cui abbiamo cominciato a distanziarci”. Allora i nuovi soggetti storici di questo epos potranno essere i nuovi schiavi della globalizzazione in cerca di liberazione dal lavoro servile, o le donne che intraprendono la discesa agli inferi andando incontro al rischio di una profonda trasformazione. La musica epica allora non sarà più solamente l’espressione di un nuovo linguaggio, ma anche la forza interiore di un nuovo coraggio.
PAVESE Ma se parliamo di epica nuova, almeno in Italia, non possiamo non ripartire da Pavese che in pieno ermetismo e predominio della lirica inaugura la “poesia-racconto”, dal verso cadenzato (“cadenza enfatica” come l’autore stesso annotava), dall’ampiezza pacata, di lunga lassa narrativa. Quello di Pavese è un metro con andamento cantilenante pressoché monotono (se non fosse per cesure e spezzature) che contribuisce alla resa epica di lenta, tranquilla affabulazione. Concordo con Curi che l’impressione complessiva di uniformità costante è garantita dall’assoluta prevalenza del piede costituito da due sillabe atone più una tonica; tenendo presente che a Pavese, poi, non tanto interessava il metro quanto il ritmo, con una pronunciata inclinazione per quello ternario anapestico. “Con Pavese – scrive Menichetti nel suo Metrica italiana – il numero degli anapesti diventa variabile da verso a verso, quasi sempre superiore a tre, in modo da assecondare l’andamento epico-lirico del testo.” Ed è sempre Pavese a inaugurare i nuovi eroi e le nuove eroine della moderna epica (prima di Pagliarani): contadini, contadine, prostitute, vecchi, ragazzi… un mondo di personaggi medio-bassi, sprovvisti di contorni tragici e della protezione di divinità, spesso socialmente o psichicamente anomali, che corrisponde a fondare un moderno epos borghese-contadino che risulti congruo alla sensibilità della società moderna e che Pavese preferirà chiamare “poesia-racconto”. Personalmente, devo a Pavese quel ritmo cadenzato dei versi che è filtrato nei miei primi passi di poesia per i vicoli di Perugia.
WHITMAN E veniamo a Whitman. In relazione all’epica scrive Romanò: “Un nome si impone su tutti, Walt Whitman, la cui versificazione libera (ma non sempre), mantiene dell’epos l’incedere del verso, l’oralità implicita, il passo martellante a volte, in altre più solenne. Ebbene, Whitman, è proprio il bardo di una diversa epicità della versificazione, costituendo un modello lontano dalla metrica classica, ma a pieno titolo interno a una visione allargata dei canoni…”. E qui torniamo al distinguo iniziale: il Whitman poematico è anche epico? Secondo la tesi di Pavese su Whitman, Foglie d’erba non sarebbe poesia epica, ma volontaristica e programmatica “poesia del far poesia”. Secondo Di Girolamo, nei versi liberi e lunghi di Whitman i ritmi anapestici (presenti in Pavese) sarebbero assenti. Viceversa Manganelli, che riprende Hopkins, così parla del ritmo whitmaniano: “Hopkins è anche affascinato dal…ritmo; quei versi lunghi, molto lunghi, e irregolari. Qualcosa che sembra sul punto di decadere a prosa ritmata; ma anche una vocazione all’orecchio per la cadenza degli anapesti: «ben s’addice alla lingua inglese far sì che l’accento cada sempre al termine del piede»: e Hopkins cita un verso che pare emblematico…«or a handkerchief designedly dropped»….Come maestro verbale sa modulare versi di suprema perizia – e intendo per l’appunto altissima consapevolezza tecnica: «Whispers of heavenly death murmur’d I hear/ Labial gossip of night, sibilant chorals».” Questi ultimi due versi sono senz’altro un esempio di ritmo dattilico che oltre la spezzatura prosegue in cadenza anapestica. Personalmente, tuttavia, ritengo il temperamento di Whitman troppo vitalistico e prorompente per non essere il suo stile fondamentalmente vocato alla libertà e alla estrema irregolarità. Predicatore itinerante o “bardo profeta” - come da lui stesso dichiarato - della democrazia e della religione, incline al “poema-evangelo” della fratellanza, dell’amore e dell’anima, è un esuberante temperamento oratorio e certamente poeta poematico, ma quel che mi suggerirebbe di propendere per il tono epico della sua poesia è la sua vis combattiva, vibrante: «…inauguro una religione e scendo nell’arena,/ (e può darsi sia io destinato a emettere il grido più forte, gli assordanti clamori del vincitore…)», moderno bardo «per qualche eroe, oratore o generale…per qualche audace ribelle» di una epopea eroica e trionfante: «io, esultante d’essere pronto per loro, farò sgorgar canti più forti e più superbi di quanti mai sulla terra s’udirono.// Comporrò canti della passione, per aprir loro un cammino…». A questo punto la poesia di Whitman meriterebbe davvero uno studio più approfondito della sua metrica, a mio parere imprescindibile per valutare se la sua vis combattiva s’incarni fino in fondo nei ritmi dell’epica.   
ROMANO’ Dal cammino di Whitman al “diverso cammino” di Romanò, nel poemetto Veglia Europa (p.70). Qui “Un diverso cammino”, che è già un anapesto, prosegue il suo incedere a ritmo ternario fino ai versi finali “non ancora cultura (anapesto)/ al passo claudicante di sempre (ritmo dattilico)”, laddove nella parola “claudicante” il valore semantico e quello ritmico dattilico coincidono, rendendo il senso epico di una faticosa conquista.
Quanto al poemetto Il ritorno, la struttura metrica di riferimento è endecasillabica, dove agli endecasillabi si alternano metri anch’essi dispari e dunque dinamici, quali novenari e settenari. Ciò che rende epica la versificazione sono i frequenti attacchi anapestici che imprimono un andamento narrativo disteso. In particolare vorrei segnalare una sestina, interessante per la sua figurazione circolare, in cui la metrica dell’ultimo verso ripete la struttura del primo verso: “Quando fui pronto|| me li vidi accanto/…/ prima che il freddo ||ti travolga e il peso.” In entrambi i versi, endecasillabici, abbiamo la presenza di due emistichi, il primo dattilico e il secondo anapestico, specchiati (come già abbiamo riscontrato in Rabissi).
KEMENY Qui vorrei solo ancora accennare al poema epiconirico di Tomaso Kemeny, La Transilvania liberata, cui dedicare in futuro un maggiore approfondimento per diverse ragioni. Tanto per cominciare per la sua struttura conchiusa di poema, con prologo, epilogo e dodici canti, e la domanda che solleva se oggi sia ancora possibile scrivere un intero poema o se, come ipotizzava Pavese, ciò non sia più possibile, dovendoci accontentare di una poesia-racconto. Poi, per l’evidente riferimento (contenuto nel titolo) alla tradizione, alla Gerusalemme liberata di Torquato Tasso, che pone l’interrogativo non solo in che rapporto stia il poema di Kemeny, se in continuità o discontinuità, con la tradizione epica, ma più in generale quanto l’epica attuale sia erede della tradizione classica o quanto da essa si discosti e possa dirsi epica nuova. Quanto alla metrica -prendiamo ad es. il Prologo - tendenzialmente endecasillabica ma non regolare, è un alternarsi di ritmi anapestici e dattilici che conferiscono solennità al canto. E veniamo infine allo spirito del poema, che non certo può dirsi epica di conquista, quanto epica di liberazione: dalla Città senza nome, infatti, devastata dagli invasori (tutte le città della Transilvania hanno perduto il loro nome magiaro), l’eroe ignoto si prepara a combattere gli invasori di tutti i Paesi e di tutti i tempi.     
GALZIO Per concludere, desideravo aggiungere che il lavoro sin qui svolto non poteva non sollevare in me alcune riflessioni sul carattere epico di parte importante dei miei stessi versi, di cui vorrei proporre alcuni esempi.
1)Quando dicevo che la musica epica sarà la forza interiore di un nuovo coraggio, pensavo alla forza emergente delle donne, alla poetica delle Madri come fonte di una nuova civiltà che attraversa il mio La discesa alle Madri, pensavo alle Madri di Plaza de Mayo cui dedico il ritmo anapestico “un tamburo battente sulla piana” di “Madre corale” (dal mio La discesa alle Madri, p. 25), pensavo a quanto l’amore dia la forza di combattere…
«Sarò per te madre corale, correrò nel fuoco
non avrò tentennamenti, infingimenti
sarò la lotta libera, il campo incendiato
la frusta del grano nell'oro delle tempie
sarò un pensiero limpido, urgente
un tamburo battente sulla piana
sarò donne che scendono in scenario aperto
donne che avanzano sorgono frontali
sarò guerra per guerra scatto in combattimento
profondità di quinte, teatro naturale»
2)A proposito del doppio settenario (o alessandrino) ricordato da Romanò, nel mio “Ratto di Kore” (da Ishtar, p.66), l’incipit della poesia si è mostrato incline a uno stile regolare e coeso della versificazione, la prima quartina essendo composta interamente da doppi settenari che strutturano il testo conferendogli un incedere epico-lirico grave e solenne, e dando vita a un’epica della discesa agli inferi, metafora dei grandi processi di morte, trasformazione e rinascita:
“Scesi alla luce, perla, che allaga d’acqua il viso
Pronto a ritrarsi, d’erba, giù per il folto ventre
D’ossa e radici, intrico, soffice d’ocra e sangue
Passi di terra e oro incedere verso un trono”
3)In associazione al cammino della nazione americana di Whitman, al “diverso cammino” di Romanò, e a quel cammino che forse più in generale potrebbe rivelarsi un topos dell’epica, a me è tornato in mente il ritmo epico-lirico di un altro cammino, trasmutativo, personale e collettivo presente in Ishtar (da “Oro nero”, p.69):
“datti un tempo, datti un cammino                 (dattilico)
verticale e fra uguali                                        (anapestico)
porta a un incedere di perle e fango                (dattilico)
intere popolazioni ai loro templi…”
o ancora (da “Veste alata”, p.95)
“E un cammino di donne e piume                  (anapestico)
discende l’assolato versante dell’aria…”         (anapestico)
Se nei primi quattro versi il senso di una missione spirituale si esprime con tono grave e solenne, quasi processionale, negli ultimi due versi il ritmo anapestico epico-lirico ha la leggerezza della visione. Anche qui l’epica è foriera di “un’utopia di liberazione dell’umanità intera”, ma usa un tono leggero, gentile, lirico, e per questo amerei chiamare la mia epica “un’epica gentile”.
IN SINTESI In estrema sintesi, quello che mi sento di affermare sul carattere distintivo dell’epica oggi, a partire dai pochi esempi di autori presi in esame, è quanto segue: che si sia perso sì l’andamento metrico regolare di una forma chiusa, ma che non si sia perso il più generale andamento ritmico ternario fondato su dattili e anapesti. Altrimenti ricadremmo nella più indifferenziata narratività di una versificazione in prosa.
Insomma ciò che fa la differenza è la musica.