Abbiamo invitato Laura Cantelmo a proporci una scelta dei suoi versi accompagnati da personale commento.
Blog di poesie, poetica e pensieri critici intorno all’epica e al multiverso della poesia contemporanea, italiana e non. A cura di Paolo Rabissi e Franco Romanò. (Nelle sezioni Riflessioni, Testi Manifesti, Coralia, Multiverso e Contemporanea si entra scorrendo la home page o cliccando sulle intestazioni nella colonna a destra).
venerdì 6 maggio 2022
'A che punto è la notte?' e altri versi, editi e non, di Laura Cantelmo
Abbiamo invitato Laura Cantelmo a proporci una scelta dei suoi versi accompagnati da personale commento.
giovedì 14 aprile 2022
"Epica arcaica" e altri inediti di Gabriella Galzio
“EPICA ARCAICA” E ALTRI INEDITI di Gabriella Galzio
mutante afferro a ferro e fuoco
per la fanciulla della razza nuova
(da La discesa alle Madri)
Certo, la pandemia, e poi la guerra più recente in Ucraina - quali eventi estremi - hanno esasperato e messo ulteriormente in evidenza le criticità di questa civiltà, basti pensare che in congiunture come queste che più avrebbero richiesto la solidarietà tra gli umani, i grandi gruppi economici hanno continuato a fare profitti esorbitanti, dai produttori di vaccini ai fabbricanti d’armi.
Ma da sempre la mia poesia mostra un’inclinazione alla critica della civiltà, segnatamente con Apocalissi fredda, e un atteggiamento epico nel senso di una vis trasformativa, non certo nello spirito di conquista, ma di liberazione, ed è per questo che l’ho chiamata, anche per i toni talvolta epico-lirici, “un’epica gentile“. Con questo titolo è apparso, peraltro, un mio saggio ospitato proprio su questo blog su generoso invito di chi lo dirige; saggio nel quale ho cercato di mettere a fuoco la mia posizione sull’epica, (non più solo come atteggiamento, ma) in quanto genere, secondo la quale i ritmi dattilici e anapestici sono imprescindibili.
Ma tornando a quelli che a me paiono oggi i grandi temi dell’epica, c’è quello degli anziani e della rimozione della morte, soprattutto dopo aver vissuto anch’io, come molti cinquantenni, l’esperienza dolorosa e totalizzante di accompagnare per otto lunghi anni un genitore all’estrema soglia – tre termini mi sono affiorati alle labbra in quel frangente che non avevo mai pronunciato prima di allora: afflitta, avvilita, abbrutita. Segno che le parole hanno un loro peso specifico, quando non vengono dette a vanvera. E in quel frangente erano estremi i vissuti, anche perché provavo l’impatto materiale diretto di quella onerosità: per sei mesi ho fatto anch’io da badante in un disperato corpo-a-corpo, e ho capito quanto usurante sia questo lavoro e quanto eroico il sacrificio di sé, l’annullamento, che si consuma in quotidiani gesti invisibili; tanto che alla fine io stessa mi sono ammalata.
Fa dunque da sfondo all’inedito che segue l’esperienza traumatica di accompagnare la propria madre nel suo decadimento progressivo degenerativo verso la morte, esperienza qui assimilata al mito neolitico della Discesa agli Inferi di Inanna. Inanna viene infatti liberata dal chiodo della morte di Ereškigal, sua sorella e Regina degli Inferi, perché un’altra figura prende il suo posto, così come le badanti, invisibili alla nostra società, si accollano l’onere di accudire i nostri vecchi. Qui il riferimento forte è a un’epica arcaica - precedente l’epica classica di Omero e dei dori, nobilitatrice della guerra di conquista - fondata viceversa su valori materni di cura e una pietà anch’essa precedente l’epoca latino-cristiana che quella pietas l’ha solo ereditata. Una civiltà che lungi dal rimuovere la morte aveva fede nella reincarnazione, e conosceva le tecniche di trance per affrontarla e aprire alla trascendenza nell’immanenza. La citazione virgolettata sull’anima barbara è di Eraclito, vissuto ancora a ridosso di quella arcaica civiltà. Il riferimento a Bruno è quello alle sue dichiarazioni inerenti alla poiesis: “La poesia non nasce da regole, se non per leggerissimo accidente, ma le regole derivano dalla poesia”.
Prendete i vecchi ormai accantonati
che sono lasciati morire da soli…
dementi straniati nell’abbandono
i tanti invisibili senza riscatto
deboli fuochi di un camposanto
Nel cimitero della coscienza
si accordano i vivi ai più sani egoismi
ma nel destino della sapienza
la luce dei morti richiede udienza:
e lo fa con il chiodo del senso di colpa
perché è trama dei molti la singola vita.
È un’epica strana quella più arcaica
senza gli eroi della bella morte
senza retorica e sogni di gloria
eroi chiamati a gesta invisibili.
Assidui cantori di cicli più vasti
ritmano il tempo delle stagioni
dall’alfa all’omega senza rimossi
quasi in possente silenzio sonoro
varcano porte dell’al di là
conoscono soglie dell’immanenza
aprirsi a un volo radente il suolo.
Oggi nel grido dell’opulenza
senza pudore senza più rito
nel tutto esibito come ovvietà
tutti costretti a restare giovani
rifuggono l’ultimo tratto di vita
come la peste la propria età.
Ma rimossa la morte rimangono i vecchi
a sperare in qualcuno che abbia… pietà.
Abbiamo rimosso ogni senso di colpa
che ci unisce ai più fragili
che ci rende più tragici
ma trama di voci in un’unica voce
un coro sopito che veglia e tace
e anche sui morti sa fare luce.
È quella un’arcaica pietà
più antica di un Cristo che l’ha ereditata
perché remota si perde nel grembo
materno del tempo e del battito eterno.
Si affaccia ancora alle prime grotte
cattedrali di roccia dei primi vagiti
dove altri, sopiti, vanno a morire.
Che ne sappiamo di quei misteri
noi di mistero e velo ormai privi
“occhi e orecchie cattivi consiglieri
per chi abbia anima barbara”.
C’è bisogno di una nuova sapienza
- come del pane - o intelligenza del cuore
di una visione grano degli occhi
che sa di bene ancora incorrotto
portare il fiume lungimirante
e con il fiume gli argini,
da poesia le regole
– avrebbe detto Bruno -
di vastità e misura
delle cangianti forme.
Rientrare nell’alveo di una legge di natura
ascoltiamo la voce degli alberi
perdiamoci
nei passi aggraziati delle lepri
nei regni verdi dell’estate
quando, non viste, tornano apparizioni
e noi con loro, a una lingua di selva
torniamo alla sorgente.
(“Epica arcaica”, 6 luglio 2021)
Ed è soprattutto sugli anziani che si è rovesciato lo tsunami della pandemia. Per i fortunati che non sono stati colpiti nella salute e negli affetti più cari, vi sono stati tuttavia una serie di scompensi più o meno gravi, tra cui quelli psichici, più sottili e invisibili: la paura e la riduzione della vita quotidiana a pochi gesti di sopravvivenza che ne è conseguita, in breve, una sorda oppressione e una grigia normalizzazione diurna che ha risospinto la vita dell’anima nella notte e nell’inconscio.
notti fa ho sentito affiorare una voce
e l'ho seguita nel suo flusso poematico
una voce che di giorno tace
e la notte prende a parlare per vie carsiche
e così i libri che passano di mano in mano
si rischiarano nelle parole di chi li intende
prende le vie meno usuali il destino
per bocca di quella voce che splende
(“per vie carsiche”, 14 luglio 2021)
Scrivo ormai solo quando gli altri dormono
protetta dall’oscurità delle maschere,
di giorno nessuno immagina
la potenza sciamanica della notte
quando libera i lacci diurni
di un pensiero ridotto
ai minimi termini:
rifare i letti i piatti i conti
il corso arido prevedibile degli eventi.
La notte invece ringhia ai mutamenti
riduce all’osso i fatti del giorno
riporta il lupo nel cono di luce.
E i sacri cardini riaffiorano del sogno,
la voce liminale per quanto flebile
torna a farsi udire dalle radici dei tronchi,
narra dell’esistenza tenera delle tortore,
infila storie delicate come perle
che appartengono a tutti in un solo fiato.
Gli alberi tendono alla vertigine alla luce
dal fitto intrico di un’unica radice,
così appaiono le nostre piccole vite
riassorbite la notte in un unico sogno,
l’umanità si abbevera ai canti notturni
riassorbe linfa dall’unica fonte,
le singole voci rientrano nel coro
di un dramma antico riportato in vita.
Quanto manca il teatro della notte
sorto dalle sonorità di una cavea
a chi di giorno troppo si allontana
dallo specchio rivolto al mare dei sogni!
che trotta e sbriga e arido riduce
la vita vera a una banale trottola!
La notte invece lentamente ricuce
in un mantello sontuoso
i brandelli di tutti,
parla dell’invisibile sofferenza dell’anima
costretta in abiti servili angusti
in una civiltà avvilita di avidi e rozzi
come a Saffo apparivano più rozze
le ceramiche barbariche dei Dori.
La storia si ripete in ogni sua frizione
sempre a un gradino più in basso
avvelena le fonti affossa la memoria,
solo la terra un terremoto le sue scosse
potrà scuotere l’anima sua figlia
dall’inedia, dal torpore
il mondo dalle scorie.
Non credo più alla narrazione degli uomini
destinati a durare un battito di ciglia.
(“Teatro della notte”, 6 luglio 2021)
Forse ricorderete che nel periodo di lockdown gli animali tornavano ad animare le aree antropizzate lasciate deserte, fatto già di per sé stupefacente, e, oltre ai cervi seduti indisturbati lungo lo spartitraffico dell’autostrada, l’immagine che più mi ha colpito è stata quella di un cerbiatto che correva felice tra le onde della battigia.
Risollevare una vita alla sorgente ardere ancora
nei desideri nei sogni impenitenti
e alla vita immaginale rinascere
dopo un lungo sonno di morte
cambiare vita sì, ridurla all’essenziale all’osso
come i barboni sotto i portici amano l’aria
e non temono la povertà della strada
il volto urbano della città sanitaria
senza il silenzio del bosco
o il cerbiatto che corre felice sull’autostrada deserta
e approda infine alla battigia portando il bosco al mare
Quanta felicità in una corsa viva
la corsa fanciulla di una Venere rinata
da tanta schiuma e luce abbagliante
Petra tou roumio che ancora risuona
nella conchiglia il fragore dei ciottoli
il loro nero splendore
la vita vera che urge dai contrasti
la vastità che spera
con occhi virginei aprirsi alla rinascita
(“Risollevare una vita alla sorgente”, primavera 2020)
Non fosse bastata la pandemia, siamo stati invasi dalla guerra, oltre che letale per il corpo, tossica per l’anima, soprattutto per l’amplificazione massmediatica che ne è stata data, e oltretutto per l’inedito impatto emotivo di inquadrare gli eventi bellici dal basso, dalla parte dei civili; ma tossica anche per l’eccesso di reazione adrenalinica scatenata persino nei più pacifisti.
E come a Buenos Aires erano scese in piazze le madri di Plaza de Maio, in Russia sono scese a sfidare il regime le madri dei soldati mandati in Ucraina. Ma è persino a rischio di retorica che esista un istinto materno che ancora una volta si ribella, è invece totalmente assente la domanda sulle donne che si accompagnano agli oligarchi che le guerre le decidono. Poi leggi in un trafiletto venato di gossip che sono donne formato escort identificate con l’aggressore, degradate al pervertimento dell’eros, la loro bellezza buttata al cesso. Ma non dobbiamo scomodare gli oligarchi russi e la guerra per trovare anche in casa nostra il fenomeno della cortigianeria, l’anima femminile sacrificata al potere. Siamo nel cuore della civiltà patriarcale, che ha eretto il dominio, la competizione e il conflitto a paradigmi portanti e soverchianti, avendo rimosso l’equilibrio relazionale delle forze – come insegna il mito – tra Venere e Marte, da cui nasce Armonia. L’amore, e non la pace, è l’antidoto alla guerra. La mediazione è l’antidoto al conflitto. La cooperazione è l’antidoto alla competizione. Al pensiero maschile che ancora teorizza che il conflitto è il motore dell’evoluzione, vorrei ricordare che, in una visione binoculare, l’altro motore è l’amore con cui da bambini bruciamo le tappe della crescita nello sguardo di nostra madre. È questo equilibrio degli opposti che è venuto a mancare, e una nuova civiltà non può che passare attraverso il ripristino di questo equilibrio e dei valori del femminile che facevano da contrappeso, tragicamente rimossi da millenni.
Ballano i neuroni sulle testate dei giornali
le prime ore dell’alba gettate alle ortiche
la primavera che scotta dalle pagine del coro:
si rianima la guerra, si riarmano gli arsenali!
e l’anima già dissecca i pochi fiori aurorali
e l’oro che sgorga dai sogni buttato al macero
dei primi titoli di testa e la loro gogna…
siamo già invasi tutti, invasi nell’anima
il nostro giardino intimo infestato di vespe
a due passi dalla sorgente lo scolo velenoso
la guerra invade la psiche premia le bombe
ma chi l’ha decisa? - ognuno ha i suoi tarli -
chi presta giuramento? perché non disertano?
non fanno marcia indietro da questa età del piombo?
Continuano gli appelli, la mente infuria
in questo scorcio di notte, agitata da scintille
vano invocare il sonno, al passo nucleare degli eserciti.
Dovrebbero dividere, le donne le loro sorti
da quelle degli oligarchi, da tutti i poteri accerchianti
del proprio stesso aggressore disertare i letti.
Le grandi assenti, le donne dei dominanti
chi avete a fianco? con chi consumate commerci?
Avete svenduto l’amore, a laida merce di scambio
il fine pulviscolo d’oro, a nera polvere da sparo.
Avete profanato il tempio, e noi privi,
il nostro tempio è un bunker
dove nemmeno i pensieri respirano
e la luce dell’alba accomuna
plumbea e pesante
i cieli dei morti e dei vivi.
(“Le grandi assenti”, 6 marzo 2022)
venerdì 19 febbraio 2021
Lucy, reperto A.L. 288-1 di Paolo Rabissi. La vertigine del tempo, lettura di Franco Romanò del poemetto.
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| Eritrea, la depressione di Afar, Dancalia |
Lucy, reperto A.L. 288-1 (a Adriana)
ecco che maneggiare millenni diventa
addirittura possibile, lo scrittore di versi
si sente a casa quando la parola che usa
è senza dubbi la più vicina al senso,
allora la verità non è davvero solo
la somma degli anni, in certi casi rischia
di folgorare, l’attenzione si raddoppia se lo scarto
col presente diviene da secolare millenario,
qualcuno azzarda lemmi poco collaudati se
si tratta di milioni di anni. La vertigine
ora può farsi smarrimento il computo oltremodo
estendendosi di anni, bastano pochi reperti
catalogati e conservati e ti ritrovi compagno
per strade non visibili
per paesaggi che la Storia non raggiunge.
A volerlo riconoscere il territorio di Lucy
una mappa non basterebbe nemmeno
per le più abili scritture dello spazio,
ma qui è in gioco il multitempo esteso simultaneo
tra qui e allora, il reperto recita A.L.
288-1 tremilioni di anni
o poco più, Lucy nome cantato nei settanta
cammina già eretta ma con le braccia ciondoloni
afferra il ramo, ci vive sicura ci dorme più sicura.
Ecco il paesaggio si aggiusta in presenza e la mappa
si fa trasparente di secoli, giorni, ore.
Il muco secreto ora ha quell’odore lì,
anche rami e foglie hanno l’odore grosso, la lingua
salata, l’occhio allucinato. Verranno
in molti, fa senso montare sul ramo più alto
nell’intrico più aggrovigliato arriverà
il più agile e veloce, trapasserà il suo seme
a balzi di secoli e millenni, un mucchietto di enzimi,
di geni trascritti in sequenze speciali.
Quanto ci vuole perché un salto di milioni
di anni riveli il salto evolutivo di un dito
divenuto opponibile capace di spezzare
un ramo e usarlo come bastone?
Lucy disarma solo al mattino quando raschia
la terra in cerca di radici, nel giorno affocato
di luce l’intrico più alto dei rami è ancora
rifugio, il chiarore notturno svela libere erbe
alte della savana sonora e senza orizzonti.
L’occhio di Lucy perfora millenni, salda ovunque
le mani al vuoto e al pieno, scende la costa
di altipiani sollevatisi un tempo come spalle
di gigante coi piedi infuocati nel magma,
barriere naturali per un pianoro infinito di erbe
macchie cespugli, l’umido si scioglie, il clima
più secco fa arretrare la foresta. Si fa il territorio
ospitale e Lucy e i suoi simili, a ridosso di strisce
magnetiche nella depressione di Afar, affrontano
la savana e allenano posture erette in difesa.
Born to run, come in quegli stessi settanta
cantavano in America, la migrazione iniziò
verso Est, un’espressione di fede non più
solo verso la natura, c’è ormai di mezzo la Storia
la pietra scheggiata il prolungamento degli arti
la manutenzione del fuoco, tutto per una eccedenza
vitale inesauribile che spinge i più verso tutti
i confini del pianeta, lascia indietro solo
chi ha nostalgia e si dedica al restauro dei resti.
Quelli rimasti oggi li chiamano Dancali.
La loro figura è snella e i lineamenti
molto fini. Allevano cammelli e vendono
il sale abbondante di antichi laghi costieri
evaporati. Le piccole capanne ricoprono
di rami e stuoie, le fanno annidate intorno
a caverne naturali, nelle regioni costiere
costruiscono ricoveri a forma cilindrica
con pietre sovrapposte a secco.
Qualcuno potrebbe pensare che la natura
voglia imporre le sue ragioni alla Storia,
vulcani e terremoti sono sempre più frequenti
deformano di continuo la depressione di Afar
dove stavano i resti di Lucy.
La roccia vulcanica fragile cede e il pianoro
si abbassa lentamente, silenzioso penetra l’oceano.
L’inabissamento dell’intero territorio è previsto
entro il millennio.
Di Franco Romanò
La scoperta dei resti di Lucy fu un evento antropologico, ma ritrovarla in un testo poetico sorprende piacevolmente perché è ancora poca la poesia contemporanea che si compromette con le scoperte scientifiche e la storia profonda. Il testo di Rabissi si apre con alcuni versi di felice stupore e tremore:
ecco che maneggiare millenni diventa/ addirittura possibile, lo scrittore di versi/ si sente a casa quando la parola che usa/ è senza dubbi la più vicina al senso,/ allora la verità non è davvero solo/ la somma degli anni, in certi casi rischia/ di folgorare, l’attenzione si raddoppia se lo scarto/ col presente diviene da secolare millenario, …
Maneggiare i millenni fa tremare, è vero, ma proprio i tempi così aspri che stiamo vivendo ci offrono riflessioni al cui centro sta una parola che solo pochi anni fa non esisteva: Antropocene. Per questo la sensazione, alla prima lettura del testo, è riconoscere in una poesia come questa la sua necessità. Se poi è qualcosa di più ancora e cioè un progetto che darà vita ad altri testi, ancora meglio; ma per l’ampiezza e vastità degli orizzonti che abbraccia, Lucy è un testo concluso in sé.
Allo stupore iniziale segue un viaggio vertiginoso nel tempo, che grazie al ritrovamento di reperti, al carbonio 14 e altre scoperte, ci permette di sapere qualcosa di più su dove visse Lucy e sul suo territorio. Il testo corre all’indietro come una spoletta che si avvolge e condensa in rapide immagini dalla forte capacità pittorica i momenti essenziali dell’evoluzione, fino al dato che solo a leggerlo ci lascia ammirati e commossi: 3 milioni di anni. A quel punto il testo di Rabissi si apre a un’ansa, necessaria come tirare il fiato prima di proseguire la corsa. Lucy era anche una canzone durante gli anni ’70. Il testo prosegue, tornando verso di noi: lei ora ha un territorio, la savana, ma specialmente la sua posizione è finalmente eretta, siamo vicini a un altro snodo che giunge con questi versi, ammirati e sgomenti:
Quanto ci vuole perché un salto di milioni/ di anni riveli il salto evolutivo di un dito/
divenuto opponibile capace di spezzare/ un ramo e usarlo come bastone?/
Profondità della storia, selezione naturale e lavoro s’intrecciano e ci portano a una nuova ansa del testo. Lo scorrere del tempo, ma anche la corsa fisica, il corpo stesso come strumento che strappa alla savana i suoi segreti, ci porta a una seconda reminiscenza degli ’70: Born to run si cantava allora negli States e la corsa sembra essere una costante del testo e il suo ritmo incalzante e mosso ce lo ricorda a ogni verso ed evoca proprio un paesaggio africano. Intanto Lucy si è avvicinata ancor di più a noi, nella sua migrazione verso est il territorio che percorre delimita uno spazio in cui i suoi antenati vivono ancora oggi: c’è di mezzo la Storia recita il testo e allude a quella che conosciamo anche dai suoi reperti scritti. Il viaggio del testo è quasi finito e nella sua circolarità, quanto più ci avviciniamo allo spazio dove vivono i discendenti di Lucy, i Doncali che abitano la depressione di Afar, dove il corpo fu ritrovato, tanto più quel ritrovamento ci rimanda indietro. La circolarità di questo spaziotempo diventa il perimetro sia della storia con la sua:
… eccedenza/ vitale inesauribile che spinge i più verso tutti/ i confini del pianeta, lascia indietro solo/ chi ha nostalgia e si dedica al restauro dei resti/
sia del testo. La conclusione ci riserva però un colpo d’ala. I resti di Lucy sono stati ritrovati e salvati, la nostra lontana progenitrice è riuscita ad arrivare fino a noi, il suo habitat scomparirà entro il millennio. Il testo lì si ferma con la precisione di un taglio netto. Mille anni cosa sono di fronte ai tremilioni di anni? Niente, ma sono sempre troppi e allora l’ultima parola è a quella natura che ci ha fatto il regalo di restituirci Lucy, ma che si riprenderà il suo habitat in quell’incessante mutare che la Storia non raggiunge.
Un’ultima notazione stilistica. Alla conferma del verso lungo, dal passo disteso che evoca la corsa di Lucy nello spaziotempo, fa da contrappunto la condensazione che si apre a squarci lirici, specialmente nella parte con inizia con il verso:
Il muco secreto ora ha quell’odore lì, …
a testimonianza del fatto che lo stile narrativo non è affatto ostile alla lirica, se mai ai lirismi ridondanti e inutili.
domenica 20 settembre 2020
LO SGUARDO LATERALE DI PHILIPPE DAVERIO
Di Franco Romanò
L’ultima
volta che mi capitò di assistere a una conferenza di Philippe Daverio, fu all’Ambasciata
italiana di Berlino, che ospitava insieme a lui l’artista Giorgio Milani.
L’occasione era solenne: l’anniversario del rogo dei libri, il 9 maggio del
1933. I due ospiti italiani erano stati invitati dai tedeschi. Daverio, nel suo
primo intervento, rimase nei binari di una presentazione che doveva trasmettere
un messaggio culturale e politico basato su tre cardini: i roghi di libri sono
sempre esistiti, la collaborazione fra Italia e Germania è un caposaldo dell’Unione
Europea, la memoria storica è un fattore decisivo. Nella replica finale,
seguita a inutili domande rituali e a qualche altro intervento formale, Daverio
alzò lo stile della comunicazione e i suoi contenuti. Mettendo alcuni opportuni
accenti sull’opera di Milani, che forse erano sfuggiti ai più, criticò il culto
agiografico della memoria, sottolineando la duplicità della grande arte, che,
nel dare una forma espressiva alle opere, finisce per abbellire anche l’orrore.
Il sottinteso era che Milani si collocava altrove. Infatti i suoi poetari e in particolare tre di loro e
cioè Poetario
di fine Gutemberg, la
torre di Gutemberg e Jesus poetaro crocefisso di fine millennio,
sono sculture costruite con vecchie
lettere di legno che, inchiostrate, servivano poi alla stampa. Opere scabre,
con le quali Milani conserva il calco, l’impronta, non tanto il libro in sé,
visto che l’epoca in cui siamo è post gutemberghiana e inflazionistica per il
numero di troppi libri inutili che giacciono nei magazzini delle case editrici:
quella di Milani, invece, è la conservazione di una matrice dall’inflazione del
culto della memoria. Quella presentazione e anche la scelta di Milani, artista
assai noto in Germania, mi sembrava incarnare molto bene la capacità di Daverio
di avere sempre uno sguardo laterale, un pensiero decentrato. Questa particolarità
gli veniva dall’essere un uomo del ’68, che possedeva già in quegli anni, tutta
la vastità di una cultura borghese ereditata dalla famiglia e dal suo milieu
sociale, cultura cui non rinunciava - e
quanto piacevole era fin da allora discutere con lui – ma di cui conosceva anche
i limiti. La critica di massa sessantottina gli permise, non di rinnegare, ma
di guardare a quel patrimonio in modo diverso, setacciandolo. È quello che ha
fatto nelle sue trasmissioni – Passepartout
prima di tutto – ma anche in altre conferenze più politiche: ne ricordo una
sulla Cina, forse reperibile nell’archivio rai, quando nessuno capiva quale
ruolo avrebbe avuto nel giro di pochi anni. Il suo non è mai stato uno sguardo specialistico
da storico dell’arte, che cataloga e conserva, quanto piuttosto da
intellettuale di massa di tipo nuovo, che sapeva scegliere e mettere in evidenza,
spesso con ironia e leggerezza, mai in senso storicistico e tale atteggiamento
chiama in causa ancora una volta la critica al culto memoriale astratto, anch’esso
inflazionato e sempre più controproducente. Anche per questo, certi paragoni a
ridosso della sua scomparsa mi sono sembrati paradossali, specialmente quando
pensavano di rimproverargli quello che non ha mai voluto essere. Personaggi
come Federico Zeri o Carlo Giulio Argan appartengono a un altro mondo della
critica d’arte, precedente, un mondo però che ha fatto in fin dei conti della
separatezza dalla cultura di massa la propria cifra. Si tratta di una scelta
più che legittima, ma molto accademica e iper specialistica. Daverio si è mosso
a valle di una critica di massa della cultura che richiedeva capacità
trasversali, approccio da competenze disciplinari diverse, saper collegare
fenomeni fra loro apparentemente lontani, ma anche l’ironica propensione a
ridimensionare apparenti autorevolezze. Tutto questo, in definitiva, appartiene
al meglio della cultura del ’68.
giovedì 6 febbraio 2020
“Un'epica gentile” un modo nuovo di guardare all’epica, di Gabriella Galzio
altri percorsi di analisi. E' frutto di un suo lavoro in corso ed è stato oggetto di lettura e discussione nell'ultima giornata del suo salotto letterario. Ringraziamo l'autrice e invitiamo lettori e lettrici a intervenire con i loro commenti.
Un’ultima annotazione riguarda la seguente affermazione di Romanò quando dice che nella seconda parte del poemetto “Il metro gira intorno al doppio settenario, seppure con movimenti interni ad allungare”. Francamente fatico a concordare con questa affermazione, essendo i pochi e tra loro slegati doppi settenari - (2 su 16) nella strofe presa in esame e (5 su 181) sparsi complessivamente nel testo - di natura troppo casuale per essere riconosciuti come cardini strutturanti un movimento. Quasi che il respiro dei versi di Rabissi aspirasse a un’altra ampiezza, a un’altra libertà…del resto, se il doppio settenario sarà la sua misura, sarà lui stesso a forgiarla.
Riassumendo, nel testo di Rabissi riscontro piuttosto una versificazione libera, di ampio respiro ma irregolare, con frequenti spezzature e cesure del verso in emistichi (che ricordano Pavese, il cui verso però è regolare) e componenti ritmiche ricorrenti – proprie (come rilevavo prima) del registro epico classico - che conferiscono un andamento disteso e meditativo, favorendo la discorsività con tono pacato e talvolta grave nel narrare le vicende travagliate del mondo contemporaneo.
Quanto al poemetto Il ritorno, la struttura metrica di riferimento è endecasillabica, dove agli endecasillabi si alternano metri anch’essi dispari e dunque dinamici, quali novenari e settenari. Ciò che rende epica la versificazione sono i frequenti attacchi anapestici che imprimono un andamento narrativo disteso. In particolare vorrei segnalare una sestina, interessante per la sua figurazione circolare, in cui la metrica dell’ultimo verso ripete la struttura del primo verso: “Quando fui pronto|| me li vidi accanto/…/ prima che il freddo ||ti travolga e il peso.” In entrambi i versi, endecasillabici, abbiamo la presenza di due emistichi, il primo dattilico e il secondo anapestico, specchiati (come già abbiamo riscontrato in Rabissi).
non avrò tentennamenti, infingimenti
sarò la lotta libera, il campo incendiato
la frusta del grano nell'oro delle tempie
sarò un pensiero limpido, urgente
un tamburo battente sulla piana
sarò donne che scendono in scenario aperto
donne che avanzano sorgono frontali
sarò guerra per guerra scatto in combattimento
profondità di quinte, teatro naturale»
Pronto a ritrarsi, d’erba, giù per il folto ventre
D’ossa e radici, intrico, soffice d’ocra e sangue
Passi di terra e oro incedere verso un trono”
verticale e fra uguali (anapestico)
porta a un incedere di perle e fango (dattilico)
intere popolazioni ai loro templi…”
discende l’assolato versante dell’aria…” (anapestico)
Insomma ciò che fa la differenza è la musica.



