giovedì 7 aprile 2016

La Materia di Britannia
poema epico di Paolo Borzi


Pubblichiamo oggi, con una breve nota introduttiva dell’autore medesimo, due parti del suo poema in ottava rima, La materia di Britannia, e un brano con accentuati tratti danteschi facente parte dello stesso poema, come un esempio possibile di ciò che intendiamo per epica nuova. Con quest’opera, Paolo Borzi risale infatti a una delle fonti della narrativa e della poesia occidentali in epoca cristiana: il ciclo bretone. La materia squisitamente epica viene ripercorsa e riproposta come grande metafora del nostro tempo. Il testo, tuttavia, è anche un viaggio nella tradizione colta e popolare della lingua italiana e nei suoi stili, nella convinzione che un poeta o uno scrittore hanno a disposizione l’intero patrimonio linguistico di una civiltà, sia da un punto di visto sincronico sia diacronico (f.r.)


Propongo ai cari amici di Epicanuova 16 (più un extra iper dantesco) delle 453 ottave del mio poema epico sul Ciclo Bretone. In ogni mio libro ho sempre proposto un’Epica diversa, in prosa e-o versi. Ma inserire un poema cavalleresco in ottave nell’Epica Nuova è una sfida quanto mai stimolante e scabrosa; anche per questo ho proposto di connotare al plurale (Epiche Nuove) il filone neo epico che staremmo tutti insieme  promuovendo: per poter inserire-tra le altre-questa scandalosa modalità, senza che la decisa aderenza alla Tradizione la possa mettere in una posizione esemplare, o al contrario insostenibile. Una valenza esemplificativa, può nondimeno essere fornita per elaborati anche sostanzialmente diversi, che vogliano comunque adottare schemi simili (stanze, assonanze etc.), ma con maggiore libertà: un “format-seme” per sviluppi anche, magari solo in apparenza, radicalmente difformi.

La scrittura si propone di rendere tutte le suggestioni storiche, allegoriche, psicologiche e psicagogiche di questo materiale tradizionale, che proprio nella “connivenza” di queste motivazioni sfonda a mio avviso il muro del tempo. La versificazione, chiusa anch’essa in misure e stanze tradizionali, rinuncia però a ogni patina di anticaglia, ivi comprese le tronche funzionali alla metrica; e quasi inverte la proporzione tra endecasillabi compiuti o con enjambement. Il criterio di massima è infatti quello di mettere la rima ogni 11 sillabe, quasi prescindendo dalle chiusure di senso. La presenza di una chiusura, però, vorrebbe rendersi assai preziosa quando si adottasse  la “perentorietà” di certa epica classica, che va certo filtrata da un sentire diverso, ma recuperata quando necessario.

 L’Epica, vecchia o nuova che sia, non può rinunciare a una visione ideologica: in queste sole quattro ottave le cose impellenti da dimostrare, o meglio, mostrare, sono 3: Il Ciclo Bretone si pone, nella sua essenza, come “quinto vangelo”; il Ciclo Bretone si pone come “Odissea ulteriore”; il Ciclo Bretone parla di noi moderni a noi moderni. L’autore non intende discutere questo, è comunque la sua scelta, al punto che “si sbriga” a dirlo con poco: è un’altra sfida, quella d’una poesia narrativa che dice tanto con pochissimo, perché la qualità del distillato è determinata dalla natura e dalla mole del distillando.

Un accenno sulle assonanze: esse sono rarissime, incidentali e facilmente rimuovibili. Sono state lasciate, entro certi limiti, per “onorare” la natura abbastanza rapida e fluviale di questa composizione, articolata però su una griglia strutturata da decenni di studio e di ascolto del canto a braccio.

Dalla Tavola di Merlino

53
Si canta qui in ottave del profeta
che mise in viaggio Ulisse, non per Sale,
ma per gli abissi interni del pianeta.
Del remo fece Spada inflitta al Male,
estratta poi da un sasso fatto creta
da un Perdente invincibile: un regale
discepolo, sottratto a cure urbane
per farne il Re delle leggende umane.
54
Rimase al sasso quella feritoia
che compensò la Breccia nel Costato
e l’ astuta perfidia armata a Troia,
perché l’ ingegno umano, nel Crëato,
faccia progressi senza che si muoia.
Vinse Vortigern, quel tirannizzato
crudele siniscalco, coi pagani
facente patti non corretti e umani.
55
L’ Anglo-Sassonia germinava certo
com’ erba tra gli sbreghi di quel Vallo
al tempo già un magnifico reperto.
Lui già sapeva che non c’ era stallo,
il tempo per un secolo coperto
da vivacchiarsi in gesta da rimpallo.
I semi lui mesceva coi rottami
del mondo antico e nuovo, e i tronchi e i rami
56
del Fato e dei Problemi, tra reinnesti
ricomponeva in totem della Vita;
senza scartar la linfa dei furenti
sciamani di Sassonia, che in partita
vincevano con alberi perdenti.
Così l’ Europa al mondo è partorita:
d’ ogni virtù civile germe e aborto;
e nave ancora in viaggio senza porto.


Nella Tavola d’Amore abbiamo in primo luogo l’incontro tra Lancillotto e il Cavaliere Nero. Il Tripode aureo di questa Epica: Eros-Politica-Mistero (con confluenza in quest’ultimo del turismo rituale e del contatto con lo Straniero e l’extra ordinario, secondo il modello omerico) è qui a pieno regime. L’ Eros deve fomentare e non ostacolare l’opera di Giustizia; mentre all’ Avventura è affidato il compito di disconnettere o connettere tutto: emblematica-nella terza parte-la citazione dell’episodio di Circe, dove trasformarsi in maiali e perlustrare da vivi l’Ade per incontrare Tiresia,  si connettono come esiti potenziali dello stesso mitologema.

Ma preme far notare l’impatto degli atti e degli ambienti nella versificazione: l’ottava diviene sempre meno un abababcc d’endecasillabi per lo più compiuti, e si popola di altre misure- volendo, alfanumerizzabili-per rimandi interni, parabole, connessioni in diagonale, verticale e orizzontale. Il tutto a beneficio-si vorrebbe-d’una certa teatralità cinetica e cinefila, e d’un allegorismo fantastico al limite della pirotecnica. Il virtuosismo è ben voluto (osservazione divenuta quanto mai  rivoluzionaria), ma solo se interno a un lavoro non sostanzialmente virtuosistico. Volendo istituire una “corrente”  per questo ponte tra Tradizione (epica) e Avanguardia, potremmo parlare di “aristotelismo barocco”: un passo tra Tasso e Cervantes; una rivisitazione concettuale e psicoanalitica del folklore (prosciugato con l’andar dei secoli dalle accademie colte); uno sguardo fisso, con prospezione utopista, al presente.

153
E’ Tavola d’ Amore qui imbandita.
Amor che tutta avvolge la Materia.
Bruciante amor sodale amor: ferita
che svuota in spossatezza deleteria;
ma è landa, a volte, piccola e fiorita
come la nostra tra La Spezia e Imperia:
stigmate in pelle d’ arte trovatoria,
parentesi tra tomba e tra baldoria.
154
Laddove Don Chisciotte nei mulini
vide giganti, il Cavaliere Bianco
i mostri vede, quelli a noi vicini,
quelli che spesso vivono nel branco
qui proprio a fianco; e i démoni in mattini
vede, laddove un cavaliere stanco
s’ è perso in una forza incantatrice,
tra gli acquitrini e il volto d’ una Attrice.
155
Il Potere feroce d’un tiranno
l’ annienta combattendo con fierezza;
ma poi, caduto l’uomo, resta il danno,
la sordida radice, una schifezza,
un pozzo senza fine di malanno...
che chiede, per mondarlo, quell’ altezza
che dà una conoscenza più sottile,
nutrita nel profondo, e poi civile.
156
Movendo per la Guardia Dolorosa,
fetida corte in cui l’ interno è esterno
(e brutta dunque quanto ben graziosa
quella d’ Artù, votata al buon governo),
a lungo si fermò su un’ armoniosa
sponda, indugiando, prima dell’ inferno
che l’ attendeva, ed era pronto, in quanto
il maniero era noto in ogni canto.
157
Fantasticava di Ginevra, quando
nell’altra riva vide un duplicato
di sé, ma in armi scure, che in rimando
alle sue mosse,  lo imitava. Un lato
come quell’ altro lato già sembrando
(pel verde in stile inglese e vallonato)
col Bianco e il Nero identici in moine,
pareva che uno specchio senza fine
158
fosse a metà del guado, in tutto il fiume.
Fece una specie di saluto al Sole,
com’usa il fricchettone al primo lume;
e il nero,  uguale, e in mezzo a eguali aiuole.
Nacque il sospetto, un pallido barlume,
d’ essere preso pei fondelli, e vuole
il Bianco avvicinarsi, e il Nero pure,
anche se spinto da ben altre cure.
159
(San)Michele osserva i due figuri, al flutto
semisommersi, nel cresposo argento,
tra verdi vallonati eguali in tutto.
A un videogame, pensò per un momento:
come se fosse un futurista putto
e un monitor il mondo, acceso o spento
se scorgi o meno fregi artificiali...
Precognizione secca da immortali
160
che l’ ali gl’ increspò, mentre le mani
pigiavano il comando immaginario,
come d’ un flipper, con effetti vani;
sotto è l’umano, un campionario vario
di nani: un quarto déi tre quarti inani
bestie disposte a caso da un Sicario
che è il Caso stesso, nell’ umano messo
perché faccia progresso da sé stesso.
161
Il Bianco e il Nero sono faccia a faccia;
non sa ser Lancillotto se è una Prova,
un gioco speculare che dispiaccia
o piaccia, hai da capire cosa cova
sotto un mistero; o se era preda in caccia
d’ un beffatore in nero, che ci prova
a irriderti per poi fregarti dopo,
facendo come il gatto con il topo (…)

Nel prosieguo Lancillotto sconfigge il Cavaliere Nero, ma rimane turbato: sarà stato individuo a sé, o un fantasma significante la sua stessa condizione di innamorato ciondolante sulla sponda d’un fiume? La ninfa Saraide interviene sostenendo che quello spettrale “anti Lancilloto” era in realtà entrambe le cose: innamorato d’una Dama dei Ghiacci, voleva guadagnarsi l’eternità accanto a Lei, ostacolando i Cavalieri buoni che volevano destituire un tiranno, alleato di detta gelida Signora. In buona sostanza, Urbano, il Cavaliere Nero, aveva per amore optato per la parte sbagliata, pur essendo nell’intimo identico al Cavaliere Bianco che voleva appiedare. L’insegnamento sul non dover mai fare ciò, può sembrare piuttosto grossolano e sempliciotto… ma chi sa se a furia di appiccare il fuoco agli abbecedari di Pinocchio, in tutte le loro edizioni, non sia tornata  anche la necessità di fondamentali tanto “naif”.

In un fraterno ma anche quasi romantico abbraccio al plenilunio, Lancillotto e la sua sodale semidivina assistono a un volo di arpie affiliate alla Dama dei Ghiacci, che portano in un fagotto la nera ferraglia con dentro Urbano, per deporlo in un ignoto destino. Lancillotto capisce che senza di lui sarebbe diventato come lui, e torna all’Azione con questa nuova affezione fraterna per un ex nemico, aggiuntasi nell’animo.


E infatti a notte, stretti come amanti,
Saraide e il Bianco (in fondo fratellastri)
osservano la Luna, lì davanti,
bianca e gigante in mezzo agli aurei astri.
Va a mezzanotte, ronda degli andanti:
arpie reggenti cavalieri impiastri,
cicogne inverse in mondo parallelo;
e in volo adesso sul lunare velo.
177
“Saraide, dimmi,”fece pensieroso
il Bianco, che era in bianco un po’ più sporco:
“come aggirare il mio pericoloso
destino...se in Urbano mi distorco,
anch’ io sarò in partenza nel boscoso
slargo; in vitello come Ulisse in porco
mutato: e sempre è in bestia da macello.
Sono nei ranghi un Cavalier pivello,
178
“e già qui l’ antipasto è un pasto immane!”
E in replica la ninfa: “Tu domani
t’ imbatterai in un Nero detto il Cane;
e Urbano qui t’ ha dato a piene mani
il senso contro al suo: chi toglie il pane
ruba alla gente pure il suo domani.
Dunque,  con scopo di Giustizia, cresci
molto di più che al fiume assieme ai pesci.

Conclusione: questo genere di testi ripropongono a tratti una certa semplicità familiare, diremmo “pop”, e così dovrebbe e vorrebbe essere; una apparente immediatezza sempre interna, però, a una concettualizzazione acuta del discorso poetico. In un laboratorio come il nostro è quasi obbligatoria l’auto presentazione, evitando naturalmente di darsi da soli giudizi di rango e levatura estetica. Oltre a ciò, la natura di questi lavori fa sì che anche le esposizioni fornite dall’autore, poche o moltissime, possano essere facilmente rilevate, o altrettanto facilmente escluse, nel testo o dal testo, da chiunque abbia interesse per queste fattispecie e voglia prestarvi attenzione. Intendo poi con questa sommaria disanima onorare la figura intellettuale del mio prefatore, un illustre docente tanto versato per la poetica di Aristotele, quanto per il discorso critico d’Avanguardia: e il ponte che lega queste due sponde sembra proprio la “trasparenza e l’ esponibilità pubblica” del laboratorio.

Se l’Epica, qualsiasi epica, comporta la demolizione antibiotica d’ogni ermetismo residuo e di tutto il suo parentado, il genere qui rappresentato è una sorta di chemioterapia sradicante. Consigliati comunque dosaggi robusti di “anti ermetina”, per qualsiasi elaborato che voglia dirsi, a qualsiasi titolo, “epico”. Nell’Epica  non c’è alcuna  profondità che non sia permeabile; nell’epica e non solo, mi sento d’aggiungere; in poesia e altrove. Nessuna crociata contro scuole diverse, ma solo un discorso sulla coerenza di questa opzione, aristotelica ma anche hegeliana (nel senso della Fenomenologia, ovvero il “Poema” del grande filosofo di Stoccarda).

Con ciò, un certo tratto sanamente esoterico, può essere al contrario  riqualificato entro una precisa dialettica sociale, storica, e antropologica; in quella autentica “lotta di classe” che ha rappresentato nel grande passo tra l’alto e il basso Medioevo, mediante l’eresia dualista cataro-albigese,  molto influente in Italia nella nascente letteratura nazionale, dalla Toscana alla Sicilia. Il dualismo di questi, tendenzialmente iconoclasta e anti cosmico, ha prodotto una reazione termo culturale nel contatto con il folklore vitalistico (se pure anch’esso endemicamente dualista) e le gilde d’Artigianato dalle classi subalterne, da una parte, e proprio con la poesia, dall’altra. Tale “positività negativa” (una specie di ossimoro anche teologico), così tragicamente feconda come aspetto infra religioso della Cristianità, ha creato un gioco irripetibile, stavolta interreligioso, con la portentosa intelligenza islamica ed ebraica,  influente fin dentro le prime università, che fiorirono in quello che viene giustamente definito il “Rinascimento del 12° secolo”: sgozzato da una sua precisa “controriforma crociata”,  e che rimane un “rimosso utopistico” il cui “ritorno” potrebbe molto riguardare svariati temi a noi cari, non ultimo quello trattato in questo prezioso blog.

Alto e Basso (il Medioevo ma anche il linguaggio), folklore e università, rimescolamenti dottrinari, contaminazione interculturale, teorie d’emancipazione anche dei e fra i sessi, corti “illuminate” (molto quella al femminile d’Eleonora d’Aquitania), hanno costituito quel precocissimo seme, che una violenta ondata di pece di ignoranza e di sangue ha sepolto per quasi tutto il 13°, appunto con le famose “crociate interne”. Dante e la Commedia altro non furono che il geiser potente di quella materia compressa, che ha bucato l’infernale placca e avviato quello che sappiamo, comprese molte delle ragioni del nostro discorrere.

Concluderei proprio suggerendo ai notevolissimi intellettuali, cui dobbiamo questa stupenda  iniziativa, di considerare loro stessi il rapporto che una Epica Nuova può avere col Sommo Poeta, col suo periodo storico e con quello di cui il Vate fu maturissimo epigono, ovvero a mio avviso proprio il 12° secolo. E quanto un’Epica Nuova, o per lo meno una della epiche nuove, possa avere un rapporto con la “sapienza dei subalterni”, provando a riaccendere la miccia sul folklore  innescata da Gramsci, e ripresa a mio avviso dal tardo Pasolini, “dualista ed ellenista, parabolico e protestante, canoro e atroce”, di Petrolio. Ma soprattutto, imploro dalla Redazione i bellissimi testi di cui Essa, in svariati membri, è capace. Con affetto gratitudine e ammirazione,

Paolo Borzi

EXTRA

(…)
Partendo a caso, adulterai del conio;
ma non come a un falsario si conviene:
più indemoniato all’ arte del demonio,
il falso già all’ origine, con piene
virtù legali, a Tizio ed a Sempronio,
versai sapendo che contava niente.
Ed estorcevo il sangue a quella gente;
partita e persa in guerre per promessa
o pretesti inventati, e in caso uccisa
con un invito a cena oppure a Messa.
Son traditore, in formula precisa,
di ospiti, d’ amici e per commessa
benefattori pure. Ho poi derisa
la brava gente e i poveri di Dio...
e calunniata a un modo tutto mio:
spargere il dogma della nefandezza
celata in ogni uomo:  quale sia
non fa un delitto solo per pochezza.
N’ ho fatti lapidare, per la via,
inventando di loro ogni schifezza.
Ai barbari insegnai l’ ipocrisia:
clericalismo di facciata; e ho appreso
l’ uccisione rituale d’ indifeso.
Tradii due patrie: quella ancora in germe,
per averne il controllo generale,
promuovendo puttane e menti inferme;
e quanto ci restava di imperiale,
rendendo Roma ai barbari più inerme.
Mescendo sempre il peggio col banale,
mi corruppi talmente i sentimenti
da copular tra morti ed escrementi.
Necrofilo pedofilo e omicida,
capisco qui che il Male, dominando,
è alieno: l’ aria infatti è malicida,
e l’ uomo che è malvagio, respirando,
ne contraddice la continua sfida;
Lo capì Giuda quando, già impiccando,
gettò i baiocchi, e chiusesi la strozza
per non riaverli nella landa sozza.
(…)

Da “la confessione di Virtigern” all’Inferno




venerdì 26 febbraio 2016

Paolo Borzi commenta Alessandra Paganardi





Paolo Borzi, che di epica nuova s'intende parecchio (rammento qui gli ultimi due suoi libri: Le tavole della leggenda. I sogni e le ragioni d'una intramontabile epopea cavalleresca, AltrEdizioni, e La materia di Britannia in ottave libere e incatenate, Nuovi Fermenti) è già intervenuto su queste pagine e il suo ultimo commento generale sull'epica del maggio 2015 è segnalato nella colonna a destra: oggi lo ringraziamo per la sua lettura dei versi di Alessandra Paganardi precedentemente pubblicati:

Usando come “bugiardino” il mio stesso saggio pubblicato qui,  posso intanto definire “epico” questo poemetto d’Alessandra per la “doppia formazione” che impone, personale e collettiva: una sincronicità esemplare fra due adolescenze, una personale che assegna a una Incognita immensa la trasformazione della protagonista in persona adulta; una della Modernità che “rincula all’indietro” dentro  una infanzia caricaturale, in un “paese dei tarocchi” che promette sempre di tornare alle icone consumistiche degli anni 60, perché altri modelli non riesce a sfornare, almeno fino a una mercificazione-mediatizzazione talmente brutali da affondare in un baratro la stessa dialettica “individuo-società-storia” (almeno per come fummo abituati a pensarla-concepirla), pur occupandosi molto di storielle e socializzazioni  “on line”.

L’utopia qui è una (auto)Formazione Diversa, contro quasi tutto e tutti… sperando di non restare completamente “azzerati” dalla moviola, nei nostri stentati ma resistenti passi. Ma, volendomi limitare…, di “epico” questi passaggi hanno anche una certa “perentorietà senza declamazione”: essere  perentori volendo restare scettici avvicina molto a quella “svagatezza imperiosa” che caratterizza l’Epica buona,  divina e umanissima, ideologica e creaturale, filosofica ed emozionale.

“Era questo…. Con la moviola dietro che ci azzera”: l’inizio e la fine ci dicono bene tale aspetto: QUESTO ci è successo; QUESTO ci sta succedendo…. Ed è in fondo un decisivo ulteriore succo dell’Epica: ciò avvenne, perché ci sta capitando a tutti.

Brava Alessandra!
Paolo Borzi

venerdì 12 febbraio 2016

Alessandra Paganardi ospite di diepicanuova con due suoi testi, uno inedito.


12/02/16 5.04 pm


Millenoventosettantotto, di Alessandra Paganardi, è un poemetto che fu pubblicato nella più ampia raccolta dal titolo Tempo reale, nel 2007, per le edizioni Joker, con introduzione di Mauro Ferrari. Riletto dall'autrice nel ciclo Poesia e storia organizzato due anni fa alla Liberia Franco Angeli alla Bicocca di Milano, lo riproponiamo oggi nel blog insieme ad un breve intervento critico e un testo inedito.

La poesia di Paganardi ha un fondo elegiaco che sembrerebbe lontano da un ingaggio con la storia, ma in questo poemetto e anche in altri testi più brevi, nelle diverse raccolte, accade che lo sguardo e l'attenzione puntino diritti a quegli eventi che, o perché nascosti nelle pieghe del quotidiano, oppure – come in questo caso – perché tanto enormi da romperne la continuità, s'impongono perentoriamente all'attenzione del dettato poetico.
In Millenovecentosettantotto, la forza del testo sta in un doppio movimento. Da un lato chi scrive è una donna che ha metabolizzato i vissuti, affinato il proprio linguaggio poetico, fatto come tutti i suoi conti più o meno aperti con la storia, dall'altro però, il punto di vista del testo è quello della giovane ragazza appena adolescente che in un'aula di liceo e o forse ancora di ginnasio, si trova addosso un evento politico e sociale di quella portata. Proprio nella capacità di identificazione con quella immagine di giovane donna che non è solo personale ma generazionale, e poi di distacco e riflessione, si muovono le stanze del poemetto.
La brevità dei testi è un altro elemento che rende nitide e concluse le immagini. Il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro diventano così il prisma attraverso il quale andare ancora più indietro nel tempo, per esempio agli anni del boom economico (la sesta stanza) per poi tornare al presente di adolescente, infine alla riflessione. L'immagine finale del re persiano che guarda i suoi uomini è il suggello di un percorso originale dentro la storia che abbiamo ritenuto un esempio di quello che in questo blog abbiamo indicato come epica nuova.


 Millenovecentosettantotto

Era questo: un accordo
d’allegria improvvisa
le palme in passerella sulla sabbia
e quella torre azzurra, così
malsicura. Era questo acchiappare
la bellezza più in basso, a mosca cieca,
dal solco impertinente fra le labbra
e le narici. Non si domandava
sconto né resto
la sorgente scorreva senza brocca
il saldo dell’estate era nell’aria.
La storia arriva sempre dopo
all’inizio è un sommario anticipato –
un salto, un sole, un caso.
 





Poi ci fu il vento che gonfiava il seno
alle ragazze, volo in mongolfiera -
una corsa sul tram diritti e soli.
Ridere dalle labbra, non dagli occhi
nel prendere ciascuno la sua parte -
una parte non sua, diritti e soli.






Il corridoio sì, il corridoio
era il sasso sospeso, l’avamposto
di una guerra finita.
Già marzo, non ancora primavera
quattro ammazzati, presto morto il quinto,
stringersi giù in palestra appesi ai quadri
prendersi tempo per una domanda
tempo per la paura. Comprendemmo
allora il fuori posto e il fuori fase -
sapevamo di aver trovato un mondo
sognato già da troppi, non più nostro.






Il mare nel paese dei balocchi
le sdraio in fila come in un concerto
la sabbia che sembrava comperata.
Il giovane dal nome un po’ romano
portava le bevande ai tavolini.
Tutto dolce e salato, anche il mare
sfuggito da non molto a quella foce
con le viscere là, proprio là dove
mettevamo in valigia le nostre
vocali aperte, le consonanti in fuga
i nostri mah, l’orgoglio della fretta
la città che sorride troppo o niente.






La storia, poi, si ritirava tutta
dentro quelle colline. L’estate
era aspettare in compagnia dei libri
scrivere lettere senza rumore.
Il confine sembrava più distante
le lancette correvano all’indietro
allo specchio tornava esatta l’ora.






Ci dicevano: sarà tutto migliore
tutto più grande e più lucente, una città
sospesa fra le luci di Natale
sarà un altro miracolo, televisori
accesi col pensiero in ogni stanza
donne sempre più belle con l’età
corpi di cera lucidati a lacca
bambini bravi che ridono sempre -
ricordavamo di non aver visto
il miracolo di vent’anni prima
un faro acceso e spento in bianco e nero
una guerra guarita. Ponti tibetani
tesi fra due miracoli, sorpresi
dalla paura di essere normali.






 Sentivamo che tutto andava in fretta
più in fretta delle sere di novembre –
rapacità sognata dall’inizio
del secolo, fame verde dell’istante,
la mietitura prima della semina
la terra da rapire dentro un punto.
Qualcuno si sentiva più sicuro
come un auriga su cavalli alati
altri fuggivano con il pensiero
alle giostre impazzite, al capogiro
dei colori danzanti nella testa.
In altri rinasceva nostalgia
quasi segreta di un prima e di un dopo
una sorpresa, un fiore da aspettare –
un desiderio da non rivelare.






Era un tempo residuo, che non sai
se sia il tramonto o l’alba, che scommetti
rimpianto nell’attesa. Lo vedevi da certi
volti di vecchi mai più visti, facce
di vera lunga vita - come il legno
o come il mare. Il secolo cresceva
la clessidra della millesima notte
appesantiva i suoi fianchi di sposa.
La grandine, però, su quella piazza
dopo la festa grande dei coscritti
faceva ancora paura, un salotto
strano, come fuori dalla chiesa
capisci che si aspetta un funerale
o che è arrivata la messa di maggio.






Si ritornava al volo appesantito
della poiana sul tetto, al risveglio
cucito al giorno – quello che non puoi
sognare più, destarti non ancora
ma non ti puoi fermare, non ti puoi
dimenticare che la mappa del mondo
è diventata un foglio da strappare
o da rifare in copia. Allora cerchi
la calma di un cortile verso l’alba
dove c’è sempre una finestra accesa
-       la seconda è la tua, devi imparare
per raggiungerla il volo orizzontale.






Si può imparare il gesto della foglia
che si piega, il remo pronto all’acqua
la radice precisa. Si può fare
finta di aver capito quanto basta
anche se in fondo non si sa mai bene
ciò che basta capire. Si può dire
di più o di meno, portare pazienza
vedere ciò che manca. Puoi imparare
il mondo intero e rimanere fermo.
E poi non è mai detto, oppure forse
si dice sempre ed è tutto diverso –
oggi e ieri due treni svelti in corsa
in direzioni contrarie, domani
il binario che resta e che sospinge.






Si dirà quando l’ultimo orologio
sarà fermo, un souvenir di viaggio
dimenticato su una brutta mensola –
lo sapeva il Gran Re dalla collina
pensando ai suoi bellissimi soldati
cent’anni dopo. Sapeva e piangeva
quel re, non di dolore ma di storia
piangeva la partenza dalla fine
e l’arrivo in eterno rimandato –
correre sempre avanti come in sogno
con la moviola dietro che ci azzera.


                                                                                            Alessandra Paganardi


 22 NOVEMBRE 1963
Non esser nata in un giorno qualunque
io lo compresi già alle elementari:
il giornale con le lettere grandi
spegneva tutti gli anni le candele
sulla foto di un grande funerale
al di là dell'oceano. I primi tempi
non capivo, chiedevo come mai
così mesta per me fosse la festa.
Ma tutti i compleanni sono esequie
è lì che muore la nostra non vita -
da allora non potremo più restare
nel gran sogno di non essere ancora.
Caro mi fu quel nascere d'autunno
e a capire ogni anno sempre meglio
che la vita ha la sua gemella scura
servì spegnere la candelina zero
sulla tua gola esplosa, JFK.
                                       
                                                Alessandra Paganardi, inedito