domenica 21 agosto 2016

Lo sguardo sul mondo di una cassiera di supermercato, lo stupro subito da una donna: Lucianna Argentino ‘racconta’ in versi drammi del nostro quotidiano.

La poesia di Lucianna Argentino, spesso sospesa fra quotidianità inquieta e irruzioni nella storia, mette, al centro della sua ultima opera, Le stanze inquiete, il tema del lavoro. Lo sguardo è quello di una commessa di supermercato che, dal suo posto di cassiera, vede sfilare nel tempo davanti a sé una galleria di personaggi e mondi, specchio mutevole e spesso drammatico della nostra contemporaneità. Alla selezione tratta dall’opera facciamo seguito con un inedito che ha come protagonista una donna: la tragedia della violenza subita impone al poemetto un respiro narrativo e un tono dolente ed epico, suscettibili di aprire una nuova e felice stagione nel percorso dell’autrice.    







Lucianna Argentino, nata a Roma, ha pubblicato numerose raccolte di versi, tra le ultime ricordiamo L’ospite indocile (Passigli, 2012) e Abele (Progetto Cultura, 2015) e il presente Le stanze inquiete (La vita felice, 2016) da cui sono tratti i versi che seguono
                     


















Com’è il cielo oggi? Mi chiede Giuseppe,
un vecchio cieco che incontro al mattino andando al lavoro.
Spesso sono tentata di rispondergli che non lo so,
che me lo chiedo pure io com’è il cielo. Quel cielo che lui sente prossimo,
quel cielo che una granata gli ha frantumato.

*

Venuta fuori da un cespo di lattuga
la chiocciola con le antenne
saggia l’aria attorno poi si ritrae
nel suo fragile guscio.
Ne colgo la somiglianza con noi
nati retratti in gusci di ossa e carne
e una mano d’anima, della stessa essenza,
della stessa consistenza del mistero,
di supplice sostanza…
Penso mentre la depongo tra l’erba dell’aiuola.

*

Gli odori mi commuovono, mi raccontano vite
diversamente vissute. Stimolano le ciglia olfattive
calcano emozioni, sorprendono la memoria,
o nauseano l’amigdala ma sempre scavano nicchie di pietà.
Poi c’è Silvia che spruzza del deodorante
dopo che una barbona è passata alla sua cassa.

*

Pina un metro e cinquanta di acciacchi
mi dà monete dal calore buono
e un po’ rassegnato come il suo sguardo
velato di pianto nel raccontarmi che il marito,
malato da tempo, l’ha svegliata in piena notte
e le ha detto Pina, Alberto se ne va…
E se ne è andato, come ce ne andiamo tutti,
già distanti gli uni dagli altri
per certi invalicabili silenzi.

*

L’hanno buttato fuori il barbone,
indossava un lungo, lurido pastrano nero:
voleva una bottiglia di birra, ma loro erano i forti,
i puliti, quelli con il deodorante sotto le ascelle.
Erano loro quelli perbene, fratelli della signora bionda,
in pelliccia e grandi occhiali da sole
a cui non ha retto la vescica
quando l’hanno fermata per un controllo.

*

Mi fa trasparente,
mi fa il tasto zero di questa cassa,
l’uomo che paga e va via senza uno sguardo,
senza sapere che c’è un modo più vero
di stare nella vita. Lo sapeva Giulio,
quando mi donava mazzetti di margherite
legati con un filo d’erba, o Jaime che
mi lasciò una rosa rossa sulla cassa e scappò via.
Lo sa Eugenio che teme io possa fraintendere
le sue intenzioni quando mi offre un caffè
o Raffaele che mi portò un bicchiere di vino bianco
fingendo fosse tè. Ed è bellezza umana e fiori e caffè
sono aria, sono ossigeno,
sono la salvezza terrena dell’anima.

*

Sei piani e cinquecento sessanta passi
tra me e questo armadietto di grigio metallo
dove il camice attende il mio corpo
per farsi anima e generare foglietti
in gestazione di parole, nate per fame e per sazietà.
Negli occhi degli uomini il pane delle stelle
mi è parso buio e raffermo, i versi di Char
puntellano questa giornata che mi sta davanti
tutta intera, tutte in luce. Ma ecco
ora è questo l’ombra, questo stare nell’affanno del fiato,
nella me stessa di cui si spartiscono le vesti
cose adiacenti al nulla.

*

Clara ha sognato la figlia che le diceva
mamma ho freddo e lei, disperata,
avrebbe voluto aprire la sua tomba
e metterle un cappotto
come Lidia a cui il padre, morendo,
ha chiesto portami il sole.
È per questo che recitiamo preghiere
portiamo fiori, per non avere freddo
per non temere il buio
quando la morte ci fa sistemi
a complessità confusa.

*

A Mimì
Mimì era un uomo con lo sguardo di fiume
e dei fiumi aveva la sapienza
e stava come mai uscito dalla nascita,
rannicchiato in una bolla d’eterno.
Di stirpe extraterrena s’era perso nella vita
perché era gatto in quella precedente
e in questa - randagio senza randa
s’era trovato fatto uomo a sgusciare sogni
con rametti di rosmarino sotto il cuscino
perché almeno in sogno il vero s’avverasse.
(I soldi per il treno - a Napoli dalla vecchia madre
le fasce per le gambe tormentate,
la spesa a lui che quando sorrideva
perdeva anni e si faceva luce d’equinozio.)
Ma ero io la vera mendicante,
tu per necessità, io per troppo avere
chiedevo che qualcuno mi spogliasse
del troppo che mi faceva peso.
L’amore lo sapevi dall’assenza,
non di cosa stata e andata via,
ma come di avvento sempre rimandato.
Era quel buco, quella carezza muta
al centro della nostalgia,
quel desiderio confuso di poter mettere il cuore
nel cuore di un altro.
Per questo lasciavi che la tua anima di tufo
passasse sciolta in acqua di parole
nell’alveo di carta e inchiostro.
Ti saziava quel tuo parlarmi scritto
su vecchi fogli di quaderno.
Capitan Mimì, a volte, ti firmavi,
capitano di un pianeta dove era armonia,
era provvidenza e fede in un dio minuscolo
il cui regno stava tra le tue poche cose.
Un dio come un “sospeso” [1], un dio avanzato,
pregato per te da qualcun altro,
richiamato dall’altodeicieli da una preghiera ingenua.
E torno su di te per ridarti fiato
e un corpo meno stanco, due gambe nuove nuove
per proseguire qui tra noi il tuo cammino.
Tiro a me il tempo come fosse una tovaglia apparecchiata
e tutto si raduna sul bordo, in bilico,
pronta la mia memoria scorticata a tutto raccogliere e salvare
quanto non è stato consumato,
quanto non è avariato nella dispensa di ricordi.
E molto lo capisco adesso,
adesso è chiaro il tuo apparire dietro il parcheggio
e stare lì a guardarmi invaghito
non di quello che di me vedevi, sapevi,
ma di quello che di me ignoravi.
Lo so ora che sempre meno
somiglio a Eva Kant come fantasticavi tu.
(I fumetti e le riviste te li passava Sergio,
il giornalaio, e li leggevi in piedi,
poggiato alla transenna tra la fermata del 671 e l’edicola).
Lo capisco ora che ho rallentato il passo,
ora che si spolvera le mani sul mio viso il tempo.
E se non posso più chiederti perdono,
né tu puoi più accusarmi, perdono lo chiedo a me
per la mia assenza dalla stanza 25
e per averlo saputo da un cartello sulla ringhiera della metro,
da cui qualcuno ti ringraziava per il tuo sorriso,
per la tua presenza vivace e discreta.
E ti ringrazio anch’io, adesso, per il bene che sei stato.


[1] Quella del caffè sospeso è una tradizione dei bar di Napoli. Il cliente lascia un caffè pagato ‘sospeso’ per il povero che lo richieda.

*
Va via carica di buste piene la ragazza, bella, mora, formosa
(lavora in un’agenzia matrimoniale mi ha detto).
Potevi portarti un carrello per la spesa,
avresti faticato meno, le suggerisco
e lei sgranando i begli occhi scuri,
no, mi risponde, non è sexy!
Rimango muta e penso che nessun uomo
per la strada avrebbe notato il carrello,
mentre lei si allontana ancheggiando sui tacchi alti.

*

Sbadiglia ancora alle sette e quaranta via Appia
punzecchiata dai becchi dei piccioni,
uniche presenze prima dell’uomo,
in calzoncini corti e canottiera,
che da una panchina davanti al “Maestoso”
mi chiede qualche spiccio per le sigarette.
Quattordici agosto domenica.
Stringo cuore e denti
mentre le informazioni stradali
su esodo e controesodo
mi danno il buongiorno da sopra gli scaffali.

*

Mi tiene a bada la luce, l’elettroluminescenza del neon:
sempre la stessa intensità, senza sfumature o cedimenti.
Persino le ombre se ne stanno zitte zitte,
ben raccolte sotto i piedi delle cose.
E zitta zitta me ne sto a placare la me, dentro,
che preme e scalcia. Chiudo gli occhi, allora,
e la conduco tra le stanze della sua casa,
tra gli oggetti inanimati, immobili, in attesa nell’assenza.
Il quaderno sul tavolo, la penna, il ticchettio dell’orologio in cucina,
il copriletto rosa, la bambola di Arianna sul divano,
il cavallo a dondolo a riposo senza le spine di Damiano.
Le mostro il raggio di sole che a quest’ora
s’insinua tra le persiane accostate e lambisce la libreria…
E sento che piano s’acquieta, si calma, rinasce.

*

Era una consolazione per Gigi – lo scopettaro –
chiamarmi ogni tanto al telefono la sera,
a dire a parole quella solitudine
che gli galleggiava negli occhi durante il giorno
e pure se diceva le femmine so’ peggio delle donne
mi si offriva come sposo. Gigi in giro con l’apetta
a vendere scope, spazzoloni, secchi.
Gigi che mannaggia al core della gallina, rideva
senza denti, senza riso. Gigi magro, prosciugato dalla vita,
andato via senza commiato.

*

E in ultimo ci sono io,
esercitata al bene e alla pazienza,
io con la mia vita stretta stretta,
con i miei tanti nomi,
io che osservo assediata
da centinaia d’occhi,
che nella speranza allevo parole,
io con i miei pensieri frantumati,
mandati a capo come un cattiva poesia.
Qui ogni minuto che scorre ha un volto diverso,
una diversa cifra, grani di un immenso rosario:
ognuno con la sua muta preghiera
o la sua muta bestemmia,
che poi è lo stesso se crediamo
ci sia un dio ad ascoltare.


***

  Gestazione dell'addio

   a Valentina Cavalli*


“Impossibile pronunciarla
quella parola; ma forse
si poteva farla risuonare”
(Marguerite Duras)



Trovarla nella caduta perpendicolare
del sangue la parola giusta
che mi raschi dalla pelle tutto il male,
che mi scavi le ossa e mi faccia cava
per galleggiare almeno in quest'aria
che non riesco più a respirare.
Trovarla negli otto minuti di travaglio
della luce ora che sto come il cielo
dismesso dalle rondini,
la verità dimenticata dall'ombra,
le lenzuola sui davanzali, al mattino,
prostrate in un rigurgito di buio.
Trovarla la parola giusta e difficile
ora che il mondo è tutto e solo visibile,
la parola che è segreto e mistero di te ed io,
quella che dice l'amore,
quella che m'è rimasta dentro muta
perché non ho più un te
e nemmeno un io e sono metallo gelido
campana che suona
tamburo che rimbomba.

Non sanno che non è solo il corpo
che m' hanno profanato
ma tutta tutta intera la vita
che il corpo ricco di messi e bello lo sentivo
e adesso non è più mio e mi sta addosso
come guerra, come piazza di mercato
dopo un attentato.
Corpo estirpato, corpo incolto,
concesso alla mancanza
e se Dio esiste in me non sento più il suo alito
e sono polvere alla polvere già ritornata.

Orrore e scempio di me in quell'ora che eccedeva,
cadeva a capofitto nella colpa
di essere stata vittima per caso, per genere,
per la distrazione di un tempo rinnegato all'innocenza
quando forse quel giorno un segno c'era stato
ma non l'ho saputo interpretare,
né serbo nulla come se mai l'avessi vissuto
né fosse stata mai la vita,
prima.

C’è quella notte che era bella
e le stelle sì quelle le ricordo
anche se poi ho chiuso gli occhi
li ho chiusi forte troppo forte forse
perché è sceso fitto il nero
e m'è rimasto dentro, non è più andato via
e la terra s'è aperta e sono sprofondata.
Proserpina rapita e risputata
in un tempo tumefatto fatto arco di tenebre
sopra un vuoto sotto cui scorre
il nostro stare separati e contigui.
Negata alla cura e alla pietà
non so di me altro che questo io slegato
questo viso che non so più guardare.
Non mi sono mai saputa immaginare diversa,
altra da ciò che ero e ora non mi riconosco,
non l'ho saputo per questo non mi perdono
né perdono loro che perdono non me l'hanno chiesto!

Sei anni a fissare un silenzio ostile, avaro,
a guadare la mia anima per ritrovare l'asciutto di un pensiero
salvato dalla mareggiata che salvasse me.
Sei anni sepolta viva
tessendo l'unica veste possibile
per i miei fianchi sguarniti
se poco è ciò che posso indossare
se non sono riuscita a togliermeli di dosso
quelli che mi hanno disfatto il nome
fatto un nome sbagliato che a nulla mi chiama
e sto gravida di risposte inadeguate.
Sei anni saccheggiata a poco a poco
ogni attimo una formica
a portarsi via un pezzetto di me,
così ho dimenticato che fui bambina un tempo                                                                          
e dei bambini avevo il coraggio                                                                      
il vantaggio di non sapere com'è il mondo
ma ora disincarnata e senza incanto, consumata dalla nostalgia,
nella testa non sento altro che lo scrosciare
di un'acqua torbida,  goccia che scava il vuoto in me
- cuore del nulla -
a insidia di polsi e di caviglie
a resa di memoria e di ricordi.
Incredula è poco a dirsi
perché il cuore s'era preso tutto lo spazio
e le ossa scricchiolavano
era Adamo che si riprendeva la sua costola
e mi lasciava come piccola cosa increata.
Incredula sì, ma nelle narici mi saliva l'odore
del sudore e del fiato, l'odore acre
di sterpaglie bruciate sulle carni in fiamme
e mi intorpidiva, narcosi di vita livida
e senza più metafore a farne bello e alto il senso.

La nascita è distacco,
la vita un maldestro rammendo
ma questo nuovo strappo
con che lo posso ricucire?

Al mondo non c'è più una parola per me,
una parola il cui peso di consonanti e vocali
sia remo e timone per me e-stremata, tradita
gettata lontano e senza più racconti
attraverso cui raggiungermi
da quando le mie grida e il pianto hanno attraversato muti
quelli che mi violavano, mi derubavano,
saccheggiavano il mio ventre, deturpavano il mio volto,
si spartivano le vesti della mia anima.
Lì ho cominciato a morire,
lì è la mia vita ad essersi incagliata
estraneo scorrere senza durata
un fiume fermo s'è fatta e fermo è il sangue nelle vene.
Ne c'è più un luogo, né una strada che possa ridarmi il viaggio,
il passaggio verso tutto ciò che pulsa e può produrre gioia.
Come camera ardente il mio cuore in cui giace in solitudine la bellezza
poiché nulla è indipendente dalla percezione che ne abbiamo                                 
e quando è un insulto il nascere irredento di ogni giorno
e non più dono, grazia, persa è la lungimiranza,
la predizione dell'oroscopo una cosa terrena
senza la complicità delle stelle.

Non è bastata l'aria, né questo suono incessante nel petto
per me viva dentro stagioni sfuggite al predicato terrestre,
declinate nella fragilità degli alveari e
senza voce alcuna che non sia questa che dentro mi bastona.
Terra d'esilio il mio respiro umiliato,                                                                                                                                                        
orfani i miei occhi privati dell'amicizia del mondo,
sole le mie mani sottratte
dall'alleanza che lega il fiore e l'insetto,
nudi i miei piedi perduta la calzatura
per l'affiatamento con la terra.
Avevo un orizzonte prima, avevo una lingua
ora fatta paura e di nulla più misura
- gergo amaro che non m' accoglie al pieno senso delle cose
e dell'esistere sono persa ai sensi e alla ragione.

Lo dicono danno biologico, danno esistenziale
la mescolatura d'ossa, di muscoli
di bile e cartilagini, di tendini tagliati
pestati nel mortaio del mio cuore
caduto dalla tasca del tempo
ansima come qualcosa di ammutolito
che non torna a farsi suono, parola
ma batte nell'amen degli agnelli.

C'è stato un tempo in cui non invidiavo
agli uccelli il volo perché a quelli della mia specie,
pensavo, è dato un volo che non ha bisogno di ali
né ha approdi certi e per questo è tanto più prezioso
se per noi a volte il cielo scende a farsi terra
distante lo spazio necessario
per il libero compiersi del bene e del male
attraverso l'opera delle nostre mani
eppure incapaci di  scegliere da che parte stare
noi arresi alla mediocre fragilità del mezzo
- né buoni né cattivi.

Condannata a raccogliere ciò che non ho seminato,
patisco la migrazione della coscienza
da un punto all'altro del mio dolore,
sfuggo l'ordine prestabilito della natura                                                                  
come l'universo in fuga dall'origine.
Accuso la ripercussione del colpo,
la decomposizione della luce
dentro la pietra calcarea degli occhi.
Tutto, senza amore, si fa lontano
in dissolvenza, tutto è guerra e odora di finitudine.
Per questo non sono vile
se è da tanto che penso di restituirla
perché non so farmela nuova la vita,
perché non fa più per me né io per lei.
E' altro e altrove ciò che mi sottrae a questa pena
e non ha preghiera, né un dio da invocare.
Cupio dissolvi - partenza irregolare,
in restrizione di confine e di speranza,
in calo di sentimento e di stupore.
Complice la funzione complementare del male
scavo un varco nelle mura di questa prigione
con un cucchiaio sottratto alla mensa dei vivi,
palmo d'acciaio su cui navigo lontano dal mio futuro.
Oltrepasso il dubbio, raccolgo il tempo mietuto
stacco i piedi da terra e dondolo

                                       motum
                  pensilem
                                  amant                                                                            

al ritmo spezzato del fiato:                                                                              
altalena naviglio che conduce al cielo 
rito propizio al rinnovarmi altrove a nuova infanzia.
Culla, dondolio e ninna nanna al mio sonno d'addio
ai lombi tesi al balzo, alla spinta.
                                                                                                                       
Perdono chiedo a voi che m'avete amata
perdono! ma la mia anima lacerata più nulla trattiene
da tutto è trapassata - assolvetemi!                                                                                                                                                          
come io mi assolvo nella morte ch'è di tutti.                                                     
E perdono chiedo pure a questa corda                                                              
alle sue fibre vegetali strette strette
legate per legare, ne snaturo l'uso
me ne orno per slegarmi
ne faccio scandalo, inciampo nella mia fine
e non c'è riparo a questo né riparazione.


Segni fragili siamo, vulnerabili e per questo belli
chiamati alla bellezza, ma troppa è la carne da attraversare
grande il mistero di questa soglia opaca e poca la luce fraterna tra noi.
Così la mia morte sia un muricciolo di pietre bianche nelle cui fessure
piante e lucertole trovino riparo e le creature umane
un poco d'ombra e di ristoro e il vento ne faccia strumento
per un nuovo canto.


                                                                                                                                                                                                                                      







* Torino 12-7-2008. Si è impiccata a una porta in casa sei anni dopo lo stupro. Non era riuscita a dimenticare l'incubo. Valentina aveva 23 anni, quando una sera del mese di giugno del 2002 tre ragazzi italiani la violentarono davanti agli occhi del fidanzato nell'angolo buio di un parcheggio a Milano. Gli stupratori sono stati condannati in primo grado e in appello, ma non hanno scontato neppure un giorno di prigione, perché incensurati. Il terzo ragazzo, che quella sera era rimasto in auto a fare il palo, non è stato condannato.



                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            







giovedì 14 aprile 2016

Memoria e coralità nella poesia di Nino Iacovella

Presentiamo Nino Iacovella, una selezione delle poesie contenute nella raccolta Latitudini delle braccia che per noi diepicanuova ha assunto un significato importante per molti motivi, molti di essi sono contenuti nella prefazione di Alessandra Paganardi dalla quale riportiamo un passo decisivo della sua lettura dell’opera:

(…)“La poesia di Iacovella è civile soprattutto in quanto non si chiama fuori dalla Storia. Il potente verismo dell’autore non è mai asettico, un rischio corso invece dal verismo letterario tradizionale: Iacovella si assume per intero la responsabilità di un passato non scelto, spesso neppure vissuto, che nel bene e nel male preme nel suo sguardo quale inestinguibile eredità transgenerazionale. E’ il “passato che non passa”, il pegno heideggeriano dell’essere gettati lei mondo. È la serie di fotogrammi ideali che fermarono i gesti, le rinunce, i limiti da cui siamo stati forgiati, e che soltanto in apparenza sono andati perduti: come un’acqua corrente essi sono arrivati alla nostra generazione, e ancora scorrono verso le successive.
«Anche oggi sento i tonfi, / le risa dal quinto piano.» (pag. 76). I luoghi li custodiscono; un rabdomante particolare, il poeta, li dissotterra, spesso cogliendo il dolore nascosto di uno sguardo o di un’esitazione: «A volte torno quel bambino che piange / quando si spegne la luce, / e rivedo mia madre nel dubbio: / avrà fatto bene a non nascondermi la paura / a farmi vedere l’oscurità, il buco nero del corridoio / dove tutti sappiamo bene che il lupo / spalanca ancora le sue fauci» (pag. 119). Ogni cosa, proprio nella consegna del silenzio, trasuda memoria: le mura delle fucilazioni, i boschi delle trappole e delle fughe, un paese intero in ginocchio di fronte alla madre che passa reggendo il cadavere del figlio ucciso in guerra. Una scena corale :he neppure la Pietà michelangiolesca ha fermato nella pietra e che  il poeta può, anzi deve focalizzare: se  la scultura sorge idealmente già integrata dalla fruizione collettiva del pubblico, la poesia, all’opposto, nasce marchiata da un peccato originale d’intimismo, che la ricerca di Iacovella intenzionalmente taglia e supera. Così ti ho tenuto stretto lungo il percorso / sino alla porta di casa // senza dire una parola / senza alcun pianto // Avevo quasi perso l’uso delle braccia» (pag. 44). Il poeta, grazie al lungo esercizio di uno sguardo meta-individuale, può parlare all’unisono con i protagonisti di vicende anche molto remote, fino a immedesimarsi totalmente con loro (lo vediamo nei versi appena citati); oppure, come in molti altri testi di questa raccolta, può divenire parte in absentia di una coralità che, proprio come la memoria, passa e rimane.” (…) Alessandra Paganardi.



dalla sezione  La linea Gustav

Vorrei cambiare nome agli inverni
tenendo più stretto il ricordo del freddo
il gelo nelle dita dei soldati

Veder sparare ancora i tedeschi
a denti serrati dall’alto del muraglione
con occhi che spezzano a vivo
la coda inerme degli sfollati

E cercarvi lì, tra i vecchi a coprire le madri,
le madri come rifugi per sagome minute
(tra il seno e la spalla, insenature
come porti per piccole teste
spaurite nella burrasca)

Sul paese come un’ombra la linea Gustav,
tracciato d’inchiostro sulle rovine,
il confine tra chi si butta a terra
prima o dopo lo sparo

                      ***

Gli anni nascosti dietro la collina
ritrovati all’apice di un giorno:
adesso siamo il recinto di un giardino
dove nitido si scorge il filo spinato

A stringere questi nodi di memoria
è come mostrare il petto al nemico,
volersi ferire, rovesciando colori a terra,
far finta che non siano solo sangue

Con mani legate siamo in attesa
che si assesti di nuovo, colpo su colpo,
il battito sulla raffica

Del cuore rimane un proiettile irrisolto,
una traccia murale sfarinata.

Mentre la bocca è contro il muro
con la lingua si scioglie un sapore
di sabbia e calce viva che sa ancora
dell’attesa breve dei fucilati

                       ***

Nel momento della ritirata tra le lenzuola
con i corpi arrotolati che si sciolgono l’un l’altro
tra le pareti lisce, alte come barricate,
la finestra è un’incursione della notte
che
me ìe mostra la prospettiva d’assalto

Quando è il momento di chiudere la persiana
la rotazione del cardine mi dà ragione, sgrana
come i denti dell’obice puntato sulle nostre vite

Il sogno di mio padre è un’allerta:
fai scorte di viveri,
ti raggomitoli in posizione fetale

Come se un bombardamento finisse,
siamo stesi con le mani intrecciate
e le bocche a mordere il cuscino

Questa notte, se la mia presa sarà forte
più lunga di un abbraccio,
è perché ho sognato che ti tenevo a stento
mentre i colpi di mortaio sibilavano in aria

Vedevo l’ospedale da campo che si allontanava,
sembrava irraggiungibile: eri ferita come mio padre
e io non volevo lasciarvi morire

                               ***

Sotto il cielo dell’estate
tra i piani azzurri della città
è come se il mare fosse rovesciato
e avesse illuso con la brezza la litoranea

Ma basta poco per cambiare aria
minare al cuore la bonaccia

ricordare quel giorno del millenovecentoquarantatre
(letta così quella data, sincopata e tutta d’un fiato)
richiama nell’aria i colpi di mitraglia

Mi butto a peso morto sull’asfalto

Sulla testa sibilano come proiettili
le traiettorie di volo dei gabbiani

                            ***

Incursione aerea del ’43

Questa terra accorcia i respiri,
reclama i passi dei vivi a piedi nudi
come se non dovessero avere peso
per stare qui, calchi sull’erba
destinata a sfarsi

È il sottosuolo della lapide
dove crescono ancora radici
come braccia

Nell’eterno crollo del rifugio stanno i corpi
tra gli strati di memoria, rannicchiati come bulbi
che stentano a rinascere

Per questo siamo noi a sentire
il freddo del silenzio,
e baciamo il marmo con le dita
come per toccarvi

                           ***

Martiri del 6 ottobre

Abbiamo provato a chiudere gli occhi
di fronte alla lapide, abbracciato l’albero
per il tronco, come a voler sciogliere
la corda che ti sorreggeva morto
esposto nudo agli occhi della strada

E ora che qui non c’è più nessuno
ci facciamo coraggio per ricondurci al tuo corpo,
alla lama che scavò gli occhi e ti sventrò a vivo,
come da noi non si faceva nemmeno ai maiali

Rimaniamo arresi a un silenzio sconosciuto
ritracciando il percorso del dolore,
nella città che insorse a mani nude
pur di venire a liberarti

                                ***

Martiri del 6 Ottobre

Sai che non riesco a vedere il silenzio,
a testa china di una città che ci fa strada,
che ci vede insieme io e te
Enzo, mio figlio che torna per sempre
tra le braccia della madre

Cosi ti ho tenuto stretto lungo il percorso
sino alla porta di casa

senza dire una parola
senza alcun pianto

Avevo quasi perso l’uso delle braccia        

                         ***
                                                       Come sassi lanciati sull‘acqua                                                          
 che affondano dopo breve corsa 
  le figure si allontanavano
svanivano nell‘aria trasparente
GIAMPIERO NERI

Linea Gustav

Dai primi passi nei vicoli, dalla nuda pietra
presagivamo la veduta: la montagna, la strada,
prima ancora della luce

Cosi era l’alba del Lunedì di Pasqua,
con le nostre madri rimaste in un’attesa
chiusa all’altezza dello stomaco, come se noi
davvero fossimo stati capaci di partire

Quel giorno erano così belle le nostre ragazze
nei loro jeans attillati, e non bastava la bellezza
dell’orgoglio per desiderarle,
loro avrebbero già scelto con chi stare,
mentre noi ragazzi dentro buste di plastica
avevamo già più vino che pane

Prima di Bocca di Valle tagliammo la strada 
sotto i piedi una terra che giaceva
come se un percorso stesse per rinascere

Arrivati alla Cascata qualcuno prese coraggio,
immerse il corpo nel freddo dell’acqua
mentre dal bordo sentimmo così vere le sue ossa
il tratto dolente dei denti serrati

All’addiaccio abbiamo diviso le cose da mangiare,
le sigarette, il vino ancora caldo dalla fatica
l’abbiamo bevuto come fossimo stati
oltre la cima degli alberi

Poi nei pressi del piccolo lago scorgemmo
la pace delle rane
lì dove buttammo le pietre
per vederle saltare dall’acqua:
come sprofonda a volte il masso senza colpire
altre volte c’è il sangue che torna a galla,  
e a chiudere gli occhi non puoi
che immaginare lo scempio,
mentre a riaprirli è come sperare
che tra le proprie mani non ci sia tutto quel vuoto,
che la pietra sia ancora lì, come prima di colpire

In mente ora ci sarebbero i ricordi dei padri,
doveva essere stato così quando
bombardarono le case:
i piloti alleati come un dio accecato dall’alto
che tiene il cielo tutto per sé, oscurandolo
alle piccole creature

Chiaro era il cielo di quell’aprile
quando siamo stati figli e lo saremmo stati
sempre, di coloro che toccarono la guerra
a mani nude prima di saltare per aria,
delle madri rimaste tumulate
nell’esplosione del rifugio,
di corpi rimescolati nella terra
pur di vederci rinascere

E sulla strada del ritorno le ragazze
si tenevano strette al freddo della valle,
le teste poggiate sulle spalle
di chi non si era arreso alle bevute, i sopravvissuti,
quelli che non erano rimasti sull’erba a vomitare