domenica 14 maggio 2017

Omaggio a Derek Walcott





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IN MEMORIA DI DEREK WALCOTT.

Derek Walcott ci ha lasciati, ma la sua generosità di autore e di uomo ci consegna una cornucopia di testi e di emozioni che non smetteranno di accompagnarci nel tempo; ma anche di lavoro critico da intraprendere. Quando creammo questo blog pensammo subito a lui come a un poeta imprescindibile e citavamo dall’introduzione di Andrea Molesini a Omeros questa frase:
“Molti hanno detto, senza tema di smentita, che i nostri tempi non sono adatti alla forma del poema epico. Poi un giorno è arrivato Derek Walcott...”
La ripetiamo oggi come omaggio e punto di partenza per un ulteriore approfondimento e riflessione, ponendoci un interrogativo: quale impresa notevole c’è al centro dell’opera del poeta caraibico? La domanda ci porta anche nel vivo di un dibattito contemporaneo e non storicistico sulla vitalità dell’epica come genere. Al centro della poetica di Walcott c’è un nucleo densissimo e lacerante da cui tutto si muove e si estende a macchia d’olio in diverse direzioni e rami collaterali: la natura sontuosa dei Caraibi come bellezza assoluta e silente da un lato, il dominio coloniale, che è però al tempo stesso il solo portatore di cultura, dall’altro. L’assenza di mediazione culturale rispetto a quella natura sontuosa dovette apparirgli come un inganno e la possibilità di abbandonarsi semplicemente ad essa un modo di scivolare dall’innocenza all’ingenuità. Peso e ricchezza della tradizione divennero così per lui i due volti di Giano, la lingua il terreno naturale di scontro: lingua anch’essa dei dominatori, sebbene il patois svolga un ruolo assai importante nella poesia di Walcott, nonostante le poche volte che vi compare. Naturalmente, ai suoi occhi, il rifiuto della tradizione, così di moda nel ‘900 occidentale, era un lusso che non poteva permettersi e questo ci riporta a noi stessi, perché Walcott, nel suo vertiginoso viaggio, ci restituisce anche un’immagine della nostra cultura, vista da un luogo remoto ma non periferico: con tale immagine, che ha molto da insegnarci, dovremo fare i conti in futuro.
A riprova di quanto affermato, proponiamo qui alcuni testi tratti da Prima Luce: la traduzione è di Andrea Molesini.
Da Il dono (The bounty):V.
Tutte queste onde crepitano dalla cultura dio Ovidio,/le sue sibilanti e consonanti; un metro universale/accumula queste firme come iscrizioni di alghe//che si seccano nel sole pungente,versi governati da mitra/e lauro, o ramoscello fiorito che svelto inghirlanda la fronte/(e spero che questo sistemi la questione//delle presenze). Nessuna anima fui mai inventata,eppure ogni presenza è trasparente; se l’incontrassi/(in camicia da notte, scalza, che canticchia alle secche),//dovrei definire La sua ombra un modello inventato/da un disegno greco-romano, colonne di ombre/proiettate dal Foro, prospettive augustee -/pioppi, colonnati di casuarine, la traforata luce dei mandorli/tratta dall’originale latino, nessuna foglia se non dell’ulivo?/ Problemi di intonazione al cospetto dello splendore serafico/…
Da Manet in Martinica.
La pianta del tek era rigida come gomma vicino alla grata/di ferro della veranda rosa al cui centro un’arcata/immetteva in un tenebroso salotto strapieno,con la solita nave/ a vele spiegate tra onde di legni, tra veli inamidati,/e introno, in dolenti foto ritoccate, una famiglia francese: /grandpa barbuto e grand-mère dalla crocchia nera,/cuscini con nappe, porcellane, souvenir come prosa/che avesse perso il suo bouquet, Lafcadio Hearn, il solito Flaubert,/ancora memoir di viaggio,un vaso giapponese, una rosa bianca,/di cera perenne. Il padrone di casa uscì per una telefonata./Provai una incommensurabile tristezza per le vele della nave,/per il silenzio stagnante delle cose,il muto passato che trasportano,/la fugace vista del porto di Fort de France oltre la grata/«Notre ame est un trois-mats cherchant son Icarie -»/Baudelaire dall’anima vagabonda. Tutto questo nella falsa metro polle/della Martinica. La ventola rimescolava una storia di Maupassant./Dov’era l’anima della casa? Qualche cliché per occhi carichi/ di bistro, per labbra come petali di buganvillea in Manet./  Sentivo che il salotto, finestre chiuse, voleva richiamare,/se possibile, Parigi; girai le spalle al muro e vidi,/vuoto di desiderio come sul muro il clipper nella cornice dorata,/accanto a rigide foglie di gomma nell’aria greve del pomeriggio,/sfilata dal suo piede di marmo, una rossa pianella di raso.
Da Egloghe italiane:I. a Iosif Brodskij
Sulla chiara strada per Roma,oltre Mantova,/c’erano canne di riso,e ho udito,nell’eccitazione del vento,/i cani bruni del latino ansimare a fianco dell’auto,/le loro ombre scivolare sul ciglio in levigata traduzione,/campi recintati di pioppi,caratteristiche fattorie in pietra,/sostantivi di un testo di scuola,virgiliani, oraziani,/frasi Ovidio ci superano in una macchia verde,/puntando verso prospettive di busti senza naso,/rovine bocche-aperte, e scoperchiarti corridoi,/di Cesari che per mantello ora hanno la polvere,/e la voce che fruscia fra le canne è la tua./Per ogni verso c’è un tempo e una stagione./Hai rinfrescato forme e strofe; questi ispidi campi mietuti/sono la tua barba che mi gratta le guance nel commiato,/iridi grigie per i tuoi capelli ciuffi di grano soffiati via./Dimmi che non sei svanito, che sei ancora in Italia./ Sì, molto calmo Dio. Calmo come i campi dissodati/della Lombardia, calmo come le scorie bianche di quella prigione/pagine cancellate da un regime. Anche se il paesaggio lenisce/l’esilio che hai condiviso con Ovidio, la poesia resta tradimento/ perché è verità. I tuoi pioppi fremono nel sole./

lunedì 30 gennaio 2017

Il dibattito continua

Pubblichiamo l'acuto e contundente contributo di Donato Di Stasi su Dario Fo e Bob Dylan. Il dibattito dunque continua e di questo siamo molto soddisfatti. I temi e i problemi posti da Di Stasi, oltretutto, rilanciano l'intera discussione nata ormai da qualche mese e sono un prezioso invito a continuare.



FAR SALTARE IL NOBEL CON LA DINAMITE DI NOBEL
A PROPOSITO DEI RICONOSCIMENTI A DARIO FO E BOB DYLAN

Davvero la Letteratura è un cadavere squisito, morta e sepolta sotto torrenziali cronache giornalistiche? Aveva ragione Karl Kraus (Gli ultimi giorni dell’umanità, 1922) a presagire che nei tempi a venire la figura profonda dell’intellettuale si sarebbe fatta scavalcare dalla figurina scialba e cocchiera degli imbrattacarte da rotocalco?
Certo è che ai giorni nostri i giornalisti notomizzano la realtà, mentre coloro che si reputano  letterati  non fanno che discettare del linguaggio, evocando sterili mondi di parole, chiuse in una logosfera autoreferenziale. Dal canto suo il pubblico ha smesso di leggere, si accontenta di sciacquare la coscienza con libercoli insulsi e sommamente inutili.
Risaliamo alle cause di questa catastrofe, senza scomodare antropologismi e sofismi alla moda: le prime avanguardie (1910-1930) come pure le seconde (1960-1970) hanno triturato e cancellato il patrimonio di un’intera civiltà scrittoria. Chi non ricorda i millanta peana elevati per la morte della poesia e del romanzo?
Che cosa resta? Leggo la Recherche  e mi sento un paleografo, un raschiatore di tavolette sumeriche, tanto la complessità dell’incedere proustiano sembra lontana anni-luce dal rapido e parattatico periodare degli odierni tramatori di storie. Nonostante questo disastro, il sottoscritto, insieme a chiunque voglia salire sul ring a testa bassa,  non rinuncia a picchiare forte su figure e concetti nuovi, per non darla vinta a chi ha ridotto l’accadimento letterario a un Golem sfaldato in polvere semantica irricomponibile.
Sto alla scrivania come alla consolle di un concerto rock (l’uscita magnifica appartiene a Deleuze), cerco l’esplosione di energia, la vita vera e non mi rassegno alla calma piatta dei social media.
Veniamo al punto, alla disputatio quodlibetalis, ingarbugliatasi in una vexata quaestio: due Nobel per la Letteratura conferiti a un teatrante e a un canzonettista. Fu vero scandalo?
Guardiamo di sbieco: Dario Fo (Mistero buffo in primis) con le sue pièces fonda un altro mondo, un universo festoso, radicalmente in contrasto con la seriosità del potere. Il riso non ufficiale di Rabelais e di Folengo irrompe nel lacrimatoio italo-europeo e spande una salutare e sedula anarchia. Fo porta l’esuberanza del nomade carro di Tespi, le parole impossibili da imbrigliare, una diversa modalità di offrire e condividere lo spazio scenico. Lo si può definire un autore/istrione radicalmente trasgressivo.
Bob Dylan si muove nella stessa direzione: vìola la linea di demarcazione tracciata fra folk song e poesia. Raccoglie l’eredità duplex dei metafisici inglesi e dei maudits francesi, riversandoli negli angusti confini della canzone di protesta. Dylan scrive molto e armonizza senza originalità i versi con cui sono cresciute intere generazioni, segnandole con la sua disturbante voce adenoidea e con una scrittura visionaria e fiammante.
In sostanza due non-letterati, due artisti controcorrente, antagonistici, ciascuno a suo modo, ma allora a che pro accettare la mela avvelenata del Nobel per la Letteratura, perniciosa manovra di annacquamento e di accademizzazione della loro protesta recitata e cantata?
Il problema non è se è giusto o sbagliato assegnare il Nobel a Fo e a Dylan, quanto stupirsi del fatto che l’abbiano accettato.
Il sistema, si sa, ingloba e fagocita. Furbi  i parruconi di Stoccolma a indicare due outsider.  Tre  piccioni con una fava: 1) ufficializzare la morte della Letteratura, premiando due non letterati; 2) cancellare con un colpo di spugna quel minimo di cultura alternativa che ancora circola nelle arterie vetrificate di questa società-acquario; 3) stabilire una sordida  e acritica equivalenza di cultura alta e bassa, cultura di massa e cultura della massa in omaggio al dettato postmoderno del “tutto fa brodo”.
Il punto non è il Nobel a Fo e a Dylan. Diventa dirimente il fatto che su quel premio dovevano sputarci sopra, mantenendo un minimo di coerenza con il proprio passato.
No ai premi e ai trenta denari del servilismo. No alla società dello spettacolo. No ai pinguini impomatati che vanno a cingersi di alloro con i dis-valori che dovrebbero combattere. Si al lavoro duro, sottotraccia, degli anacoreti, sobri e misurati, che credono ancora nella possibilità di rizollare il deserto.





venerdì 16 dicembre 2016

Su Fo e Dylan il dibattito continua: Paolo Borzi

Pubblichiamo un'ampia riflessione di Paolo Borzi, su Dario Fo e Bob Dylan.




Si potrebbe un po’ paradossalmente sottilizzare su un Grammelot di Dylan e su un carisma dylaniano di Fo. Il primo caso riguarda un uso e un cantare scolpito di termini spesso stranianti, di difficile interpretazione immediata (cioè l’opposto del Grammelot di Fo, sbiascicato in cui capisci tutto), ma con grande nitore  d’appeal poetico… ecco, nitore d’appeal poetico in Dylan, la sensazione di avere a che fare con una forza della  poeticità prima che con un individuo dotato di poeticità; sensazione talmente violenta da invadere chi ascoltava senza capire nulla dei testi, anche a causa di elementare ignoranza linguistica… cosa scontata  col Pop internazionale o col  Rock più o meno progressivo; assai di meno con  un declamato non esattamente melodico e latino su chitarra e armonica, come era specie nei primi tempi: una capacità “naturale” anche a-semantica e trans-semantica tale da giustificare a monte quanto di esaltante è stato proferito su quest’uomo, compreso il giudizio che l’ha portato al Nobel. Una simile  personificazione riguarda Fo rispetto il teatro. Era un Guitto, sì, ma di una grandezza sconvolgente. La caratura intellettuale era onesta, vivacizzata dalla indomita curiosità, solida e purificata dalla concretezza della pratica teatrale. Per entrambi il Cristianesimo fu una ossessione, un amore intrigato e smodato, da presupposti ebraici l’uno e materialistici l’altro.  Due personificazioni della rispettiva disciplina e notevoli intellettuali-ponte tra cultura popolare, critica laica e suggestione spirituale: tanto per cominciare a snocciolare qualche prima affinità.

Fo non fu mai “rinato” ma nel rapporto col Cristianesimo trovo notevole (più della dissacrazione dei Vangeli, che ai tempi della massima diffusione recitata sul campo di “Mistero” era faccenda assai manovrata, da parecchi e tutti ben lontani dalla grazia e dalle profondità Pasoliniane) la sua valorizzazione non tanto in chiave moderna, quanto in quella di fondamentale apporto alla Modernità. Per un intellettuale della nostra area non è cosa da poco evitare di fermarsi ad antitesi consuete e definitive sul ruolo della Religione in genere. In modo diverso rispetto a Pasolini (che nella fase “luterana” può forse essere accostato proprio a Dylan, per una specie di dualismo esaltato e quasi misteriosofico), Fo era colpito (come almeno ho ritenuto ascoltandolo) da quell’incontro-identificazione tra Logos e Amor, che in effetti innestò, nel passo tra l’alto e il basso medioevo (passo fondamentale anche per l’epicanuova, come analizzato sempre in questa sede), i primi semi del Diritto di Natura (Ius Naturae) come diritto universale umano, e quindi anche delle politiche civili e sociali nei secoli a venire. Questa valutazione del maturo Fo, che ho tradotta secondo il senso che ne ho colto, è tanto più notevole perché riferita a una linea “classica” del pensiero, e non, come più facile e scontato, al mondo eresiale o para eresiale, di cui egli conosceva e celebrava benissimo e moltissimo il peso politico. Sottolineo questo aspetto perché illumina ulteriormente sulla cristallina vivacità e onestà intellettuale di questo grande personaggio, e perché personalmente non conosco un autore che sia (stato) grandissimo, senza aver operato  una sintesi non solo formale, ma anche generalmente morale e pedagogica con elementi sapienziali della Tradizione (o viceversa, se si parte da questi ultimi per apportare una rilevante integrazione critica). I nomi, e le inevitabili costatazioni, ognuno può farseli da solo.

A proposito di Pasolini, devo accennare all’influenza enorme subitane già da ragazzo, in relazione proprio all’impatto con un Mistero Buffo gustato dal vivo, presso un Tenda Strisce capitolino, qualche anno dopo la sciagura dell’Idroscalo. Io posso affermare in tutta verità che avrei conosciuto personalmente Pasolini entro pochi giorni o al massimo settimane dalla data che poi è stata quella della sua morte, alla vigilia-per dare l’idea-del mio sedicesimo compleanno. All’epoca frequentavo molto, da amico e curioso, il gruppo di Franzoni a viale Ostiense, nel periodo in cui Pasolini invitava pubblicamente e affettuosamente l’ex Abate a farsi luterano; e frequentavo molto pure il cineforum di quel gruppo, essendo addirittura“attore”di filmografia sperimentale in super8, appannaggio di amici che quel cineforum gestivano direttamente, interpellandomi anche (ma erano intorno i venti loro, e ai quindici io). Non ricordo visite di Pasolini alla Comunità-franzoniana-di Base (che era oltretutto a poche decine di metri da “il Biondo Tevere” intendendo il ristorante della sua cena ultima) nei periodi precedenti; ma so che avemmo Paolo Taviani ed aspettavamo  Lui.

Nei successivi anni liceali divenni un pasoliniano fanatico e quasi claustrale, in lutto permanente per quella scomparsa atroce sopravvenuta a un passo dall’incontro. La mia formazione era totalmente infarcita del trinomio cinema-poesia-narrativa, con un gap gravissimo proprio verso il teatro “teatrante”, che ancora in parte mi porto dietro. Sbirciai in quel Tenda Strisce con l’atteggiamento di chi assiste a uno spettacolo “chic di massa” lontano da qualsiasi affinità personale, e nella lunga sequela tra gli “arcangeli poliziotteschi” e i monologhi seri e straziati della grandissima Franca (ricordiamo anche Lei) fui più volte sul punto di andarmene. Trovai molti di quegli sberleffi assai “alla moda”, ma ero io il cretino che si sentiva l’alternativo degli alternativi, solo appena giustificato dai precedenti descritti, che mi imponevano quasi di sentirmi a disagio. La mia è una autocritica sincera, per quel poco che possa interessare. Non si può comunque tacere il fatto che a Fo molto fu tolto ma anche dato, pur prescindendo dal giusto Nobel; e così non è stato per autori e intellettuali italiani altrettanto grandi e finiti nel quasi totale dimenticatoio. Certo, la pratica teatrale da una parte esclude (per colpa di una elitaria e malintesa letteralità letteraria) e dall’altra aiuta (per l’apporto di pubblico concreto); e molto la teoresi e la prassi di Fo aiutarono me, in modo tanto clamoroso proprio in virtù d’un contrasto tanto sfavorevole come quello nella mia seconda adolescenza. Se ho infarcito tutti i miei volumi di locandine coi personaggi e di brani fortemente  teatralizzabili, lo devo tutto o quasi a quella esperienza, che mi ha portato decenni dopo a parlare di Fo come un Maestro (quale ovviamente era, ma non così scontatamente in una storia come la mia) dentro una nota di antropologia letteraria, a me molto cara e importante (su “lo Psiconte”), in coda alla mia Materia di Britannia. E’ una testimonianza piccola e forse troppo intima, ma è quella che posso fornire, a pieno personale tributo alla caratura del nostro ultimo Premio Nobel alla Letteratura.

Il Nobel in questi due casi, immaginandoli come contemporanei ed è facile per le note fatali sincronie, è come sia stato conferito a una essenza che è anche un principio di forma, che connette in profondità  commedia dell’arte, teatro epico moderno ed epica-e lirica- canora e folklorica. Approvo quanto dice Romanò sulle “marginalità centrali” dei generi in questione (teatro “teatrante”  e canzone d’autore, da intendersi  come “sconfinamenti terapeutici” di andazzi oppostamente malati di troppa o punta intellettualità), ma quanto mi piace cogliere riguarda una intenzione nascosta che premierebbe, come differenziale squisitamente letterario, la personalità artistica e dunque quasi una specie di nuova (virgolette moltiplicabili a piacere) “aura” posta al servizio della cultura popolare. Non so se nelle intenzioni dei Giudici svedesi ci siano state tutte queste intenzioni nascoste, e comunque non credo volessero dare dignità a dei generi che non ne hanno il bisogno (già di loro gaudentissimi quando trovano il loro pubblico), quanto forse alludere a una vivificazione generale attraverso l’incorporazione di fattori periferici che in realtà non sono tali, come una vocazione“d’arte”certa e universalmente o quasi accertata, e per l’appunto una sensibilità trasversale e fertile tra critica e humus, capace di innalzare la cosiddetta semi-cultura (meticcia se non a ribasso, itinerante e bottegaia) per rigenerare la cultura tout court, spesso auto telica-referenziale, fino a finalmente collimarvi.



martedì 22 novembre 2016

Colti e Semicolti



COLTI e SEMICOLTI.

di Franco Romanò

Rispondo sia a Ennio Abate sia a Paolo Rabissi, contento prima di tutto che il dibattito decolli. Ad Abate, come premessa e prima di affrontare le due argomentazioni forti del suo scritto, dico che la mia contrapposizione fra le due tradizioni letterarie italiane (ma ce ne sono più di due) era poco più di una ritorsione retorica e polemica a certe argomentazioni comparse qui e là su giornali e in rete, di cui normalmente non mi occupo ma che in questo caso mi sembrava utile riprendere. Le tradizioni, comunque, hanno la loro importanza, sebbene quello che è più interessante per me è proprio dove esse s’incontrano e si scambiano registri e sollecitazioni. C’è un Dante espressionista ante litteram che ha influenzato assai Pietro Aretino e anche il ‘900, per esempio, anche se rimangono distinte le loro appartenenze. Fra l’altro, proprio la modernità è stata il terreno su cui colto e popolare, folklore e cultura alta si sono mescolate. In questa contaminazione si fa strada quello che entrambi avete chiamata un’area semicolta che è anche per me quella cui bisogna guardare, sia per appartenenza, sia perché mi domando dove sia quella colta colta.
La cultura di massa, proprio per la sua inevitabile natura pervasiva e anche divulgativa, ha avuto come effetto e contraltare di lungo periodo l’aumento dell’ignoranza relativa degli intellettuali che può assumere sia le forme della tuttologia (in questo senso le recenti performance di Recalcati un po’ ovunque sono un esempio tragicamente esilarante), oppure quella della superficialità da rotocalco. Un‘affermazione come: “In fondo Fo era solo un attore” dimenticandosi che un attore e capocomico era pure un certo William Shakespeare, è affermazione colta, semicolta o che cosa? In altre parole i Grandi Intellettuali di cui parlava Gramsci nei Quaderni e che potremmo accogliere come un altro modo di nominare la cultura più colta o alta, non esistono forse più o sono un retaggio di tipo squisitamente umanistico e non nel senso migliore del termine; nel caso delle scienze, poi, contano le èquipe, sia che appartengano alla cosiddetta Big Science sia che no.   
Fatta questa premessa vengo ai due argomenti forti di Abate quando afferma:    
     Non vedo, cioè,  né in Fo né in Dylan «la commistione fra popolare e colto» che tanto infastidirebbe i loro denigratori, che si sentono sacerdoti della Letteratura o della Poesia. Perché non li vedo *colti* ma semicolti. Mi spiego: Fo  recupera e usa nel suo teatro un tradizionale immaginario popolare letterario ma non ha mai mostrato di possedere la cultura industriale e marxista di un Brecht;  e Dylan valorizza la cultura di massa del tutto estraneo (e credo ignaro o indifferente) alla critica che ne fecero Benjamin e Adorno.
Parto dal merito e da Fo. Come Paolo Rabissi, ritengo che Mistero Buffo, la dissacrazione dei Vangeli e l’uso che fa degli Apocrifi, nel contesto culturale italiano, siano fortemente emancipatori. Inoltre, l’invenzione del  gramlot, questa lingua popolare, maccherònica, capace di mescolare arcaismi e dialetti, alla fine diventa una meta lingua teatrale di grande efficacia che può valere anche per contesti che vadano oltre il mondo contadino di cui parla Abate. A questo aggiungerei la sua capacità di fare incursioni nella storia (Joan Padan alla descoverta delle Americhe) e, ancor più, la capacità di aggredire in presa diretta certi eventi politici e trasformarli teatralmente: Morte accidentale di un anarchico. Mi convince di meno nei suoi monologhi su Agostino piuttosto che Caravaggio e altri. Non mancano nella sua opera, anche brevi ma efficaci incursioni nel mondo operaio anche se in questo caso il merito, sia nella scrittura dei testi, sia nella recitazione è di Franca Rame: mi riferisco ai monologhi e ai dialoghi di Parliamo di donne, anche se concordo sulla sua relativa lontananza dal mondo e dalla società industriale. Non credo, tuttavia, che gli fosse estraneo Brecht, penso piuttosto che la sua coerente adesione alla Commedia dell’Arte lo portasse a dare minore importanza ad altri elementi.
Il caso Dylan è del tutto diverso. Egli è certamente un intellettuale della musica, ma non credo vada molto oltre questo; tuttavia nei suoi testi ha avuto una capacità straordinaria di abbracciare molti mondi e attraversarli in presa diretta. Per quanto io sia molto spesso critico nei confronti dell’americanismo deteriore e modaiolo, bisogna anche stare attenti a non peccare di eurocentrismo: Gramsci, che io metto al vertice, Benjamin e Adorno sono certamente importanti per il nostro pensiero critico, facendo anche qualche distinguo, ma credo che siano poco rilevanti (se non il primo, ma maggiormente in America latina) nel contesto americano.
L’argomento finale di Abate e cioè la necessità di tenere conto della critica della cultura di massa lo condivido in pieno e quindi se ho dato nel mio scritto la sensazione di contrapporre cultura popolare e semicolta a cultura alta, correggo subito il tiro perché non è quello che penso. Condivido anche quello che Abate afferma nel commento ulteriore pubblicato quando si richiama anche alla sua esperienza di laboratorio Moltinpoesia. Partendo quindi dalla concordanza con quanto affermato, mi pongo se mai un interrogativo: come farlo in modo positivo in questo tempo di post modernismo dilagante? Quanto e in che cosa ci possono aiutare ancora Gramsci e gli autori citati anche da Abate nel farlo? Secondo me c’è una sola strada: guardare dappertutto ed entrare nel merito. La prima espressione va presa alla lettera, ma dentro una distinzione rispetto al post modernismo. Quest’ultimo non riconosce più alcuna differenza fra alto e basso, popolare e colto perché omologa tutto eliminando la categoria del giudizio critico. Guardare dappertutto non significa dunque che tutto è uguale a tutto, ma essere consapevoli che il valore di emancipazione di un‘opera o di un autore possono vivere in alto in basso e nel mezzo, per cui può anche capitare che persino lo Strega riesca a premiare un libro importante e bello come La scuola cattolica di Edoardo Albinati. Entrare nel merito, assumere la categoria del giudizio come responsabilità imprescindibile senza timori reverenziali e partendo sì dalla propria appartenenza di area, ma nel rifiuto delle gerarchie che, del resto, non si sa più da chi stabilite. Io penso che in questi anni alcuni di noi compreso Ennio Abate lo hanno fatto e lo stanno facendo, per cercare di uscire da quello che è per me l’aspetto più negativo del post modernismo (che io vedo proprio come raddoppiamento ideologico della fase neoliberista che stiamo vivendo) e cioè il suo indifferentismo e la sua falsa democraticità.          

lunedì 14 novembre 2016

Ennio Abate risponde sul Nobel a Bob Dylan

Caro Paolo, 
rispondo brevemente e schematicamente alla tua sollecitazione. Ho seguito tiepidamente la discussione sui giornali analizzata invece in modo abbastanza appassionato da Romanò. Non per snobismo, ma perché, pur riconoscendo lo «strappo» dell’Accademia svedese prima con Fo e ora con Dylan o sorridendo per il «livido silenzio di poeti, narratori e critici dell’establishment» o le loro «reazioni scomposte», a me pare che  la questione non stia nel  conflitto gerarchico tra generi (letteratura/teatro nel caso di Fo; poesia/canzone nel caso di Dylan). Secondo me, Romanò  prende troppo sul serio  questo conflitto (che per me è di superficie) e allo snobismo arrogante dei sedicenti  difensori della Letteratura o della Poesia contrappone l’altra tradizione o l’altro canone: quello di Aretino, Ruzante, la commedia dell’Arte, Goldoni, per dire che anch’essi essi « fanno parte della letteratura italiana» a pieno titolo, come Dante, Petrarca, etc. Come Fo ai nostri giorni. Oppure cerca di trovare quarti di nobiltà  per Dylan risalendo all’«epoca classica arcaica» quando « la poesia era sempre accompagnata dalla musica»;  o ricordando  che – dopotutto - « Dylan ha scritto anche poesie vere e proprie, cioè testi che non erano destinati a essere musicati ma a rimanere tali».  
Io  forse mi attardo solitario  ancora su  posizioni di ascendenza marxista e fortiniana, ma, indipendentemente dai generi (e quindi dalla loro apparente neutralità e  anche dalle gerarchie che persistono e vengono difese in certi ambienti accademici conservatori ed elitari), porrei un’altra (superata?)  questione: il valore critico verso la cultura oggi dominante (che si serve sempre – ricordiamocelo -  sia delle forme elitarie che di quelle di massa o ex-popolari) o il valore emancipativo di un’opera da quale autore viene oggi raggiunto? 
Se riteniamo che tale valore sia oggi rappresentato dall’opera di Fo o di Dylan, bene, li si premi. A me non scandalizza affatto che quel valore possa essere espresso nel genere del teatro o in quello della canzone (o della poesia/canzone). Questo valore mi preme accertare. Non mi importa se viene espresso nella forma artistica a cui io sono più addestrato o che per formazione padroneggio di più. 
A questo punto, però, devo dire le mie attuali  riserve – correggibili con un’analisi più approfondita, ammesso che trovassi il tempo per farla - nei confronti sia dell’opera di Fo, che conosco un po’, e  sia dell’opera di Dylan, di cui so pochissimo. Se il valore critico ed emancipativo dell’opera di Sartre mi era evidente, non altrettanto – sottolineo: questo vale soltanto per me -  lo è nel caso di Fo e Dylan. 
A me è sempre parso che il teatro di Fo recuperasse una tradizione popolare ma di un mondo arcaico e contadino, ma che il suo teatro non riuscisse  ad “attualizzarla” e a fare i conti con i rapporti di potere che contraddistinguono le società industriali (e ora  post-industriali). Le quali hanno demolito il popolo e l’hanno sostituito con le masse. Varrebbe per Fo la critica che Asor Rosa a suo tempo fece con «Scrittori e popolo» a certa letteratura. O quella che mosse Fortini al Pasolini invaghito del “popolo” delle borgate romane.  Quanto a Dylan, nella mia ignoranza, potrei anche ammettere, con Romanò, che interpreti « lo Zeitgeist, lo spirito dei tempi». A patto però che sia chiaro una cosa: si tratta dello “spirito della società di massa”.  Non vedo, cioè,  né in Fo né in Dylan «la commistione fra popolare e colto» che tanto infastidirebbe i loro denigratori, che si sentono sacerdoti della Letteratura o della Poesia. Perché non li vedo *colti* ma semicolti. Mi spiego: Fo  recupera e usa nel suo teatro un tradizionale immaginario popolare letterario ma non ha mai mostrato di possedere la cultura industriale e marxista di un Brecht;  e Dylan valorizza la cultura di massa del tutto estraneo (e credo ignaro o indifferente) alla critica che ne fecero Benjamin e Adorno.
Un caro saluto
 Ennio

Paolo Rabissi
Ti rispondo con qualche osservazione, Romanò, al quale ho inoltrato le tue note, ti risponde a breve, probabilmente direttamente nel blog.

 1) Valgano ‘solo per me’ anche le mie note, anche se forse ho qualche conoscenza in più dei due in questione. Entrambi per me hanno rappresentato con la loro opera migliore un valore di critica verso la cultura dominante (cioè in definitiva emancipativa). Senza scendere in particolari, rammento solo per Fo la dissacrazione dei Vangeli in un’Italia clericale e fascista e per Dylan la raffigurazione del salariato precario (Maggie’s farm). Per me sono stati ‘conti’ fatti con i poteri dominanti e la loro cultura predatoria, sul versante del mondo più contadino per Fo, su quello fordista per Dylan.

2) Sì, siamo sul versante della cultura di massa, cioè dei semicolti tra i quali mi ci metto perché questa è la mia origine e nonostante le tentazioni non sono mai diventato tuttocolto.
Voglio dire che la cultura di massa ha in sé abiezioni. Ma ne ha anche quella colta. Ognuno parli dal versante che gli è proprio. Chi s’interroga tra i colti è per me degno dello stesso rispetto di chi lo fa da semicolto. Ma se ogni tanto si premiano quest’ultimi il senso anche per me è quello di una resistenza, di una opposizione alle abiezioni invadenti della cultura di massa, di cui fanno parte quei sacerdoti esaltatori della cultura colta che hanno dimenticato le proprie origini e contro i quali Romanò dice cose sin troppo tiepide: sono loro che inquinano la cultura di massa che va aiutata a esprimersi in maniera semicolta, non cortigiana, un po’ bastarda poco adatta ai salotti e alle antologie.


Va da sé che se hai tempo e voglia tue repliche ci stanno benissimo.