lunedì 1 gennaio 2018

Epica femminile

1 gennaio 2018
"Epiche - Altre imprese, altre narrazioni" è il volume uscito nel 2014 per la casa editrice iacobellieditore. Sono le curatrici stesse, Paola Bono e Bia Sarasini, nell’introduzione all’opera, a porsi la domanda se esiste un’epica femminile: “Siamo partite da questa domanda, semplice e quasi sconsideratamente ingenua, e subito siamo andate oltre. Se è evidente la definizione stessa di epica a dover essere indagata, nel procedere ci si imbatte in una oscillazione, o piuttosto uno scarto, che sempre si
evidenzia quando entri in gioco la differenza sessuale.
Perché se ci inoltriamo nella via aperta dalla risposta positiva, ecco
che occorre chiedersi: in quali scritture, in quali narrative prende forma quell'epica femminile di cui cerchiamo le
tracce?”.                                                        


   
Questo volume è l'esito di una riflessione che ha coinvolto un nutrito gruppo di studiose che ha attraversato il tema dell’epica femminile sotto lo stimolo preparatorio di lunghe discussioni, secondo competenze critiche specifiche.
A conclusione del libro viene presentato un testo poetico collettivo (nato in relazione a un documentario disponibile in rete al sito: www.ideadestroyingmuros.info/ videoarmsidea/pratiche-di-attaversamento).           
Nella rassegna intitolata POESIA E STORIA, tenuta nella libreria Bookshop Franco Angeli in Bicocca a Milano nell’autunno del 2014, la terza serata è stata dedicata alla presentazione del libro con la partecipazione di Bia Sarasini. L’attrice Laura Vanacore ha letto il testo poetico che riportiamo qui. Dedicato alla ‘rabbia’ viene così presentato dalle autrici (di varie nazionalità): “Il tipo di resistenze che viviamo si formano nella rabia, nella condivisione di micro politiche everyday, di percorsi di  autocritica, personali e comuni, di auto-empoderiamento, di forme di aiuto reciproco, di rete che usa internet come medio per comunicare ma intesa soprattutto come fitta maglie di amicizie e di relations d’amore - e di practicas artistiche, antropologiche e sessuali che condividono la sperimentazione come strumento comùn”.

PRATICHE DI ATTRAVERSAMENTO
L’epica di noi

LA RABBIA

Flow I

La rabbia è un'origine
ha un'origine
a volte ne ha tante.
Due su tutte:
la figa di mia madre
E lo stato delle cose.
Il carattere naturale
O meglio normativo
Che le accomuna.
Mia madre e il suo sesso
Perché non ha capito
Il valore che ha,
La forza che ha.
Nata nel 49 era ribelle
per i canoni
Del piccolo paesino
Del Nord est
Dove viveva
Si è lasciata piegare
Modellare dal contesto,
Si è sposata
e ha seguito mio padre,
E il suo lavoro,
In giro per il mondo
Per ritornare
Dello stesso paesino che
Intanto
Era stato soggetto
A una rapida industrializzazione.
È ritornata
E si è spenta
Perché anche se tutto il mondo è paese
Il suo paesetto era
La fossa della mediocrità.
Mi fa rabbia
Il suo essersi arresa
Allo stato delle cose.
Vengo da una famiglia piena di
Contraddizioni.
Mio nonno con due lauree:
Una chimica chimica e l'altra in fisica,
Ha scritto vari libri
Su come fabbricare esplosivi,
Una passione sfrenata per la pittura
L'inetta mia madre conserva tutti suoi quadri lineetta
E una nonna dedicata
Agli orti, Ai campi e alle mucche
Che ha aspettato mio nonno
Tantissimi anni,
Prigioniero in Australia.
Al momento della mia nascita
Mentre uscivo
Dalle viscere di mia madre
I medici dicevano
Che ero un bel bambino.
Ero grande e forte
E non sono qualità
Di un corpo donna.
Mi è sempre stato raccontato
Questo aneddoto
Chissà
Quasi per ricordarmi che
La qualità di forza e di potenza
Sono una possibilità che abbiamo
ma ci è legata.
Nella mia vita
sempre mi è stato chiesto
se ero uomo o donna
per un'apparenza
non tipicamente femminile.
In altri tempi
è stato un problema.
Ora è un'arma
di destabilizzazione.
Nell'ambiguità
vedo un'arma di lotta.
Fin da piccola
penso di essere stata attraversata
dal modello stato nazione barra estero
che ha diviso
attraverso una frontiera
e la lingua
un territorio che io percepivo unito
in due opposti,
che ha separato
ciò che consideriamo casa
da ciò che consideriamo nemico
e che ha diviso
violentemente
I miei ricordi davvero più belli:
i colori
gli odori
le estati
le persone che amavo
tutto
gli amici.
E mi dispiace che di questo insieme
non abbiamo parlato abbastanza:
le mie estati da piccola,
sempre all'estero e sempre a casa
sui ritorni a scuola in Friuli ogni settembre
sulle differenze che mi dividevano
dal resto della classe
irrimediabilmente
sul capire subito,
troppo presto,
che una lingua può separare tutto
e sugli sforzi che ho fatto
per rimettere insieme
i pezzi.


Flow II

La mia rabbia
Inizia dall'infanzia.
Questa rabbia continua 
persistente 
senza fine 
senza momenti di respiro 
ha origine nella distanza, 
nella lontananza 
rispetto alle persone 
che ho amato
e che amo.
E’ data dall’impotenza.
Ti vogliono fare credere 
che non ce la farai mai. 
Niente è possibile,
sei sola.
L’amore
probabilmente
ci sa nascere la rabbia
verso le ingiustizie,
non solo le nostre.
La rabbia che vivo
non riguarda un individuo
o un soggetto.
E’ fatta delle singolarità
con cui la condivido, 
non riguarda soltanto il mio genere.
Ho vissuto la rabbia in forma ovattata.
Mi fa rabbia
l’omertà
il ben pensare
la vergogna
la chiesa
la necessità di una sicurezza
economica e statale
fisica ed emotiva
mi fa rabbia la moralità dilagante
il vecchiume
la moderazione
l’impossibilità di un'autostima reale
la Storia.
Mi faccio rabbia io.
Il problema è che la rabbia
può rendere ciechi e inermi
lo sforzo è
Incontrare una strategia 
per resisterle e sfruttarla.
Se tutto intorno si presenta come normale
allora va creato artificialmente lo stato di emergenza.
a crearlo ci pensano i poeti
e io credo
come i poeti, siano gli artisti.
Credo che dovremmo fare paura.
Credo che dovremmo muovere le basi
e farlo dal basso.
Lo spostamento di un’idea
da un corpo all’altro,
di un corpo
da un contesto ad un altro.
Non a caso
i gruppi di persone che si uniscono
sotto una lotta comune
vengono detti "movimenti":
che agiscono
si spostano.


Flow III

Io mi sono dovuto spostare
da dove sono cresciuta,
dove l'unica prospettiva
è quella del guadagno.
Essere nata in Italia
e averci vissuto
per 24 anni
mi ha portato
a sentire
un profondo odio
verso un paese che non capisco più.
Perché?
Ho coscienza della limitazione
delle possibilità,
per mezzo della disciplina della sofferenza.
Di un potere
che toglie
la consapevolezza
che ogni corpo sia
una potenziale arma di cambio.
Decisi che dovevo partire
per allontanarmi da tutto
quello che mi era familiare.
Ho potuto cambiare
il concetto di patria
e delle mie origini,
l'idea di donna.
Città e persone
s’incontrano.
Ex:
estranei, espatriati, stranieri.
Un'esperienza di
sradicamento
con la conseguente perdita del mondo.
Da cinque anni godo
in Spagna
del privilegio che qui si sta vivendo.
Per me è un territorio di ricerca
e andrei in 1000 altri posti
se questo volesse dire
mettere in discussione
quello che faccio, sono, Cerco.
Scegliendo di ripartire,
sono arrivata a Parigi:
come arrivare da nessuna parte,
sprofondare in un vuoto
dove nessuna relazione
fa da sostegno
all'immaginazione
di una vita nuova, diversa.
Ho dovuto accettare
che qualcosa morisse
alle mie spalle.
Sostenere il suicidio
di una parte di me,
scommettendo sul vuoto.
Le frontiere che ho attraversato
sono quelle invisibili
di chi gode del diritto di viaggiare
ma ha perduto
il diritto all'ospitalità.

La persona,
o il governo,
che mi colpisce
mi appella come vittima,
vendendomi
diritti e doveri.
Io,
anche come donna,
non sono una vittima,
né una persona pacifica
e l'uso della violenza
contro la polizia biopolitica
mi è vitale.
Non attendo diritti da nessuno.

Credo che andare via
dal proprio paese
dal proprio Stato
o dall'abituale stato delle cose
dovrebbe essere
un evento naturale
un processo vissuto
di forma volontaria
metodica
per aver modo di sviluppare
un maggior grado di ricerca personale
multidisciplinare e multiculturale,
un maggior grado di esperienza
nel senso di sperimentazione.
Attraversamenti:
che mirano a scalfire
quelle idee precise
escludenti o opprimenti
tramite le quali vorrebbero
controllarci e mantenerci
statici
radicati
e divisi
attraverso i modelli binari
Stato nazione/estero
uomo/donna
occidente/terzo mondo.
Non è in sé lo spostamento
che determina una trasformazione.
Il soggetto non si distrugge
replicando il soggetto,
il genere non distruggere il genere.
Lo spostamento
è una condizione
in me stessa
su me stessa. 
Il corpo può diventare
un territorio di attraversamento
solo quando si è capaci solo quando
si è capaci di desoggettivarlo.
Credo profondamente
nei corpi
che stanno insieme.
L'esserci
apparire e lo scomparire,
l’andarsene,
riapparire,
ricostruire,
mettere un punto,
sfuggire,
pensare alla fuga
tornare,
mettere un altro punto:
è una sorta di strategia di rete.
Così diventiamo incontrollabili.
Una strategia,
uno stato di coscienza
è il territorio carnale.
Il territorio visto come ossa,
vene, ritmi e cicli
ossigeno, escrementi e organi.
Le cellule del proprio corpo
si rigenerano ogni sette anni:
io non ho mai vissuto
nello stesso corpo.
Un corpo vissuto
sensibile e recettivo
cosciente e parlante.
Per forza decostruito.
Che si riflette nel territorio:
ci sono i grattacieli peni
le colline seni
le strade vene
e i tunnel ani.
Ricordi di colori o odori
che in qualsiasi posto
poi non riesci più a vivere.
Una sorta di nostalgia.
Quel paese rimane
nella memoria
di quando sei bambina.
La mia rabbia
la chiamerei esilio.
Da quando ho preso
la mia vita
in mano,
come prima
era impossibile
vivere in Italia,
per come sono ora
è impossibile tornare.
Tutti confini sono
attraversati da corpi.
Penso di essere stato attraversata
dai confini
sin da piccola
e poi
tramite tutti
gli spostamenti territoriali
che ho intrapreso
insieme a voi, o da sola
o insieme ad altri e altre,
credo di avere iniziato
ad attraversare
io stessa
quel confine
che è il confine di ogni Stato
e di fare di questi attraversamenti
o di questi tentativi:
la mia pratica.


Non c'è struggle senza amore, non c'è lotta senza risa, non c'è amour e risa senza lotta e non c’è lucha senza possibilità di fuga.

giovedì 26 ottobre 2017

Pablo Neruda.

Evidenziamo anche in questa prima pagina, il nuovo contributo che pubblicheremo anche nella sezione TESTI MANIFESTI del blog, dove abbiamo già pubblicato Cesare Pavese, Vittorio Sereni e Derek Walcott. A loro si aggiunge adesso Pablo Neruda.

La recentinchiesta da parte di una commissione internazionale avvalora il sospetto, sempre avanzato dalla famiglia, di un suo avvelenamento da parte della dittatura di Pinochet. La verità si sta facendo strada e tanto più, allora, tenere viva l’attenzione su di lui e sulla sua grande poesia è necessario nei nostri tempi a rischio costante di deprivazione della memoria.




Risultati immagini per Machu Picchu


Dal Canto General: Alturas de Machu Picchu.

VI

Entonces en la escala de la tierra he subido 
entre la atroz maraña de las selvas perdidas 
hasta ti, Macchu Picchu. 
Alta ciudad de piedras escalares, 
por fin morada del que lo terrestre 
no escondió en las dormidas vestiduras. 
En ti, como dos líneas paralelas,
la cuna del relámpago y del hombre
se mecían en un viento de espinas.
Madre de piedra, espuma de los cóndores. 
Alto arrecife de la aurora humana.
Pala perdida en la primera arena.
Ésta fue la morada, éste es el sitio: 
aquí los anchos granos del maíz ascendieron
y bajaron de nuevo como granizo rojo.
Aquí la hebra dorada salió de la vicuña
a vestir los amores, los túmulos, las madres,
el rey, las oraciones, los guerreros.
Aquí los pies del hombre descansaron de noche
junto a los pies del águila, en las altas guaridas
carniceras, y en la aurora
pisaron con los pies del trueno la niebla enrarecida, 
y tocaron las tierras y las piedras
hasta reconocerlas en la noche o la muerte.
Miro las vestiduras y las manos,
el vestigio del agua en la oquedad sonora,
la pared suavizada por el tacto de un rostro
que miró con mis ojos las lámparas terrestres,
que aceitó con mis manos las desaparecidas
maderas: porque todo, ropaje, piel, vasijas, 
palabras, vino, panes,
se fue, cayó a la tierra.
Y el aire entró con dedos
de azahar sobre todos los dormidos:
mil años de aire, meses, semanas de aire, 
de viento azul, de cordillera férrea,
que fueron como suaves huracanes de pasos
lustrando el solitario recinto de la piedra.
X.
Piedra en la piedra, el hombre, dónde estuvo?
Aire en el aire, el hombre, dónde estuvo?
Tiempo en el tiempo, el hombre, dónde estuvo?
Fuiste también el pedacito roto
de hombre inconcluso, de águila vacía
que por las calles de hoy, que por las huellas,
que por las hojas del otoño muerto
va machacando el alma hasta la tumba?
La pobre mano, el pie, la pobre vida...
Los días de la luz deshilachada
en ti, como la lluvia
sobre las banderillas de la fiesta,
dieron pétalo a pétalo de su alimento oscuro
en la boca vacía?
Hambre, coral del hombre,
hambre, planta secreta, raíz de los leñadores,
hambre, subió tu raya de arrecife
hasta estas altas torres desprendidas?

Yo te interrogo, sal de los caminos,
muéstrame la cuchara, déjame, arquitectura,
roer con un palito los estambres de piedra,
subir todos los escalones del aire hasta el vacío,
rascar la entraña hasta tocar el hombre.
Macchu Picchu, pusiste
piedra en la piedra, y en la base, harapos?
Carbón sobre carbón, y en el fondo la lágrima?
Fuego en el oro, y en él, temblando el rojo
goterón de la sangre?
Devuélveme el esclavo que enterraste!
Sacude de las tierras el pan duro
del miserable, muéstrame los vestidos
del siervo y su ventana.
Dime cómo durmió cuando vivía.
Dime si fue su sueño
ronco, entreabierto, como un hoyo negro
hecho por la fatiga sobre el muro.
El muro, el muro! Si sobre su sueño
gravitó cada piso de piedra, y si cayó bajo ella
como bajo una luna, con el sueño!
Antigua América, novia sumergida,
también tus dedos,
al salir de la selva hacia el alto vacío de los dioses,
bajo los estandartes nupciales de la luz y el decoro,
mezclándose al trueno de los tambores y de las lanzas,
también, también tus dedos,
los que la rosa abstracta y la línea del frío, los
que el pecho sangriento del nuevo cereal trasladaron
hasta la tela de materia radiante, hasta las duras cavidades,
también, también, América enterrada, guardaste en lo más bajo
en el amargo intestino, como un águila, el hambre?
VI

Allora sulla scala della terra sono salito,
tra gli atroci meandri delle selve perdute,
fino a te, Machu Picchu.
Alta città di pietra scalinata,
dimora  degli esseri che il terrestre
non poté celare nelle vesti assonnate.
In te, come due linee parallele,
la culla del tempo e quella dell’uomo
si dondolano in un vento di rovi.

Madre di pietra, schiuma dei condor.
Alta scogliera dell’aurora umana.
Pala sperduta nella prima spiaggia.
Questa fu la dimora, questo è il luogo:
qui salirono i grossi chicchi del granoturco
e scesero di nuovo come grandine rossa.

Qui la gugliata sfuggì dalla vigogna
per vestire gli amori, i sepolcri, le madri,
il re, le preghiere, i guerrieri.

Qui i piedi dell’uomo riposarono la notte
accanto ai piedi dell’aquila, nelle alte tane
carnivore, e all’alba
calpestarono con i piedi del tuono la nebbia rarefatta,
e toccarono le terre e le pietre
per poi riconoscerle nella notte e nella morte.
Guardo i vestimenti e le mani,
la traccia dell’acqua nella cavità sonora,
la parete addolcita al contatto d'un volto
che guardò con i miei occhi le lampade terrene,
che unse con le mie mani gli scomparsi legni: 
perché tutto, vesti, pelle, vasi,
parole, vino, pani,
tutto scomparve e ritornò alla terra.

E l’aria calò con dita
di zagara sui dormienti:
mille anni di aria, mesi, settimane di aria,
di vento azzurro, di ferrea cordigliera,
trascorsi come soavi uragani di passi
a levigare il remoto recinto della pietra. 

X.

Pietra sulla pietra, e l’uomo dov’era?
Aria nell’aria, e l’uomo dov’era?
Tempo nel tempo, e l’uomo dov’era?
Forse la particella infranta fosti
dell’uomo incompiuto, dell’aquila vuota
che sulle strade d’oggi, sulle orme,
che sulle foglie dell’autunno morto
si stritola l’anima fino alla tomba?
Povera la mano, il piede, la vita...
Forse i giorni di luce sfilacciata
in te, come la pioggia
sopra le banderillas della fiesta,
diedero, petalo a petalo, il loro cibo
oscuro alla bocca vuota?
Fame, corallo dell’uomo,
fame, pianta segreta, radice dei taglialegna,
fame, è salita la tua linea di scogli
sino a queste alte torri distaccate?

Io t'interrogo, sale delle strade,
mostrami il cucchiaio, lasciami, architettura,
raschiare con uno stecco gli stami di pietra,
salire tutti i gradini dell’aria fino al vuoto,
grattare le viscere fino a toccare l’uomo.

Macchu Picchu, posasti tu
pietra su pietra, e, alla base, stracci?
Carbone su carbone, e, al fondo, pianto?
Fuoco nell’oro, e, in esso, tremante,
il rosso grondare del sangue?
Ridammi lo schiavo che hai seppellito!
Rimuovi dalle terre il duro pane
dell’infelice,  mostrami le vesti
del servo, la sua finestra.
Dimmi come dormì quando viveva.
Dimmi se fu il suo sonno
rauco, socchiuso, come un buco nero
scavato dalla fatica sul muro.
Il muro! Dimmi se sopra il suo sonno
gravò ogni strato di pietra, e s’egli vi cadde sotto
come sotto una luna, col suo sonno!
Antica America, sposa sommersa,
anche le tue dita,
nell’uscire dalla selva verso l’alto vuoto degli dei,
sotto gli stendardi nuziali della luce e del decoro,
mischiandosi al tuono dei tamburi e delle lance,
anche, anche le tue dita,
quelle che la rosa astratta e la linea del freddo,
quelle che il petto sanguigno 
del nuovo cereale trasportarono
fine alla tela di materia radiosa, 
fino alle dure cavità,
anche, anche tu, America sepolta, 
conservasti nel più profondo,
giù nell’amaro intestino, 
come un’aquila, la fame?

***  

Io sono il pellegrino
dell’Isola di Pasqua, il cavaliere
strano, a bussare vengo alle porte del silenzio:
uno in più di quelli che porta l’aria
saltando in un volo tutto il mare:
son qui, come gli altri pesanti pellegrini
che in inglese allattano e innalzano rovine:
egregi commensali del turismo, uguali a Simbad
e a Colombo, senza altra scoperta
che il conto del bar…»
da Gli uomini
                                                                                                  ***
Il Dittatore.
È rimasto un odore tra i canneti:
un misto di sangue e carne,
un penetrante
petalo nauseabondo.
Tra le palme da cocco le tombe sono piene
di ossa demolite, di ammutoliti rantoli.
Il delicato satrapo conversa
tra coppe, colletti e cordoni d'oro.
Il piccolo palazzo luccica come un orologio
e le felpate e rapide risate
attraversano a volte i corridoi
e si riuniscono alle voci morte
e alle bocche azzurre sotterrate di fresco. 
Il dolore è celato, simile ad una pianta
il cui seme cade senza tregua sul suolo
e fa crescere al buio le grandi foglie cieche.
L'odio si è formato squama su squama,
colpo su colpo, nell'acqua terribile della palude,
con un muso pieno di melma e silenzio.
                                                         ***
Il Canto General è l’opera più importante di Pablo Neruda, un lunghissimo poema di cui sono riportate qui sopra la parte sesta e la decima della sezione Alturas de Macchu Picchu: la traduzione italiana è di Giuseppe Bellini. A queste due sezioni del poema aggiungiamo due brevi ma assai significative poesie. Lo riproponiamo oggi nella convinzione che in Italia il nome di Neruda sia ora caduto in oblio, come fu invece maggiormente celebrato proprio a cavallo degli anni sessanta e settanta per i Cento Sonetti d’amore e una canzone disperata, opera che – pur importante – ci sembra tuttavia più scontata e datata.
Originale nella sua ispirazione, il Canto si discosta dai modelli precedenti ed europei nel modo di considerare la natura come un soggetto ed un oggetto di poesia epica che precede la storia umana e che poi la incontra e la interroga. Per un europeo è un testo sorprendente, affascinante per la sua lontananza e tuttavia capace di toccare corde profonde, le cui radici si perdono in una memoria arcaica. Lo sguardo di Neruda è rivolto in due direzioni per noi fuori dal comune: le altezze vertiginose della catena andina e le estensioni altrettanto vertiginose dell’Oceano Pacifico. Non è un caso che la sua poesia si estenda e arrivi a comprendere nel suo abbraccio l’Isola di Pasqua, quel punto estremo del mondo, cui sono legati miti diversi dai nostri: Rapa Nui e le avventure ancestrali di un popolo che, imbarcatosi sulle canoe per quelle lontane isole, non poté tornare indietro per via delle correnti avverse. Il nostro oceano è quello Atlantico, che da Colombo in poi è lo è per modo dire, con il suo vai e vieni continuo; abitatissimo, nonostante la distanza e con il continente europeo che si espone molto in là verso il nord di quello americano. Il Pacifico è un’altra cosa. Da quelle altezze e lontananze che ispirano naturalmente anche alla devozione, Neruda sa tuttavia tornare al lavoro, alla terra che offre il suo cibo, quello povero in particolare, come avviene in un testo straordinario come l’Ode alla cipolla.  
Vi è però una seconda ragione che fa di Neruda un poeta diverso anche dagli altri del continente latino americano. Nonostante il suo rapporto d’amore viscerale con la Spagna della Repubblica, che lo vide fra i protagonisti di quella vicenda tragica, nel 1936, egli resta comunque meno europeo e più sudamericano di molti altri, forse di tutti, nonostante alcuni critici lo associno in qualche modo alla poetica surrealista; il solo che gli si può accostare,forse è il brasiliano Joao Guimaraes Rosa. Altri scrittori e poeti importanti di quel continente, hanno nell’Europa un punti di riferimento spesso decisivo, simile alla relazione che i primi poeti e narratori statunitensi avevano con l’Inghilterra o con Parigi agli inizi del ‘900 e che nel caso dei latino americani, gli argentini in particolare,  è vivo ancora oggi. Neruda, invece, guarda il mondo dal suo continente e ne fa materia di una grande poesia epica. Anche la sua ostilità nei confronti del nord statunitense è diversa da quella di altri, a volte dettata da una rabbia subalterna, piuttosto che dalla sprezzatura di chi sa coltivare le proprie grandezze. La distanza dal mondo anglo-statunitense è, per queste ragioni, culturale prima che politica e precede la sua militanza comunista, che fu altrettanto intransigente. Lo testimonia il primo dei due brevi testi finali. Pellegrino umile e devoto verso l’isola di Pasqua, guarda di uno sguardo sprezzante i pesanti pellegrini inglesi che allattano e innalzano rovine   e i commensali del turismo. Infine la poesia di chiusura ci riporta alla tragedia della dittatura di Pinochet.

Risultati immagini per Pablo Neruda.
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