martedì 15 ottobre 2019

di Paolo Rabissi : Di signoria e servitù, la mutazione che prende avvio dal desiderio,

di Franco Romanò.

Di signoria e servitù, la mutazione che prende avvio dal desiderio, è la sezione poematica che fa parte di un’opera assai più vasta dal titolo Inverno a Colonia, ed è stata pubblicata nel libro collettaneo e bilingue (italiano e castigliano) L’indicibile sottratto al nulla, a cura di Eva Gerace e nel numero speciale della rivista Primo Maggio on line, dedicato a Primo Moroni e scaricabile gratuitamente QUI

Lo riproponiamo in Diepicanuova perché il poemetto gode di una sua autonomia stilistica, coerente con gli intenti di questo blog che vuole scandagliare - nella nostra contemporaneità - le tracce di un sentimento e di uno stile epici, che nel caso specifico di questo testo di Paolo Rabissi, come in altre parti dell’opera più grande, emerge subito dall’incedere dei primi versi. I primi due termini del titolo, quasi una citazione, si richiamano alla Fenomenologia di Hegel, ma anche indirettamente all’interpretazione marxiana di quel testo filosofico; la seconda parte, con l’irruzione della parola desiderio come innesco della mutazione, ci porta in uno scenario che travalica i perimetri della dialettica e che sarebbe impensabile senza la psicoanalisi, la temperie degli anni ’60, il femminismo. Il teatro su cui si svolge l’azione è la globalizzazione, uno scenario che sembra omologare, almeno superficialmente, luoghi e culture lontane fra loro:

Hi Hobo! Nomade di binari, ci credi se/ti dico che nel lontano Est nelle pianure/dello Jilin c’è la stessa cintura di ruggine,/fabbriche morte deserti affanni di uomini e donne/per avenue povere dove bisogna/essere disgraziati e forti, fratelli e nemici/di cani, attorno a bracieri di strada?

Dagli Usa alla Manciuria, passando per l’Europa, la cintura di ruggine ci ricorda pure che la produzione sporca non è stata ripulita, ma solo si sposta nel mondo della divisione del lavoro per aree geografiche, scaricando i costi sociali qui e là, nei luoghi che colonizza. Uno scenario di migrazioni, dunque, in cui i protagonisti individuali e collettivi sono:

Poveri di città imperiali non sostengono/davanti a cittadini che attraversano strade/la propria indigenza, si alleano con l’inverno,/alle luci dell'inverno si riparano con /sottomissione né tendono la mano, solo /a volte alzano lo sguardo poco dopo che tu hai/stornato il tuo, in Unter den Linden o nella/quarantottesima a Manhattan…

/occorre un verso informatore lancia ponti/tra idea e memoria dica che la mutazione/prende avvio dal desiderio, prima che diventi/codice nel corpo fissato e fatto standard/articolante posture, sguardi e zigomi diversi/sempre uguali, prima che finiscano nei quaderni/di sociologi (o nei serialtv di Oriente e Occidente)/….

Desiderio e mutazione sono qui nominati soltanto, in opposizione alla narrazione omologante che ha colonizzato l’immaginario, ma non del tutto come viene detto nei versi finale di questa parte. È tuttavia in una sezione che sta quasi nel mezzo del poemetto che si chiarisce meglio il nesso fra desiderio e mutazione, mediato da un altro termine già presente nel testo, ma rivisto in una luce diversa: lavoro. 

Che perfezione fanno le ibis rosse quando/ striano il cielo perfezionano il volo come/ fosse un lavoro da consegnarci sempre uguale,/ la sagoma acuta riflessa nel mare quando/ sazie abbandonano le rive dei rossi molluschi/ coperte dall’alta marea. Che perfezione/ fanno i castori del loro ingegno a costruire dighe/ come fosse un lavoro simile al nostro./ Mai visti animali che si congratulano fra loro/ dei propri manufatti, mai vista un’ape sulla/ soglia dell’alveare di un’altra fermarsi a dire/ bel lavoro. Il riconoscimento fra sapientes/ è desiderio, desiderio materiale come il cibo./ Dispone alla mutazione il lavoro servile/ apre spazi al desiderio fino al rischio della vita/ vinta la paura ancestrale del bisogno.
Questa parte pone molte questioni e, nel farlo, il dettato si fa particolarmente composto, il metro gira intorno al doppio settenario seppure con movimenti interni ad allungare, il passo richiama l’oralità; sono versi (ma questo riguarda il poemetto intero), che si prestano a una lettura ad alta voce e non solo silenziosa. Il tema diviene più complesso perché intorno a esso gira una similitudine importante: la perfezione animale nel costruire viene messa in relazione a quella umana, imperfetta – perché il lavoro non è un imprinting – ma aperta al desiderio e al rischio, anche quello massimo e al riconoscimento, che nel suo valore più alto (senza rimuovere il momento del conflitto), è anche utopia di liberazione dell’umanità intera e dunque superamento della dialettica medesima. Il lavoro servile, dice tuttavia il testo, perché proprio di questo si parla e nella seconda parte successiva a questo intermezzo che fa colonna portante intermedia dell’intero poemetto, i protagonisti tornano a essere i migranti di oggi e poi gli operai e le operaie di ieri. La storia con le sue imprese e le sue sconfitte, ma con la coscienza e la dignità di chi non rinuncia. Il plurale dei versi iniziali Poveri di città imperiali, diventa in questa parte una sequenza di persone reali, ma al tempo stesso di dramatis personae di un’epopea collettiva: Angelo, Tonino, Gaetano, Assunta e Regina. I loro nomi comuni sono quelli di tutti e di tutte, ma non un generico noi indifferenziato, bensì vite nelle quali sono concentrate esperienze umane e lavorative diverse, cangianti negli anni, che hanno allargato con la loro presenza ed esperienza la sfera dei diritti e della dignità umana a soggetti da sempre esclusi. L’epopea collettiva della classe operaia diventa epos a pieno diritto, anche se in questa parte dell’opera l’eco delle lotte e delle imprese di questi soggetti storici si sente solo sullo sfondo; in altre parti di Inverno a Colonia sarà invece in presa diretta. 

Questioni di stile.

L’epica ruota intorno a certe tematiche, a una metrica, a uno stile. Sui temi non occorre aggiungere altro, su metrica e linguaggio e di conseguenza stile, occorre tuttavia fare una premessa che abbiamo già trattato in sede teorica in questo blog. Se si pensa che l’epica classica sia un orizzonte insuperabile nel senso che i suoi canoni vadano accolti con poche o nessuna variazione, ribadisco subito che l’ispirazione di questo blog è un’altra e cioè che i generi non sono statici e non lo è neppure l’epica, che non per caso ha prosperato nel ‘900 proprio in civiltà linguistiche come quella anglo-statunitense, dove sono avvenute anche alcune fra le maggiori avventure dell’avanguardia e dove il rinnovamento del verso è arrivato alle sue conseguenze più estreme. Un nome si impone su tutti, Walt Whitman, la cui versificazione libera (ma non sempre), mantiene dell’epos l’incedere del verso, l’oralità implicita, il passo martellante a volte, in altre più solenne. Ebbene, Whitman è proprio il bardo di una diversa epicità della versificazione, costituendo un modello lontano dalla metrica classica, ma a pieno titolo interno a una visione allargata dei canoni, anche nei suoi momenti di abbandono lirico, che pure non mancano. Il verso libero whitmaniano lo si ritrova in molte esperienze della modernità e lo ritroviamo anche nei versi di Paolo Rabissi, che a volte, tuttavia, si avvicina a una versificazione meno libera e più regolare. Tuttavia, vi è un’altra questione che riguarda l’epica nuova e che va posta. Esametri e anapesti non possono appartenerci oggi, perché hanno il passo degli eserciti e degli eroi, battono il piede sul campo di battaglia e portano su di sé il peso di una società patriarcale da cui abbiamo cominciato a distanziarci. Se è vero che l’epica richiede comunque che ci sia un’impresa, quest’ultima si è allargata ad altri campi, che richiedono una modulazione del ritmo e del verso differenti. E non è un caso che epopee moderne, che potrebbero superficialmente assomigliare a quelle classiche, abbiano trovato i loro cantori in altre arti. Napoleone Bonaparte lo ritroviamo in Guerra e pace o nelle sinfonie di Behetoven piuttosto che nei versi: perché il modello apparentemente eroico era già in realtà un simulacro di se stesso, a volte persino grottesco e aveva bisogno dunque della narrativa vera e propria e delle sue potenti divagazioni interne, per rendere appieno la complessità di quella esperienza; oppure della musica, che è capace di santificare tutto, anche l’orrore. Questo tuttavia, non significa che il campo dell’epica è precluso. Ci sono altre imprese, ben più importanti di quelle degli eserciti patriarcali che seminano morte oggi schiacciando un semplice pulsante, un campo vastissimo che è prima di tutto un dare voce a chi resiste: perciò Di Signoria e servitù, la mutazione che prende avvio dal desiderio, fa parte a pieno titolo di questa esplorazione.    


Di signoria e servitù, la mutazione che prende avvio dal desiderio
note:
-lo hobo per tranquillità è qualificato come un mendicante, è invece il classico lavoratore migrante da sempre nel panorama americano espulso dalla fabbrica per via del suo amore per la libertà. Nomade ribelle per eccellenza ha riempito le cronache soprattutto nei periodi di depressione. Negli anni trenta e poi nei cinquanta era un’icona del rifiuto del lavoro e quindi considerato pericoloso per la comunità tanto che gli si sparava a vista (e spesso una uguale risposta non mancava). Gli hoboes hanno reso leggendario il treno. Nelle infinite versioni di musica country il Wabash Cannoball (qualcosa di simile è La locomotiva di Guccini) attraversa rombando le praterie e va così veloce che arriva un’ora prima di quando è partito (un gioco verosimile per via dei fusi orari diversi tra i vari stati americani distesi tra Est e Ovest)! Impossibilitato a frenare è deragliato nello spazio dove viaggia tuttora lanciando sulla notte del pianeta il suo fischio che tutte le stazioni d’America sentono.

-Duluth è la cittadina dove è nato Bob Dylan.

Poveri di città imperiali non sostengono
davanti a cittadini che attraversano strade
la propria indigenza, si alleano con l’inverno,
alle luci dell'inverno si riparano con
sottomissione né tendono la mano, solo 
a volte alzano lo sguardo poco dopo che tu hai
stornato il tuo, in Unter den Linden o nella
quarantottesima a Manhattan. Proletari 
di mezzo mondo difficili la storia li cataloga
tra portici e sfiati candidi di viscere palatine,
occorre un verso informatore lanciaponti
tra idea e memoria dica che la mutazione
prende avvio dal desiderio, prima che diventi
codice nel corpo fissato e fatto standard
articolante posture, sguardi e zigomi diversi
sempre uguali, prima che finiscano nei quaderni
di sociologi (o nei serialtv di Oriente e Occidente)
classificati natural born da visitare una
tantum. Qui si vuole dire  che il tempo non manca
e tra una leggenda e l’altra, sistemata l’identità
negli spazi lirici trasumananti, si può
misurare lo scarto se c’è tra vecchie e nuove
periferie.


               Hi Hobo! Parte presto come sempre
da  Grand Central Station il treno per i deserti
a Ovest ovunque (visiteresti il gran raduno annuale
degli hoboes a Britt?). Precario di grandi e piccole
depressioni non c’è più posto per te alla catena
di grandi città dove contendi comando
sul lavoro, ti spettano periferie e cinture
della ruggine da Detroit al Minnesota.
Ma dico deserti, non troverai una sola
Maggie’s farm e fare per pochi dollari
lo schiavo per un giorno con la guardia nazionale
sulla porta, non ti avverrà di incontrare
sulla strada per Duluth il bardo che cantava
sul punto di cambiare il nostro tempo. Né
cavalcherai tronchi di rosse
sequoie sui merci scoperti col rischio che un Jeff
Carr qualsiasi ti tiri giù a schioppettate. Nè rischierai
di affumicarti per scaldarti sulla pensilina
del Wabash Cannonball il treno che fiammeggiava
nelle praterie.

Hi Hobo! Nomade di binari, ci credi se
ti dico che nel lontano Est nelle pianure
dello Jilin c’è la stessa cintura di ruggine,
fabbriche morte deserti affanni di uomini  e donne
per avenue povere dove bisogna
essere disgraziati e forti, fratelli e nemici
di cani, attorno a bracieri di strada?
Calma, il promoter dice che occorre guardare
da sotto, dalla parte dell’erba che cresce,
laggiù come qui sfoltiscono ma poi spenderanno
tutti di più. Vedi? Il desiderio
è sempre quello, la remissione
empatica dei tuoi bollori desideranti
dentro uno spaziotempo di orologi fermi,
di stomaci vuoti, l’increspatura dell’orizzonte
finché lo sguardo scavalca la luce e ti ritrovi
a succhiare foglie di coca o a squadrare quanto
resta dell’orto. Insomma vuoi che tutto torni come
prima? E che mutazione è quella che rinvia in archivio
le nano tecnologie o le sfumature dei cristalli
nei tramonti del Connecticut o della vecchia Manciuria?

Che perfezione fanno le ibis rosse quando
striano il cielo perfezionano il volo come
fosse un lavoro da consegnarci sempre uguale,
la sagoma acuta riflessa nel mare e sazie
abbandonano le rive dei rossi molluschi
coperte dall’alta marea. Che perfezione
fanno i castori del loro ingegno a costruire dighe
come fosse un lavoro simile al nostro.
Mai visti animali che si congratulano fra loro
dei propri manufatti, mai vista un’ape
fermarsi e dire a un'altra bel lavoro.
Il riconoscimento fra sapientes
è desiderio, desiderio materiale come il cibo.
Dispone alla mutazione il lavoro servile
apre spazi al desiderio fino al rischio della vita
vinta la paura ancestrale del bisogno.

Non che Tonino e Angelo non conoscessero
i tempi di lavoro quando zappavano e seminavano
ma quella era la condanna che li teneva vicini
al dio arcaico delle vendette
che ignorava il tempo freccia dell’orologio
e ispirava ab aeterno regole e mansioni.
L’ora giusta è sempre quella e per la sveglia basta
l’alba, necessità e bisogno si prendevano
il meglio tallonando le stagioni e il calare della luna.
Potrai dire che non si fa gran poesia
se non usi metafora e allegoria, ma da quando
il lavoro è una libera scelta (prendere o lasciare)
metafore e allegorie confondono le cose
i poeti le usano poco se mai dicono bene il non senso.

(tralascio Gaetano figlio di un dio abbandonato
nei campi occhio chiaro e uno scuro, capelli
bianchi molli, sfrondava mandorli e olivi – occorre
fare luce tra i rami anche a costo della nidiata –
col suo sorriso greco
metteva piantine di pomodoro nella buca
e non so dire l’eleganza della mano a conca
a sotterrare le radici, puoi se mai accovacciarti
dietro di lui e accorgerti che la fila è dritta così fino al mare)

Non c’era bisogno di metafore
per dire l’orario di lavoro, leggere la busta
paga, un tot di trattenute, un tot di gratifica
meno l’IVA e il contributo di solidarietà
per le alluvioni. I proverbi millenari ereditati
dai campi non servono più ma non si recrimina,
pur di tagliare i ponti con albe maiali e vanghe
non c’è storia, si mette una firma o una croce
e si entra in fabbrica. Se i vecchi non ti guardano
in faccia pazienza. Qui non si scherza. Soldi in tasca
tutte le settimane, soldi in tasca tutti i giorni
per pagarsi da bere con signorilità, soldi
in tasca per zittire le puttane. Tutta un’altra storia.

Aperta la strada al Novecento
l’hanno sepolto, quanto è rimasto dall’abbuffata
di lavoro è un pianeta malandato, velenoso
e luccicante. Tu, Assunta, grazia di lavoro
mattutino, infornavi pane in cantina alle cinque,
tu, Candida, incapace di giorni feriali, sban-
data di quelli festivi, tu, Regina, dagli occhi
golosi di gelosie, tu, Mara, cipiglio di
sogno d’amore mancato, che vicenda narravate se
tutte avete dapprima sepolto i vostri uomini?
Intossicati d’alto forno al Nord da fumi
di petrolio al Sud. Morti industriali. Rigidi e austeri,
con quella postura fuori tempo da patriarchi
neanche davvero governassero mondi i due
portavano la morte addosso come un tatuaggio,
una nota spillata sulla spalla, esercizio
loro precipuo disilludere noi, non c’era
di che godere in quel dopoguerra affollato
da fascisti e comunisti tutti sconfitti dalla storia.
Si limitavano a dirci non bevete durante il pasto,
bevete dopo, poi d’estate sistemavano un
tavolino fuori casa e sterminavano ore
giocando a briscola. A volte indicavano la strada
del sublime come fosse cosa pura e incontaminata.
La sconfitta li deprimeva come da storia
di sempre, la novità era che le donne
non portavano più reggicalze ma collant.
Ne parlavano in fabbrica, alle giovani operaie
mostravano le fiche. In altre parole uno dei due
ti avrebbe stuprato non fosse che lo tenevo d’occhio.

Si battevano ancora per un lavoro ben fatto
ma gli attrezzi nuovi davano all’ultimo arrivato
in poche ore abilità e competenze. La luce
cangiante del Novecento li confondeva, sparigliava
le carte e non contavano più su di noi.
E tu Assunta, Candida, Regina e Mara
vedove esaltanti i vostri morti non ce la fate più
a festeggiare i santi, i figli distorcono le vostre
memorie e non ne vogliono sapere più di ruoli
millenari spacciati per leggi naturali.

Scivolavano alte le chiatte silenziose
sulla darsena e una gru sulla sponda le aiutava
a sgravarsi della sabbia portata dal pavese,
come giganti senza cappello ancheggiavano
in darsena prima di accomodarsi nell’attracco,
venivano solo stridii nelle ore senza vento
tra porta Genova e Cantore, padri anziani  
venuti dal Sud accoglievano spalloni con grida
soffocate d’avvertimento, il tempo di scaricare
scatoloni di marlboro e seminare le stecche
tra una casa e l’altra, ci pensavano le donne
a insaccarle nei tombini nelle borse nei gabinetti
comuni della ringhiera.

I giovani radunatisi in Cantore salivano
al Duomo ma prima era un complottare sordo
di voci trattenute, l’ora sottratta alla catena
e già scontato il recupero di nuova lena,
ma a chi sostava ai margini di strada
con gesti come di conforto per la loro solitudine
rispondevano soffiando nelle trombe
incalzavano coi fischietti e i bidoni di latta, tamburi
per il conflitto necessario a misurare i ritmi di vita.
Tra loro qualcuno presentiva ferocia dalla
reazione, i potentati mettevano in conto
qualcosa in più tra tinello frigorifero e TV
non soggetti desideranti sulle strade dentro le scuole.

domenica 11 novembre 2018

Una poesia fra epica e memoria, al femminile


Audre Lord.


di Franco Romanò

Riprendiamo il nostro cammino tornando alla poesia con una poeta ancora poco conosciuta in Italia: Audre Lord, che fa parte di quella generazione di intellettuali e artisti neri statunitensi che si sono formati nel crogiolo dei  movimenti per i diritti civili.





Leggendo di seguito le poesie della poeta afro americana, senza fermarsi troppo sul singolo testo o verso, ma lasciandosi prendere dal ritmo e dal suono, l'eco del blues emerge dal profondo. È una costante della poesia afroamericana, fin dai loro classici del '900: Countee Cullen, Gwendolyn Brooks, Langston Hughes. Solo che, nel caso di Audre Lord, insieme a questa eco se ne impone presto un'altra. Il blues è naturalmente associato a un sentimento struggente, la malinconia, una specie di spleen o di saudade, mentre in Audre Lord sono la rabbia, l'indignazione e l'orgoglio a increspare il verso.
...I learned to be at home with children's blood
with savored violence
with pictures of black broken flesh
used, crumpled, and discarded
lying amid the sidewalk refuse
like a raped woman's face...

… Ho imparato ad essere a casa con il sangue dei bambini
con la violenza assaporata
con immagini di carni nere spezzate,
usate, raggrinzite e gettate nelle discariche
in mezzo ai rifiuti del marciapiede
come il volto di una donna stuprata...


...Speak proudly to your children

where ever you may find them
tell them
you are offspring of slaves
and your mother was
a princess
in darkness...

...Parla con orgoglio ai tuoi bambini
ovunque tu li possa trovare
dì loro
che sei una discendente di schiavi
e che tua madre era
una principessa
nella tenebra...1
È, lo sappiamo, la cesura intervenuta negli anni '60, l'insorgenza della comunità nera, la ribellione aperta, poi il suo modo di intendere il femminismo, i gender studies: un precipitato che è tutto quanto presente - e nelle sue forme più radicali - sia nella biografia, sia nella sua poesia. La generazione di scrittori e poeti prima della sua era stata più attenta a rapportarsi non solo alla tradizione nera del Gospel, ma anche alla poesia bianca. Erano degli zii e delle zie Tom? No, questo no, e sarebbe di certo ingeneroso bollarli con questo appellativo: peraltro Gwendolyn Brooks portava nella sua poesia la tragedia dell'aborto e fu la prima artista nera a vincere il Premio Pulitzer. Indubbiamente, tuttavia, la comunità nera viveva in una sorta di limbo alla fine degli anni '50. Esaurita la spinta propulsiva dei primi decenni del secolo, quando erano nate le prime organizzazione autonome e si era imposto un pensatore importante come Du Bois, la musica (blues e jazz) era diventata la cifra culturale con cui l'afroamericano s'imponeva al mondo, ma rimaneva senza diritti a casa propria, dopo che si era esaurita la breve utopistica stagione del ritorno in Africa. A quella musica non mancava la forza della denuncia (basti pensare a una canzone straordinaria come Strange fruit, che Billie Holiday cantò per la prima volta nel 1939), ma essa rimaneva perlopiù confinata alla condanna morale dei linciaggi del passato, ma niente di più.
La Seconda Guerra Mondiale e la massiccia partecipazione della popolazione afro americana alla medesima aveva acceso la fuggevole illusione di poter arrivare per quella strada a una maggiore giustizia, ma tutto si era risolto in buone parole. Gli anni '50, dunque, sono un decennio di attesa, i poeti classici afroamericani già citati si affacciano a una notorietà che va oltre i confini della comunità nera, con il risultato, spesso, di renderli estranei alla medesima, accedono anche a cariche universitarie, ma non sembrano la punta dell'iceberg di un movimento generalizzato di emancipazione, ma solo dei casi isolati. La raffinatezza stilistica di certe soluzioni li allontanano sempre di più dalla comunità di appartenenza, ma bisogna considerare pure che erano tempi di giganti della poesia statunitense: Wallace Stevens, Marianne Moore. La voce dei pochi poeti e poete laureati neri si perde. Con gli anni '60 comincia a cambiare tutto. Nasce una nuova generazione di leaders, celeberrimi, ma vorrei ricordare anche quelli forse meno noti oggi (non allora) come Angela Davis, Stokely Carmaichael, Rap Brown. Insieme a loro una nuova generazione di poeti e narratori, che a volte sono anche leader politici. E poi Amira Baraka (al secolo Leroy Jones), James Baldwin, nero, comunista e omosessuale, omologo al maschile di Audre Lorde. Fu questa generazione a travolgere le barriere razziali che oggi stanno ritornando nonostante il presidente nero e ancor più con Trump; ma quella fu la generazione che diede ai neri statunitensi il senso della loro autonomia culturale, non più confinata alla sola musica, ma autorevole in ogni campo del sapere e ben presente sulla scena politica. Due premi Nobel che sarebbero venuti molti anni dopo, prima Toni Morrison e poi Derek Walcott, caraibico, ma docente nelle università americane, sarebbero impensabili senza questa generazione.






Audre Lord ne fa parte con una propria specificità ben visibile e netta. Esordisce nel 1968, un anno veramente topico anche per gli Usa e non solo per l'Europa. Le lotte per i diritti civili dei neri sono in pieno sviluppo, Martin Luther King viene ucciso proprio quell'anno e le manifestazioni in tutti gli States fanno traballare l'amministrazione Johnson.
A woman speaks
moon marked and touched by sun
my magic is unwritten
but when the sea turns back
it will leave my shape behind.
i seek no favor
untouched by blood
unrelenting as the curse of love
permanet as my errors
or my pride
I do not mix
love with pity...
Luna segnata toccata dal sole
il mio incan to non è scritto
ma quando il mare si ritira
la mia forma lascerà dietro di sé.
Non cerco favori
incontaminata dal sangue
implacabile come la maledizione d'amore
permanente come i miei errori
o il mio orgoglio
non mescolo amore e pietà
La scelta femminista e poi lesbica allarga l'orizzonte della sua poesia e ne trasforma ulteriormente lo stile. Il verso libero è una costante del suo dettato poetico ed è conforme alle sonorità del blues e ai cambi di ritmo e registro del jazz, ma la narratività aspra si arricchisce di richiami storici, affonda nelle radici africane, ma anche le rifiuta perché le avverte legate a un passato che non può tornare: siamo lontanissimi dal mito del ritorno.
I do not dwell
within my birth nor my divinities
who am ageless and half-grown
and still seeking
my sisters
witches in Dahomey
wear me inside their coiled cloths
as our mother did
mourning.
I have been woman
for a long time
beware my smile
I am treacherous with old magic
and the noon's new fury
with all your wide futures
promised
I am
woman
and not white.

Non dimoro nel recinto della mia nascita
neppure in quello delle mie divinità.
Sono senza età e mezza cresciuta
sto ancora cercando
che le mie sorelle
streghe del Dahomey
m'indossino nei loro abiti avvolgenti
come fece nostra madre
lamentandosi.
Sono una donna
da molto tempo
stai attento al mio sorriso
sono infida verso il vecchio incanto
sono la nuova furia a mezzodì
con tutti i tuoi vasti futuri promessi
Io sono
donna
e non bianca.
Sono una donna e non bianca
In queste poche parole c'è molto di Audre Lord.
Now
Woman power
is
Black power
is
Human power
is
alwasy feeling
my heart beats
as my eyes open
as my hands move
as my mouth speaks
I am
are you
Ready

E adesso potere Donna
è
potere Nero
è
potere Umano
è
sempre empatia
il mio cuore batte
come i miei occhi aperti
come si muovono le mie mani
come la mia bocca parla
Sono io
sei tu
Pronti.
Quella di Audre Lord è una poesia forte e popolare, più colta di quanto non appaia a prima vista, ma che sa arrivare al cuore del lettore scegliendo la via diritta del coinvolgimento emotivo. Questo è solo un primo approccio alla sua complessa personalità anche perché essa non si esaurisce nell'opera poetica. Gli scritti politici della poeta afroamericana sono altrettanto importanti e meritano uno studio attento. In Italia la sua opera è ancora poco conosciuta nonostante le meritorie iniziative della Libreria delle donne e di altre associazioni femministe e gruppi LGBT.