venerdì 19 febbraio 2021

La vertigine del tempo. Lettura di Franco Romanò del poemetto Lucy, reperto A.L. 288-1 di Paolo Rabissi

 

Eritrea, la depressione di Afar, Dancalia

 


Lucy, reperto A.L. 288-1                                                  (a Adriana)

 
ecco che maneggiare millenni diventa

addirittura possibile, lo scrittore di versi

si sente a casa quando la parola che usa

è senza dubbi la più vicina al senso,

allora la verità non è davvero solo

la somma degli anni, in certi casi rischia

di folgorare, l’attenzione si raddoppia se lo scarto

col presente diviene da secolare millenario,

qualcuno azzarda lemmi poco collaudati se

si tratta di milioni di anni. La vertigine

ora può farsi smarrimento il computo oltremodo

estendendosi di anni, bastano pochi reperti

catalogati e conservati e ti ritrovi compagno

per strade non visibili

per paesaggi che la Storia non raggiunge.

 

 

A volerlo riconoscere il territorio di Lucy

una mappa non basterebbe nemmeno

per le più abili scritture dello spazio,

ma qui è in gioco il multitempo esteso simultaneo

tra qui e allora, il reperto recita A.L.

288-1 tremilioni di anni

o poco più, Lucy nome cantato nei settanta

cammina già eretta ma con le braccia ciondoloni

afferra il ramo, ci vive sicura ci dorme più sicura.

Ecco il paesaggio si aggiusta in presenza e la mappa

si fa trasparente di secoli, giorni, ore.

 

Il muco secreto ora ha quell’odore lì,

anche rami e foglie hanno l’odore grosso, la lingua

salata, l’occhio allucinato. Verranno

in molti, fa senso montare sul ramo più alto

nell’intrico più aggrovigliato arriverà

il più agile e veloce, trapasserà il suo seme

a balzi di secoli e millenni, un mucchietto di enzimi,

di geni trascritti in sequenze speciali.

Quanto ci vuole perché un salto di milioni

di anni riveli il salto evolutivo di un dito

divenuto opponibile capace di spezzare

un ramo e usarlo come bastone?

 

Lucy disarma solo al mattino quando raschia

la terra in cerca di radici, nel giorno affocato

di luce l’intrico più alto dei rami è ancora

rifugio, il chiarore notturno svela libere erbe

alte della savana sonora e senza orizzonti.

L’occhio di Lucy perfora millenni, salda ovunque

le mani al vuoto e al pieno, scende la costa

di altipiani sollevatisi un tempo come spalle

di gigante coi piedi infuocati nel magma,

barriere naturali per un pianoro infinito di erbe

macchie cespugli, l’umido si scioglie, il clima

più secco fa arretrare la foresta. Si fa il territorio

ospitale e Lucy e i suoi simili, a ridosso di strisce

magnetiche nella depressione di Afar, affrontano

la savana e allenano posture erette in difesa.

 

Born to run, come in quegli stessi settanta

cantavano in America, la migrazione iniziò

verso Est, un’espressione di fede non più

solo verso la natura, c’è ormai di mezzo la Storia

la pietra scheggiata il prolungamento degli arti

la manutenzione del fuoco, tutto per una eccedenza

vitale inesauribile che spinge i più verso tutti

i confini del pianeta, lascia indietro solo

chi ha nostalgia e si dedica al restauro dei resti.

 

Quelli rimasti oggi li chiamano Dancali.

La loro figura è snella e i lineamenti

molto fini. Allevano cammelli e vendono

il sale abbondante di antichi laghi costieri

evaporati. Le piccole capanne ricoprono

di rami e stuoie, le fanno annidate intorno

a caverne naturali, nelle regioni costiere

costruiscono ricoveri a forma cilindrica

con pietre sovrapposte a secco.

Qualcuno potrebbe pensare che la natura

voglia imporre le sue ragioni alla Storia,

vulcani e terremoti sono sempre più frequenti

deformano di continuo la depressione di Afar

dove stavano i resti di Lucy.

La roccia vulcanica fragile cede e il pianoro

si abbassa lentamente, silenzioso penetra l’oceano. 

L’inabissamento dell’intero territorio è previsto

entro il  millennio.

***

LA VERTIGINE DEL TEMPO

Di Franco Romanò

La scoperta dei resti di Lucy fu un evento antropologico, ma ritrovarla in un testo poetico sorprende piacevolmente perché è ancora  poca la poesia contemporanea che si compromette con le scoperte scientifiche e la storia profonda. Il testo di Rabissi si apre con alcuni versi di felice stupore e tremore:

ecco che maneggiare millenni diventa/ addirittura possibile, lo scrittore di versi/ si sente a casa quando la parola che usa/ è senza dubbi la più vicina al senso,/ allora la verità non è davvero solo/ la somma degli anni, in certi casi rischia/ di folgorare, l’attenzione si raddoppia se lo scarto/ col presente diviene da secolare millenario, …

Maneggiare i millenni fa tremare, è vero, ma proprio i tempi così aspri che stiamo vivendo ci offrono riflessioni al cui centro sta una parola che solo pochi anni fa non esisteva: Antropocene. Per questo la sensazione, alla prima lettura del testo, è riconoscere in una poesia come questa la sua necessità. Se poi è qualcosa di più ancora e cioè un progetto che darà vita ad altri testi, ancora meglio; ma per l’ampiezza e vastità degli orizzonti che abbraccia, Lucy è un testo concluso in sé.  

Allo stupore iniziale segue un viaggio vertiginoso nel tempo, che grazie al ritrovamento di reperti, al carbonio 14 e altre scoperte, ci permette di sapere qualcosa di più su dove visse Lucy e sul suo territorio. Il testo corre all’indietro come una spoletta che si avvolge e condensa in rapide immagini dalla forte capacità pittorica i momenti essenziali dell’evoluzione, fino al dato che solo a leggerlo ci lascia ammirati e commossi: 3 milioni di anni. A quel punto il testo di Rabissi si apre a un’ansa, necessaria come tirare il fiato prima di proseguire la corsa. Lucy era anche una canzone durante gli anni ’70. Il testo prosegue, tornando verso di noi: lei ora ha un territorio, la savana, ma specialmente la sua posizione è finalmente eretta, siamo vicini a un altro snodo che giunge con questi versi, ammirati e sgomenti:

Quanto ci vuole perché un salto di milioni/ di anni riveli il salto evolutivo di un dito/
divenuto opponibile capace di spezzare/ un ramo e usarlo come bastone?/

Profondità della storia, selezione naturale e lavoro s’intrecciano e ci portano a una nuova ansa del testo. Lo scorrere del tempo, ma anche la corsa fisica, il corpo stesso come strumento che strappa alla savana i suoi segreti, ci porta a una seconda reminiscenza degli ’70: Born to run si cantava allora negli States e la corsa sembra essere una costante del testo e il suo ritmo incalzante e mosso ce lo ricorda a ogni verso ed evoca proprio un paesaggio africano. Intanto Lucy si è avvicinata ancor di più a noi, nella sua migrazione verso est il territorio che percorre delimita uno spazio in cui i suoi antenati vivono ancora oggi: c’è di mezzo la Storia recita il testo e allude a quella che conosciamo anche dai suoi reperti scritti. Il viaggio del testo è quasi finito e nella sua circolarità, quanto più ci avviciniamo allo spazio dove vivono i discendenti di Lucy, i Doncali che abitano la depressione di Afar, dove il corpo fu ritrovato, tanto più quel ritrovamento ci rimanda indietro. La circolarità di questo spaziotempo diventa il perimetro sia della storia con la sua:

 … eccedenza/ vitale inesauribile che spinge i più verso tutti/ i confini del pianeta, lascia indietro solo/ chi ha nostalgia e si dedica al restauro dei resti/

sia del testo. La conclusione ci riserva però un colpo d’ala. I resti di Lucy sono stati ritrovati e salvati, la nostra lontana progenitrice è riuscita ad arrivare fino a noi, il suo habitat scomparirà entro il millennio. Il testo lì si ferma con la precisione di un taglio netto. Mille anni cosa sono di fronte ai tremilioni di anni? Niente, ma sono sempre troppi e allora l’ultima parola è a quella natura che ci ha fatto il regalo di restituirci Lucy, ma che si riprenderà il suo habitat in quell’incessante mutare che la Storia non raggiunge.  

Un’ultima notazione stilistica. Alla conferma del verso lungo, dal passo disteso che evoca la corsa di Lucy nello spaziotempo,  fa da contrappunto la condensazione che si apre a squarci lirici, specialmente nella parte con inizia con il verso:

Il muco secreto ora ha quell’odore lì, …

a testimonianza del fatto che lo stile narrativo non è affatto ostile alla lirica, se mai ai lirismi ridondanti e inutili.


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